#8 | Cercando il flou agli Internazionali d’Italia
Sul finire dei suoi primi dieci anni, qui compiamo una piccola rivoluzione, abbandonando il nostro formato classico – quello del magazine culturale a cadenza vagamente quotidiana – per presentare ogni mese un solo saggio e un solo racconto. Da queste pagine 24 autori ogni anno proporranno il loro filtro sul reale, manipolando inevitabilmente la personalità di Dude mag: ed è una cosa che ci rende enormemente curiosi.
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#8 | Cercando il flou agli Internazionali d’Italia

Se c’è una cosa che definisce più di tutte un torneo di tennis importante è la presenza dei bambini a caccia di autografi.

La riproducibilità del tennis

Se c’è una cosa che definisce più di tutte un torneo di tennis importante è la presenza dei bambini a caccia di autografi. Una presenza costante che si muove puntiforme e nascosta fino agli ultimi game di una partita, per poi ricomporsi improvvisamente, come esseri unicellulari attirati da una forza sconosciuta, appena una partita sta per finire. Fateci caso, se nei pressi del tunnel dove passano i giocatori iniziate a vedere una massa di bambini con la classica pallina da tennis gigante in mano, allora vuol dire che uno dei due tennisti è spacciato.

Il bello di questa realtà è che è molto democratica: l’autografo ha un valore x assoluto tale che le differenze tra Federer e Sijsling sono quasi nulle, o comunque molto minori rispetto al valore x espresso sul campo. L’impianto del Foro Italico, poi, con tutte le sue strutture raggruppate, rende possibile incontrare qualunque giocatore sia mentre si allena, sia mentre semplicemente si sposta da un punto ad un altro. Per il bambino a caccia di autografo questa è una manna: lo puoi vedere rimbalzare da un posto ad un altro per riempire quella palla che sembra sempre troppo gialla.

Questo crea dei simpatici siparietti nei quali i tifosi troppo immedesimati nei loro vestiti da tennisti, vengono scambiati per tali creando non pochi imbarazzai. Il tutto di solito si risolve con un nulla di fatto, ma se sognate di firmare autografi vi consiglio di vestirvi da tennisti e venire al Foro. Questa caccia continua, mi ha fatto pensare al valore della riconoscibilità nell’epoca della sua riproducibilità tecnica. Con l’evoluzione della tecnologia, la nostra esperienza con lo sport e l’atleta è diventata sempre più ampia. Con il tennis in particolare sta quasi raggiungendo un rapporto 1:1; tutto ciò che ruota intorno al tennis e ai tennisti è riproducibile e facilmente esperibile da tutti. Questo crea il fenomeno dei bambini cacciatori di autografi, il cappellino con le iniziali del tennista preferito, la racchetta pagata a peso d’oro perché la usa tizio o caio.

Questa fidelizzazione estrema crea dei cortocircuiti iconografici così ampi che io, che da questa realtà non sono per nulla immune, riconosco Andy Murray dalla voglia che ha sul polpaccio, ovvero in un’esperienza sensoriale così totalizzante, non mi serve più la faccia, neanche il dritto o il rovescio particolare, che per ogni tennista è unico, ma basta un dettaglio insignificante come una voglia sul polpaccio.

 

La partita perfetta

Per vedere del gran tennis al foro italico bisogna essere fortunati e saper scommettere sul campo giusto, quello che può ospitare la partita più spettacolare, tirata e dal risultato incerto. Il rischio è quello di fare la spola tra mozzichi di partite rapide e noiose. Quando ieri sono arrivato sotto al tabellone con il programma, ho visto che mentre sul Pietrangeli era in scena uno sciapo Dodig-Chardy, sul Grand Stand si affrontavano, in uno scontro tra titani della spocchia, Melzer e Murray. 

Ho deciso di puntare sul Pientrageli, dove a seguire avrebbero giocato Berdych e Dimitrov e dove bisogna andare con un match di anticipo per trovare un posto decente. Ho rinunciato a Nadal-Youzhny sul centrale, a Ferrer-Gulbis e Murray-Melzer sul Grand Stand. Ma poi la storia mi ha dato ragione: Dimitrov-Berdych è stato l’incontro più bello del torneo.

Che una partita sarà spettacolare te ne accorgi già nei primi scambi. Si gioca profondo, con ritmo e senza colpi estemporanei. I punti finiscono con dei vincenti e non con degli errori. Sono cose semplici da notare, quello che è meno semplice è percepire distintamente l’aura di grande tennis che circonda certe partite. È come se tutto prendesse una concatenazione più esatta e intensa. La qualità del gioco del primo set è una cosa che andrebbe fatta vedere a un alieno che sceso sulla terra ci chiedesse cos’è il tennis.

