Questa storia inizia con un caso esemplare di serendipità. Di casi come questo ne è piena la storia: Cristoforo Colombo che cercava l’India e trovò l’America, Albert Hofman e la scoperta degli effetti dell’LSD, la cottura a microonde, i neuroni specchio e il Viagra.
Ci troviamo a Chicago, dove un giovane ragazzo di nome John Mallof, intorno al 2005, decide di scrivere un libro, Portage Park. Il suo obiettivo era quello di rilanciare il fascino per i quartieri che spesso, specialmente nei sobborghi della città ventosa, venivano trascurati. Per fare ciò, si impegnò nel ricercare molte immagini d’epoca sia negli archivi che nelle vendita all’asta, che potessero essere prova di questo fascino perduto. E proprio durante questa ricerca, acquistò nella casa d’aste di fronte casa sua una stracolma scatola di negativi per la cifra di 400$. Visionandoli, non vi trovò il materiale di cui aveva bisogno. Accantonò il pacco e continuò la sua indagine.
Dopo aver pubblicato il libro, quella scatola tornò di fronte ai suoi occhi e prese forma l’ossessione verso la figura di Vivian Maier.
Quegli scatti, nel loro formato quadrato, realizzati con una rolleiflex, non provenivano, evidentemente, dalla macchinetta di una mamma in cerca di ricordi di famiglia, ma da una fotoamatrice affascinata dalla strada, dagli individui e con uno strano rapporto con se stessa. Per tutti questi motivi, John Maloof iniziò a indagare su questa fotografa tornando a ritroso sui suoi passi prima della sua morte, avvenuta nel 2009, grazie a quei documenti fotografici ritrovati e ai tanti altri che furono successivamente acquistati. Come un erede scelto dal caso, tutto quello che sappiamo su Vivian Maier lo dobbiamo a John Maloof e al suo documentario, realizzato insieme al produttore Charlie Siskel, uscito nel 2013 in America e approdato da noi ad aprile, che riprende passo per passo la scoperte di questa artista enigmatica e sconosciuta.
Forse di origine francese (alcuni di coloro che l’hanno conosciuta ricordano un vago accento d’oltralpe), dedicò la sua vita a fare la tata nell’Illinois. Ma durante questi anni a disposizione delle famiglie, realizzò più di 100.000 fotografie. Autoritratti di riflessi su specchi e vetrine, scatti rubati alla strada, bambini, signore in ghingheri e volti disagiati. Una spiccata propensione all’osservazione più minuta, la ricerca di un contatto visivo tra obiettivo e soggetto per entrare nell’intimità di quest’ultimo e riuscire a comprenderlo meglio come essere umano — essere misterioso. Vivian Maier non pubblicò mai neanche uno dei suoi scatti. Chi la assunse, afferma ancora di non avere avuto idea di quale mente creativa e sensibile si nascondesse dietro quel volto da tata. Taciturna, discreta, a tratti scortese. A nessun bambino era permesso l’accesso nella sua stanza. Il suo nominativo cambiava a seconda del suo umore. Un giorno era la signora Maiar, a volte Meier, a volte Smith. Capire qual è stata effettivamente la sua storia non è semplice. Come una leggenda, conosciamo solo degli aneddoti, cambiati dal tempo e arrivati fino a noi.
Sperimentatrice con la macchina da presa, ci ha lasciato anche piccoli filmati in super8, fantastici spaccati della vita di Chicago ripresi con un pizzico di ironia. Sembra così quasi impossibile, una volta scoperta l’identità di un personaggio tanto irreale da sembrare frutto della fantasia di qualche scrittore, frenare il desiderio di farla conoscere al grande pubblico.
L’uomo ha bisogno di una figura fisica da poter possedere nei suoi pensieri. Forse proprio per questo non ci si è mai accontentati solo delle sue opere, ritenute ora tra le fotografie più interessanti del XX secolo, ma si è continuato a seguire le sue tracce, tralasciando il volere di questa donna che ha vissuto una vita artistica nell’anonimato forse più per volontà che per sfortuna.













