#10 | Cercando ancora e ancora agli Internazionali d’Italia
Sul finire dei suoi primi dieci anni, qui compiamo una piccola rivoluzione, abbandonando il nostro formato classico – quello del magazine culturale a cadenza vagamente quotidiana – per presentare ogni mese un solo saggio e un solo racconto. Da queste pagine 24 autori ogni anno proporranno il loro filtro sul reale, manipolando inevitabilmente la personalità di Dude mag: ed è una cosa che ci rende enormemente curiosi.
2022
01 gennaio
Dude Mag
03 marzo
Alessio Giacometti
05 giugno
Simone Vacatello
07 novembre
Marco Montanaro e Gilles Nicoli
09 gennaio
TBA
TBA
10 febbraio
TBA
TBA
11 marzo
TBA
TBA
12 aprile
TBA
TBA
×
×
È arrivato il momento di iscriverti
Segui Dude Mag, dai!
4070
https://www.dudemag.it/attualita/sport/internazionali-d-italia/10-cercando-ancora-e-ancora-agli-internazionali-d-italia/

#10 | Cercando ancora e ancora agli Internazionali d’Italia

La strada meno battuta sabato sera, per i DUDEs, è quella che porta alla Ball Room degli Internazionali d’Italia.

La strada meno battuta

 

Due strade trovai nel bosco e io, | io scelsi quella meno battuta. | Ed è per questo che sono diverso.

The road not taken

Robert Frost

 

La strada meno battuta sabato sera, per i DUDEs, è quella che porta alla Ball Room degli Internazionali d’Italia, ovvero Lungotevere Maresciallo Luigi Cadorna. Il nome della strada non deve essere casuale se è vero quel che abbiamo davanti ai nostri occhi: battaglioni male assortiti di sedici-diciottenni che tentano di sfondare la linea nemica dei buttafuori. Se Cadorna è il padre della Caporetto originale, qui se ne rischia un’altra. Noi, con noncuranza e amor d’informazione degna del miglior giornalismo embeded, ci buttiamo nel parapiglia generale.

La situazione delineata è più o meno questa: è sabato sera, le gabbie sono aperte, e i minorenni romani vogliono prendersi la città. E la città questa sera per loro è la Ball Room. Il nostro pass li distrae, li ghermisce: le donne ci bramano mentre gli uomini ci invidiano; sventoliamo le nostre credenziali per carpire i motivi reali che spingono dei sedicenni a voler entrare a tutti i costi in un posto che non sia una biblioteca. Tentano di nascondere la loro minore età anche a noi. Sono qui perché non hanno nulla da fare, la noia sembra motivare tutte le loro scelte, le guardiamo e sembrano un ritratto in das di quello che i giornali dicono di loro. L’impossibilità ad entrare le rende negative, Cioran applicato alla Ball Room. Dicono «se non entro adesso quando entro», «a 18 anni già non mi interesseranno più le serate degli internazionali». Stanno così avanti che mi fanno paura. Le loro parole suonano vuote come quelle dei robot nei film degli anni ’70. Non c’è narrazione, non c’è linguaggio, mi sembra che il niente che cercava Flaubert si trova qui. Percepiamo che alcuni di loro sono riusciti ad entrare, si infilano ovunque, ingannano, ammaliano, sono subdoli, ci costringeranno a scrivere il pezzo peggiore del nostro viaggio.

 

Puro clubbing

Quando entriamo nella Ball Room i dj del Project London iniziano a infiammare la pista e capiamo il perché tanta voglia di entrare per i sedicenni romani. Il Project London ha un locale vicino Oxford Street dove organizza serate ormai irrinunciabili, e ha vinto anche il premio come Miglior giovedì di Londra. Che non è esattamente come il premio Miglior giovedì di testaccio. Anche all’interno della Ball Room ci mettono pochissimo tempo a ricreare un’atmosfera da club europeo. La musica batte potente, accompagnata da due ballerine sul palco in abbigliamento guerriere dell’apocalisse, e si stende su una pista piena come non si era mai vista in tutte queste sere. È piena la pista, sono pieni i privè, sono pieni i corridoi e le scale che le collegano. Da questo momento in poi diventa difficile lasciare al linguaggio la descrizione della serata Project London.

Quando l’esperienza è così essenziale riesce a sfuggire da ogni narrazione. Noi reporter di DUDE Mag,che immaginavamo tutto questo, prima che la serata cominciasse abbiamo raccolto materiale per offrirvi un racconto atipico di questi Internazionali. Un racconto che riguarda il dietro le quinte di tutto l’entusiasmo, la festa e l’intrattenimento; tutta la filiera organizzativa che lo precede. Abbiamo intervistato i ragazzi che in tutti questi giorni hanno contribuito a mettere in piedi una piccola rivoluzione agli Internazionali d’italia.