Berdych tiene un ritmo fuori di testa, soprattutto con il dritto incrociato che tira come se avesse un braccio meccanico. Dimitrov subisce un po’ lo scambio ma ha un tennis talmente fluido e completo che riesce a stare attaccato. Il primo set lo vince Berdych al tiebreak, su pochissimi punti. Nel secondo però il ceco molla e Dimitrov porta a casa un facile 6-2.

Nel terzo set quasi ogni game arriva a durare almeno sei o sette minuti, si resta invischiati in parità piuttosto lunghe e nessuno dei due sembra voler mollare. Quando Berdych tira il suo dritto incrociato Dimitrov scivola alla sua destra e arpiona la palla con un colpo in chop che riesce a restare sempre più o meno profondo. Una cosa che sul circuito riesce a fare solo Roger Federer.

Anche il back di rovescio del bulgaro ha una bellezza estatica, sono delle palle che fluttuano radenti, basse e senza peso. Quando lo tira sembra sospendere lo spazio-tempo. Anche in questo set la partita gira su pochissimi punti, nessuno dei questi banale. Match point Dimitrov. Scambio veloce, rovescio lungo linea del bugaro che sale a rete, Berdych tira un passante di dritto terrificante, basso. Dimitrov si allunga in tuffo e già sdraiato per terra vede la pallina morire dall’altra parte corta, sulla riga esterna. Una cosa che non si vedeva su un campo da tennis dai tempi di Pete Sampras, fatta in questo momento, per chiudere questa partita.

Dimitrov non è solo bello.

 

Le buffe incomprensioni

Torniamo negli uffici dell’organizzazione per mettere in tasca le informazioni per la serata. Ci dicono che stasera c’è Dennis Ferrer e noi, chissà perché poi, subito voliamo. Confondiamo infatti Dennis Ferrer, famoso DJ newyorkese autore della hit Hey hey, con David Ferrer, tennista spagnolo tra i migliori al mondo sulla terra. In realtà, a pensarci, la nostra eccitazione è infondata in ogni caso: David Ferrer è il classico esempio di come il lavoro costante paghi. Quando di un atleta la prima cosa che pensi è «etica del lavoro», professionista vero e solido, vuol dire che l’emozioni che genera nell’appassionato sono molto poche. Non mi stupirei più di tanto se Ferrer vincesse il torneo di Roma, ma alla fine siamo quasi sollevati di sapere che il Ferrer presente questa sera è un altro. Scusa David.

Tutto Fluo

Stasera già da lontano la Ball Room emana una strana luce gialla, come un qualcosa di radioattivo. Quando entriamo capiamo meglio cos’è una serata fluo. Il palco è abitato da cubi gialli e arancioni sparsi; dalla parte opposta, sulla consolle, un fitto intreccio di tubi colorati fa da cornice alle statue neoclassiche fluorescenti. L’effetto è particolare. Il neoclassicismo che perde il biancore e diventa sgargiante. Un dipinto di De Chirico che si fa fluorescente. Secondo Wikipedia la fluorescenza è «la proprietà di alcune sostanza di riemettere le radiazioni ricevute, in particolare di assorbire radiazioni nell’ultravioletto ed emetterla nel visibile».

L’atmosfera, soprattutto nel momento in cui iniziano ad arrivare persone vestite a tema, diventa magnetica. Ragazze con le terga scoperte vestite da indiane fluo, ragazzi in pantacollant fluo: tutto inizia a farsi confuso e noi, come al solito, iniziamo a non capirci molto. È proprio questo effetto elettromagnetico che viene ricercato dal Club Haus 80’s, organizzatori della serata con cui abbiamo occasione di parlare. Facciamo due chiacchiere con uno di questi ragazzi in pantacollant, ha dei Ray Ban a goccia, capelli legati e barba lunga fino al petto. Una sorta di satiro fluo. Ci spiega che la costante di tutte le loro serate in giro per l’europa (e hanno un locale fisso a Milano) è la voglia di divertirsi, di entrare in un ambiente che riesca a rompere la monotonia quotidiana e a creare un’atmosfera in cui tutto è possibile.

