Ilaria Graziano e Francesco Forni
Sul finire dei suoi primi dieci anni, qui compiamo una piccola rivoluzione, abbandonando il nostro formato classico – quello del magazine culturale a cadenza vagamente quotidiana – per presentare ogni mese un solo saggio e un solo racconto. Da queste pagine 24 autori ogni anno proporranno il loro filtro sul reale, manipolando inevitabilmente la personalità di Dude mag: ed è una cosa che ci rende enormemente curiosi.
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Ilaria Graziano e Francesco Forni

Sono Ilaria Graziano e amo cantare e suonare l’ukulele. Sono Francesco Forni e amo cantare e suonare la chitarra.

Facce nuove nel Rome Music Club. Sono Ilaria Graziano e Francesco Forni e si esibiranno al Roma Folk Fest il 23 maggio.

  

Presentate il vostro progetto.

Sono Ilaria Graziano e amo cantare e suonare l’ukulele.

Sono Francesco Forni e amo cantare e suonare la chitarra.

Ci siamo riconosciuti nel nostro desiderio di esplorare la musica e di fare ciò che amiamo insieme. Da questo nostro incontro nascono i due dischi From Bedlam to Lenane e Come2me.

Qual è il ruolo del musicista nella società attuale?

Quello di sempre, ma che oggi è sempre più raro da trovare.

La musica che intendiamo noi è quella che nasce dall’esigenza di condividere, di aprire delle domande che cercano risposte e di sradicare condizionamenti culturali e sociali.

La musica è un mezzo pacifico per fare le rivoluzioni, per comprendere l’amore e curare le sue ferite, per aprirsi alla conoscenza; è un’arma potente, temuta dalla politica disonesta e tutto il sistema a cui è affiliata. L’arte, si dice, risveglia le coscienze. Beh la musica tra le arti è quella che ha la possibilità di raggiungerti nell’emotivo più profondo.

Non è un caso se oggi l’arte e la cultura sono sotto attacco e se tutto ciò che è privo di contenuti viene offerto alle masse e privilegiato nella sua diffusione.

Quale musica ispira la vostra musica?

tutta la musica che fa vibrare e viaggiare l’anima, che solleva lo spirito o lo porta in profondità, che ha radici storiche e culturali, la musica onesta, che viene dal cuore e che non ha ambizioni legate alla fama, ma alla fame di condivisione.

Cosa più vi infastidisce della scena musicale attuale?

Se per scena musicale si intende quella che fa capo ai precedenti principi sopra esposti, ci infastidisce che sia così difficile da reperire e da far circolare, se per scena musicale si intende quello che oggi viene propinato, la risposta è la disonestà negli intenti di chi la produce o di chi ci mette la faccia.

Quale concerto nella storia della musica avreste voluto aprire?

I.G. In assoluto avrei voluto essere a Woodstock

anche in un orario in cui tutti I figli dei fiori dormivano abbattuti dal fango e dalle droghe.

F.F. Woodstock non sarebbe stato male, ma in generale un mega raduno con quel tipo di artisti… siamo appena rientrati dalla nostra partecipazione al Primo Maggio di Taranto e un pò quell’atmosfera si respirava, compreso fango e back stage spartano.

Raccontateci l’avvenimento più strano che vi è capitato come artista.

I.G. Agli albori della mia carriera fui invitata a suonare in un piccolo festival di paese con la mia band di allora.

L’affluenza di pubblico era scarsa e in più partecipavano distrattamente alla nostra esibizione.

La quasi assenza di risposta del pubblico alla nostra musica fece indignare il direttore del festival (la riteneva un’offesa nei nostri confronti), così preso da un gesto di impeto decise di fare irruzione sul palco mentre stavo nel pieno di un vocalizzo ancestrale, mi strappò il microfono di mano e iniziò ad inveire contro il pubblico urlando: «BALLATEEE!!!!! DOVETE BALLARE CAPITO C***OOO!!!».

Il risultato fu che il pubblico si pietrificò definitivamente, la band andò in tilt pur continuando a suonare, e io iniziai a piangere…dalle risate.

Il momento fu veramente surreale ma mi ricorda anche di un gesto d’amore e di protezione nei nostri confronti, mal riuscito sì, ma che aveva del genuino.

F.F. Anche io episodio degli albori. Ero con la band a suonare nella famosa periferia Campana «difficile», ma mooolto difficile. Ad accoglierci ragazzi «difficili», ma mooolto «difficili». Iniziamo a suonare nel silenzio che non capivamo se stavano studiando chi uccidere per primo o se a modo loro si stavano facendo prendere dalla musica. Dopo una versione infuocata di Roadhouse Blues, il branco si riunii e un rappresentante venne da noi dicendo che se avessimo risuonato ora lo stesso pezzo alla stessa maniera loro avrebbero ballato tutti. Così fu, e la serata finì con loro che ci portavano in spalla, chiedendoci scusa se prima del concerto ci avevano sfregiato le macchine, ma noi ancora non lo sapevamo. 

Trovate ispirazione letteraria per i vostri testi?

Per questo disco in particolare Cormac McCarthy si è introdotto con prepotenza con i suoi racconti nel nostro immaginario proprio durante il periodo di scrittura del disco.

Se credessi al caso potrei dire che «per caso» mi sono ritrovata tra le mani La Strada mentre Francesco leggeva Cavalli Selvaggi a cui ha dedicato anche il titolo di una canzone.

In quale scena di un film vorreste fare un vostro piccolo concerto abusivo?

I.G. Nel film Una notte da leoni (The Hangover), nella scena del risveglio.

F.F. Mi sarebbe piaciuto essere la band che accompagna il duello con gli 88folli in Kill Bill

Progetti futuri?

Il progetto futuro è quello di riuscire a vivere e a far vivere al meglio il progetto presente accompagnandolo in tutte le sue forme, nelle sue trasformazioni ed evoluzioni.

Qual è la vostra città di origine? E in quale suonate oggi?

Siamo entrambi Napoletani, Roma è la nostra madre adottiva che ci ha accolto da subito con amore insieme ai suoi tanti figli artisti/musicisti meravigliosi.

Giordano Nardecchia
Nato a Roma l’11 Ottobre 1988, ha un inglorioso passato e uno scoraggiante presente da musicista, da giornalista e da blogger. Poco importante che abbia una laurea. È autore del blog a quattro mani Sergio&Peppe; collabora dal 2013 con DUDE MAG e dal 2015 con Melty.
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