È uno staff nuovo, che non c’entra niente col concetto di villaggio vip, proveniente da universi altri e che è stato chiamato proprio per portare le competenze accumulate dentro realtà lontane dagli Internazionali d’italia.

 

Lo Staff

Organizzare un evento delle dimensioni e della durata della Ball Room, richiede il lavoro e l’impegno di molte persone. Persone che negli ultimi dieci giorni non hanno dormito, non hanno mangiato, non hanno visto un singolo 15, ma che ogni sera portano a casa il risultato con dedizione e merito. Il leader spirituale di questa piccola cricca cui ci interfacciamo è M. M. è il più coinvolto in questo progetto, è lui che mette la faccia, i soldi, è lui che risponde ai dirigenti della federazione (sì, se ve lo siete scordati dietro a tutto c’è il tennis) e l’idea di cambiamento parte principalmente da lui. Anche la metà di queste cose dovrebbe farti uscire ai pazzi, ma M. no. Lui è serafico, oltre le cose: scambia due chiacchiere con tutti, non perde mai la calma, il tono di voce è sempre lo stesso. Spesso si avvicina a noi per raccontarci retroscena assurdi che sa non abbiamo né il permesso né la voglia di raccontare. Ogni tanto scompare, probabilmente va a ricaricare le pile. 

Inizialmente eravamo diffidenti verso la sua figura, ora gli chidederemo di organizzare i nostri calciotti del venerdì. Oltre M. abbiamo modo di passare il nostro prezioso tempo con diverse persone che ora andremo a raccontare.

 

Matteo

Mentre le persone iniziano ad addensarsi all’entrata della Ball Room – elaborando complesse strategie per entrare senza mostrare i documenti – noi andiamo nel cuore silenzioso di tutta la serata: gli uffici dell’aula bunker. È lì che troviamo Matteo Dacone, con gli occhi arrossati da troppe ore davanti al pc. Come fa ormai da sette giorni, Matteo sta montando tutto il materiale video delle interviste della Live Room. Interviste che, per la maggior parte, ha fatto lui stesso. Matteo era entrato nell’organizzazione per occuparsi fondamentalmente del montaggio delle interviste e della diffusione di tutto il materiale di commento alle serate: interviste, report e – udite udite – i nostri pezzi. È lui che in tutti questi giorni abbiamo contattato per qualsiasi problema e perplessità: da «Matteo ho sete» a «Matteo, qual è il senso di una vasca di vodka con i razzetti?».

Poi però Matteo, che è una persona propositiva, non si è limitato al lavoro dietro le quinte ma è diventato protagonista della Live Room, mettendo in piedi più interviste lui in sette giorni che Maurizio Costanzo in quarant’anni di Teatro Parioli. Ha intervistato tutti: da Noyz Narcos ai bori di Casal Bruciato; dai direttori di gallerie d’arte agli allenatori della Virtus Roma. E poi ha intervistato tantissime bellissime donne. Insomma: Matteo in questi giorni ha dormito poco e si è divertito tanto.

Nel momento in cui mi è stato presentato come «uno dell’organizzazione» ho pensato che o gli internazionali stavano diventando un posto bellissimo, o che il tutto sarebbe andato a puttane in brevissimo tempo. Matteo ha ventidue anni, la barba lunga, un doppio taglio rischioso per i bar fuori dal Pigneto e l’orlo dei pantaloni che lascia scoperta la caviglia. Ha tatuato un fu dog con una peonia che, nella cultura giapponese, rappresenterebbe la protezione per la famiglia; e un Ganesh che dovrebbe ispirargli tutta la pace nell’anima necessaria per svolgere questo lavoro.

Matteo in realtà nasce come nerd, come «smanettone da pc», e come giocatore di world of warcraft. Poi ha capito che fare i giochi di ruolo abbassava drammaticamente la sua popolarità presso l’altro sesso e ha deciso di convertire la propria passione in qualcosa di socialmente più accettato. Si è iscritto allo IED e si è dedicato al web design e a cose fuori di testa come la realtà aumentata.

La più palese dimostrazione di cambiamento negli Internazionali d’Italia – dice Matteo – è il fatto che «fino all’anno scorso io qui manco ci potevo entrare da cliente e invece ora ci sto dentro da organizzatore».

Come ha avuto modo di ripeterci un numero imprecisato di volte, Matteo viene da due anni di Berlino, da due anni di locali notturni come il Watergate o il Berghain, e vorrebbe che le cose, anche in Italia, iniziassero a diventare più europee. Quello che manca all’Italia – ci fa notare – è la cultura del divertimento, il rispetto per il prossimo, l’andare nei locali rilassati e tranquilli; qui invece l’atmosfera è in genere tesa, citando una canzone de I Cani: «la gente ha la faccia cattiva, è qui per scopare, non può fare brutta figura».