Mi fa venire in mente il concetto di «anti-struttura» e il carnevale spiegato da Bachtin. Ma forse sto viaggiando troppo: colpa del magnetismo fluo. Vorremmo avere un parere da qualcuno che in fatto di stile ne sa più di noi – anche oggi vestiti come gli anziani del dopolavoro ferroviario; e di pareri competenti questa sera ne possiamo avere quanti ne vogliamo. C’è ospite l’accademia di costume e di moda di Roma

Attorno alla Live Room è tutto uno sciamare di stilisti, fotografi, bicchieri di vino bianco, modelle e ragazze che indossano capi azzardati con una grazia senza senso. Sono le studentesse dell’accademia e noi ci avviciniamo per chiedere un parere competente sul fluo e sulla serata in generale.

Loro non sono fluo, anche se c’è una ragazza che indossa una maglietta con delle fette d’anguria fluorescenti. Ma una cosa discreta, solo accennata. Ci spiegano che il fluo viene dal trash anni ’90, da cui anche il richiamo alla cultura rave degli smile appesi sul palco.

Ora, ci sono da smentire due luoghi comuni sulle ragazze dell’accademia di moda:

1. Non se la tirano: sono simpatiche e interessanti.

2. Non girano solo in ambienti fichetti pieni di vernissage e di Traminer aromatici ma le potete trovare anche in piazzetta a San Lorenzo a bersi una birra insieme al resto del mondo.

Andiamo in disparte a fare una chiacchiera con una di loro, Ambra, che questa sera ha esposto nella Live Room due abiti da lei disegnati. Ambra sin da giovanissima voleva diventare una stilista e ha fatto tutto quello che bisognava fare, cioè iscriversi all’istituto d’arte a indirizzo moda. Una volta diplomata è entrata all’accademia di moda e già a gennaio ha sfilato ad Alta Moda con la sua prima collezione. Ambra ha una presenza elegante, dei lineamenti mediterranei e delicati. Ovviamente è vestita benissimo, con un copricapo nero anni ’30 che non tutti potrebbero permettersi. Per Ambra la moda è libertà: ha deciso di iniziarla a «fare» proprio per non doverla «seguire».

Ci racconta che i capi esposti prendono ispirazione dal baseball: il suo ragazzo gioca e sin dalle prime partite guardate ha iniziato a immaginare come quelle divise potessero essere trasformate in capi d’alta moda. Ha associato la lavorazione artigianale dei guantoni da baseball con le classiche divise, rese però più eleganti dai materialie dalle forme più scivolate. Del resto lo sport sta entrando sempre più nella cultura pop contemporanea e la moda se ne fa naturalmente espressione, non rimanendo in un universo astratto e auto-referenziale.

Ci passa tra le mani Camilla Onesti, che stasera presenta la collezione di borse del suo marchio Le choix. Ha scelto questo nome per richiamare le sue origini francesi, ha studiato moda allo IED e si è avvicinata agli accessori quasi per gioco, essendosi lei formata nel fashion design. La cosa divertente di questa collezione, ci spiega, è che «ognuno di noi, anche se non è appassionato o esperto di alta moda può farsi la propria borsa». Infatti ogni persona può selezionare il modello fra tre, scegliere la propria pelle (non la propria propria, quella con cui si vuole sia fatta la borsa) e poi ricevere la creazione. Ci tiene a dirci che è tutta pelle ricercata, di qualità. Tutto taglio vivo.

A breve in un negozio di Ponte Milvio, di nome Poems, ci sarà uno spazio a lei dedicato dove la gente potrà chiederle delle creazioni personalizzate. Vuole far crescere questa idea, in cui crede molto, fino al punto che «ognuno possa decidere, da un giorno all’altro di vestirsi tutta di fucsia e chiedere a lei una borsa fucsia, che è un colore che odio ma sono costretta a fargliela». Siamo molto incuriositi da questa idea di «moda combinatoria», ovvero un universo da sempre ritenuto dittatoriale, che si apre alla visione del suo pubblico. Torna ancora una volta la politica social, le aperture dovute al mondo della rete: la distorsione dell’«uno vale uno» che arriva fino alla moda. Non solo, questa idea ha dei rimandi letterari fortissimi: c’è tutto un filone, molto vicino alla Francia e all’Oulipò, che ha lavorato in questa direzione.

Le lezioni di Roland Barthes sull’ars combinatoria che Italo Calvino fa proprie. L’idea di questa ragazza passa anche da qui, lei sta cercando di allargare i proprio orizzonti. Lasciamo Camilla e ci buttiamo alla ricerca di altre persone, altre vite: infinite combinazioni si palesano davanti a noi, ci sentiamo come Marco Polo e voi lettori di DUDE Mag siete i nostri Kublai Khan. Oggi vi abbiamo raccontato questa città, domani chissà, potremmo essere a Diomira, Isidora, Zaira, Zenobia.

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