Se in questi giorni avete messo il mouse su un qualunque social network, vi sarà stato impossibile non notare l’entusiasmo attorno al nuovo (ma vecchio) progetto di Errico Buonanno, giornalista e scrittore, il cui ultimo lavoro è stato pubblicato da Rizzoli e si intitola Lotta di classe al terzo piano.
I ragazzi degli anni ’90 è una web serie di 15 puntate che saranno messe online sul Corriere.it, ed è stata ricavata da ore e ore di riprese che Buonanno ha girato con una telecamera VHS nel 1997, durante il suo ultimo anno al liceo Tasso di Roma.
Potete vedere la prima puntata qui.
Al di là del fascino estetico e dell’aspetto nostalgico, qual è la lettura del decennio fornita da I ragazzi degli anni 90?
I miei anni Novanta non possono essere gli anni Novanta in generale, però mi interessava trattare l’argomento giocando sul fatto che spesso consideriamo quegli anni come un ricordo vicino ma nel frattempo sono diventati storia. Mi sono reso conto che si tratta di un decennio interamente «adolescente» e di passaggio, dal punto di vista storico. Un decennio che si è aperto con due crolli: Unione Sovietica e Tangentopoli, che hanno contribuito ad alimentare una sensazione di cambiamento assieme a quello strano crepuscolo del duemila di fronte. Ecco, una lettura potrebbe essere questa: credo sia un decennio metaforicamente adolescente dal punto di vista storico.
Nel 1997 nasce Google e a quei tempi non avresti mai potuto immaginare che le tue riprese sarebbero finite su internet, così come era vaga la percezione del potenziale rivoluzionario del web. Qual era la tua percezione – e in generale quella degli adolescente di allora – nei confronti di internet?
La percezione di internet francamente non c’era. Ho trovato delle riprese in cui si parlava di internet point, dove andavamo per sperimentare le prime rudimentali chat, senza capire neanche bene di cosa si trattasse. Si chattava con altre persone che poi grossomodo erano i vicini di banco!
C’erano tutt’altre fantasie, di realtà virtuali più o meno fantasiose, non immaginavamo che sarebbero esistiti i social network, anche perché se vent’anni fa mi avessero detto che la più grande rivoluzione sarebbe stato un sito su cui condividere foto o scrivere dei pensieri, mi sarei messo a ridere.
Secondo te qual è un aspetto degli anni Novanta che andrebbe recuperato oggi e cosa invece ci portiamo ancora dietro di negativo?
Sicuramente quella speranza per il futuro di cui parlavo andrebbe recuperata, anche se non saprei proprio dire come.
Per quanto riguarda gli aspetti negativi di cui dovremmo liberarci: forse a partire da quegli anni è diventata una virtù l’esser privi di un’ideologia o di un progetto politico, non c’è una grande costruzione politica di lunga gittata.
Nel 1997 quali erano le tue preoccupazioni adolescenziali per il futuro?
Avevo diciotto anni, la preoccupazione principale era quella di trovarmi una ragazza! Ora ho una moglie e dei figli, ero molto coraggioso e credo di aver realizzato molti dei miei desideri di allora: posso dire che quell’adolescente può ritenersi soddisfatto di quel che è diventato.
Quali sono tre simboli in cui raffiguri gli anni Novanta?
La televisione, senza dubbio.
La moda in generale, e per quanto mi riguarda un bel paio di Dottor Martens.
Infine, sorvolando sulle canne, direi un bel poster di Pulp Fiction.
In tutti questi anni quante volte è cambiato il formato delle tue riprese, prima di diventare una web serie?
In realtà non è mai cambiato. Ho fatto le riprese per un anno e poi le cassette sono rimaste ferme nel mio armadio fino a quest’estate, quando mi sono reso conto che erano trascorsi vent’anni dal mio primo anno di liceo. Ho deciso di metterci mano e assieme al produttore Matteo Benedetti (che considero un co-autore e che era un mio amico già dal liceo), abbiamo optato di dividerlo in brevi puntate e dargli il formato di una web serie.
In conclusione, disco preferito degli anni ’90?
Devo dirtene per forza due: Bring it on dei Gomez e Drive-Thru Bootydei Freak Power.


