Lorenzo Lambiase si esibirà al Roma Folk Fest il 23 maggio.
Presentaci il tuo progetto.
Sono Lorenzo Lambiase, forse continuerò come Lambiase, magari un domani come Lam… con la crisi si taglia tutto. Comunque cantautore decisamente indie rock!
Qual è il ruolo del musicista nella società attuale?
Quello di mandare un messaggio sociale, un tweet spirituale, un post d’amore universale ad un mondo che assomiglia sempre più ad un pallone sgonfio. Il musicista è portavoce e custode di tutto quello che non può essere spiegato con le parole, ma appunto solo con la musica. Ho pianto ascoltando Imagine e questo è difficilmente spiegabile razionalmente. Emozionare dunque è far riflettere. Sono meno a favore di una musica vista come intrattenimento e divertimento, per quello c’è il cabaret.
Quale musica ispira la tua musica?
Sono ispirato dalla musica del caffè che esce dalla moka sfruttando un filtro cutoff la mattina presto. Dalle campane della chiesa di San Frumenzio, zona Montesacro, il luogo dove viveva mia madre. Dall’arrotino che passava a via Gargallo, Bufalotta, sotto casa di mio padre. Dal pianto di mio figlio. Un po’ anche dai Beatles e dal beat inglese successivo. Tanto brit pop, tantissimo rap e musica elettronica.
Cosa più vi infastidisce della scena musicale attuale?
I gruppi cabaret, come dicevo prima. I simpaticoni del palco, quelli che «non ho capito le parole ma mi hanno fatto divertire», sul palco intrattengono il pubblico, raccontano barzellette, fanno musica divertente, se la prendono con Renzi, con Berlusconi, con Grillo. La gente li adora perché non hanno niente da dire. Perché ti distraggono, non ti fanno riflettere, perché la gente non si possa ricordare di quanto vanno male le cose. Ti distorcono una realtà con cui non vuoi fare i conti ubriaco il sabato sera.
Quale concerto nella storia della musica avreste voluto aprire?
Probabilmente un concerto dei Clash… però una bella apertura da solo in acustico, chitarra scordata e voce tremula. Giusto per farmi del male!
Raccontaci l’avvenimento più strano che ti è capitato come cantautore.
Tempo fa suonammo in Calabria. L’organizzatore ci fece cenare con prodotti tipici e ci abbuffammo di vino e salsicce piccanti locali. Ci sentimmo male in tre, pochi minuti prima del concerto (rimane storica la supplica dell’allora batterista Cesare Petulicchio alla porta del bagno dove si era chiuso il chitarrista Daniele De Seta)… alla fine comunque suonammo!
Trovate ispirazione letteraria per i vostri testi?
Assolutamente si, tra le altre segnalo i paesaggi orwelliani e lo smarrimento e la psichedelia di Raskolnikov…
In quale scena di un film vorresti fare un vostro piccolo concerto abusivo?
Ci piacerebbe accompagnare l’entrata del Nano in Twin Peaks (eheheh).
Progetti futuri?
Fare tanti dischi, almeno due l’anno. E non mollare, nonostante le difficoltà.
Qual è la tua città di origine? E in quale lavori oggi?
Roma. Tutti di Roma ma figli di immigrati meridionali alla lontana…credo che la Calabria sia dentro tutti noi. Io la amo.
Perché ti senti folk?
Non saprei, in effetti mi sento un po’ folk stamattina. Credo che prenderò una tachipirina…