 

Martina

Troviamo Martina adagiata su un divanetto della Live Room, le gambe sono piegate quasi a portarsi i piedi sotto le cosce, credo per cercare un po’ di caldo, più probabilmente riposo. Questi giorni per lei sono stati una follia, lo vediamo anche dal piatto vuoto poggiato davanti a lei, è quasi mezzanotte e mentre la gente normale dorme, lei si gode i primi 5 minuti di ristoro della giornata. Martina ha 25 anni e la faccia giusta.

Ci piace lavorare con lei perché sembra avere sempre il controllo della situazione, come se sapesse veramente quello che sta succedendo qui, ci è simpatica. In questo circo si occupa di principalmente della produzione artistica, ovvero «si prende tutte le grane organizzative della parte musicale» che scopriamo essere infinite: prenotare voli e hotel, occuparsi di hospitalty e backstage, occuparsi della serata facendo sì che tutto fili liscio, che tutti, dall’artista all’addetto luci non toppi nulla. Arriva dritta dritta dall’organizzazione dell’estate di Villa Ada, una palestra niente male per questo mestiere. Grazie a lei abbiamo potuto intervistare e rapportarci con diversi personaggi interessanti, grazie a lei le Crazy Horse sono venute nella Live Room e ci hanno guardato negli occhi e sorriso.

La sua storia è ondivaga e interessante: Villa Ada, Londra a 18 anni, una laurea inglese in Legge e Relazioni internazionali, ora anche il Lanificio.

Ci tiene a specificare che anche per lei questa è un’esperienza nuova, finora si era occupata di live band e non di serate come quelle delle Ball Room. Se è qui è grazie a M. (torna sempre, è il deus ex machina), un «ragazzo con tante idee» che crede che anche dietro al divertimento c’è un concetto.

Le chiediamo qual è per lei questo concetto, quale dovrebbe essere la sensazione dopo una serata ben riuscita. Dalle sue parole emerge una sorta di «valore democratico del divertimento», il vuoto esistenziale non si riempie con i soldi, neanche se parliamo di feste ed è quindi importante dare una sovrastruttura ad una serata, anche se vuoi semplicemente ubriacarti. Sentiamo un sottofondo, anche se lontano, di filosofia morale applicata al divertimento. Ci ribadisce che intrattenere è un’arte, ma non è sicura che il suo futuro sarà qui, in questo mondo. Anche nelle sue parole, come da quelle di Matteo, intercettiamo la voglia di cambiare le cose qui a Roma. È piacevole sentirlo ripetere, noi siamo quelli che si lamentano, che si deprimono, che danno la colpa a Roma Nord. Loro sono qui, si rimboccano le maniche, ci provano. Se falliranno, queste nostre poche righe rimarranno qui ad imperitura memoria.

 

Beatrice

Se dentro a una serata organizzata da trAmp vi hanno detto, per qualsiasi motivo, di parlare con Beatrice Armellini e non sapete come riconoscerla non vi sbaglierete rivolgendovi alla ragazza vestita in modo più fico ed elegante. Non a caso Beatrice viene dal mondo della moda; qualche anno fa ha lanciato il marchio Black button.

Beatrice, dentro trAmp, è una «regolatrice di situazione». Per quanto riguarda la parte notturna, regola gli ingressi e le sistemazioni nei tavoli e nei privè; mentre durante il giorno gestisce i contatti col pubblico: si prende carico di tutte le richieste e le necessità. Dopodiché è prontissima a coprire qualsiasi buco si venga a creare in una parte qualsiasi della macchina trAmp. Insomma, Beatrice è una di quelle figure silenziose e fondamentali di qualsiasi evento. E questa sua poliedricità – ci racconta – è anche la sua crisi, nel senso che non riesce a dare una definizione precisa a quello che fa. Se c’è una cosa che la caratterizza, dice, è la reattività, la capacità di trovare la soluzione più logica dentro a una situazione caotica.

Quello che piace a Beatrice del progetto di cui fa parte è la volontà di limitare il più possibile la parte di divertimento superficiale e frivolo, o almeno accompagnarlo con una parte contenutistica, che attiri il pubblico in modo stimolante.

Mentre parliamo, i dipinti di C215 dietro di noi, danno più credibilità a quello che Beatrice dice. Cominciamo a vederci più chiaro.

 

A cura di Emanuele Atturo e Marco D’Ottavi | DUDE Mag

Dude Mag
Decennio nuovo, rivista nuova.
Segui Dude Mag, dai!
Dude Mag è un progetto promosso da Dude