Una web serie bella: SoLow
Sul finire dei suoi primi dieci anni, qui compiamo una piccola rivoluzione, abbandonando il nostro formato classico – quello del magazine culturale a cadenza vagamente quotidiana – per presentare ogni mese un solo saggio e un solo racconto. Da queste pagine 24 autori ogni anno proporranno il loro filtro sul reale, manipolando inevitabilmente la personalità di Dude mag: ed è una cosa che ci rende enormemente curiosi.
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Una web serie bella: SoLow

So low, liberamente ispirata a Le notti bianche di Fedor Dostoevskij, racconta l’incontro virtuale tra un sognatore romantico, solitario e disperato e una donna.

So low è una web serie di tredici episodi scritta e diretta da Luca Di Giovanni.

A differenza di quasi tutte le altre web serie, So Low è bella. Tento brevemente di delineare le sue caratteristiche principali:

1. È scritta e diretta in modo maturo e consapevole, senza velleità e sbavature.

2. È interpretata da un attore vero, non improvvisato e tra i più interessanti in circolazione.

3. Non è composta da brevi e spesso per nulla comici sketch comici, tutti ciondolanti sui luoghi comuni ed i cliché.

So low, liberamente ispirata a Le notti bianche di Fedor Dostoevskij, racconta l’incontro virtuale tra un sognatore romantico, solitario e disperato e una donna.

È ambientata, all’incirca nel 2003, forse nel 2004, quell’epoca in cui Messenger trillava e ogni tanto si inceppava per colpa di e-mule.

Luca Di Giovanni nasce a Velletri ma vive a Roma da cinque anni. La distanza dalla capitale e dai «giri romani» l’ha «preservato puro», ci dice.

A cavallo tra gli anni ’90 e gli anni ’00, scriveva, suonava e registrava rap assieme a Daniel Mendoza Maya Florez e Rookie (Homiez & Money).

Nel 2004 succede qualcosa: inizia a recitare.

Frequenta il DAMS e nell’estate dello stesso anno scrive, dirige, interpreta e monta in una settimana il primo corto. Lo fa guardare agli amici: piace, ridono tutti. Si chiamava Cirino Ossino, una follia girata con una webcam.

Abbiamo incontrato Luca per un’intervista, ovviamente via chat.

Buongiorno Luca, grazie per la disponibilità. Come va? Non ho avuto molto tempo per preparare questa chiacchierata, spero non me ne vorrai. Quindi mi alzo un momento e prendo il volumetto di Dostoevskij (ed apro la pagina di wikipedia).

Ok, figurati.

L’ho letto un paio di volte anni fa. Ricordo distintamente solo l’ultimo paragrafo e quel finale memorabile «Dio mio! Un minuto intero di beatitudine! È forse poco per colmare tutta la vita di un uomo?».

Parole sante, Fedor.

È veramente un finale pazzesco. Ero più giovane e più sognatore e quante lacrime.

Hai visto il film di Bresson, Quattro notti di un sognatore? Molto più bello di quello di Visconti, secondo me. Ad un certo punto c’è lui che prende un registratore e dice il nome di lei «Marta» qualcosa come 50 volte… 

Partiamo dall’ovvio: non è normale fare una web serie partendo da Dosteoevskij.

Non è normale neanche accettare il fatto che oggi la gente vada in fissa solo per le cazzate, sul web.

Mi sembra un grande spreco, se capisci cosa intendo.

Purtroppo sì. C’è un dislivello enorme tra il potenziale del mezzo e l’uso che se ne fa. È il 2.0, baby.

È stata una scelta ponderata? Mi spiego: ti sei messo lì a dire «cosa posso fare di difficile e poco popolare» o è venuto in qualche modo naturale scegliere questo titolo?

Ahaha! Non sono così nerd, grazie a dio. La maggior parte della gente ancora non mi conosce o mi inizia a conoscere oggi, ma io porto avanti un percorso da dieci anni, e il filo (per non dire la coerenza) è rintracciabilissimo.

Leggevo Le notti bianche già nel 2006, a teatro. È un testo dall’enorme potenziale comico: lo leggevo, serio e la gente rideva.

Nel libro di Dostoevskij un sognatore incontra sul lungo fiume una ragazza, Nasten’ka. Lei ha diciassette anni e dopo quella notte si incontreranno per altre tre notti. È così che avviene anche in So Low, giusto?

Esatto, la struttura narrativa del racconto di Fed è rispettata ossequiosamente, tipo carta carbone. Col testo alla mano ci trovi interessanti corrispondenze e citazioni quasi letterali.

Però si incontrano su MSN. Possiamo dire che questa serie è ambientata tra il 2002 e il 2004?

Assolutamente. Siamo in quegli anni lì. Poco dopo mIRC ma prima di Facebook. Quando non c’erano gli smartphone. Quando per leggere una mail dovevi tornare a casa. Quando se eri romantico chattavi con una tipa senza sapere che faccia avesse.

E ti facevi trasportare irrazionalmente, per il piacere di farlo, per illuderti o solo perché eri un po’ scemo. E poi magari la incontravi, ci andavi ad una mostra pre-hipster e ahia, che paura! Che brutta! Ti è mai successo?

Certo. Ho scambiato migliaia di sms (pagando) con una tipa di Velletri, poi l’ho incontrata per scoprire che era una cicciona. Procrastinavo quel momento per paura di rimanere deluso. Avevo ragione.

Perché proprio MSN? Cioè potevi ambientarla su Facebook. In un localetto di Monti. In un incubatore di start up. L’hai ambientata nel 2003 su MSN.

Perché oggi sarebbe impossibile, o comunque meno interessante, raccontare una storia così. Facebook ha attivato altre dinamiche.

Era bellissimo non sapere certe cose. Era, appunto, romantico.

So Low è anche la storia di un attore. Con la luce del portatile puntata addosso (i riflettori); a parlare in modo appassionato, romantico, sognatore, buffone, patetico ad una perfetta sconosciuta mai vista in volto (la platea).

È una bella metafora della solitudine che io conosco bene. Quella di chi vive per raccontare storie agli altri. Ma gli altri chi? Sei lì, in attesa che succeda qualcosa. Ma quello che ti torna non è mai quello che pensavi.

Lui è timido, giovane ed impacciato. Forse un po’ patetico ed estremamente romantico. Fedor ha 27 anni quando questo romanzo va in stampa. Quanti anni hai?

Ora 33. Quando ho scritto So Low ne avevo 30 e si intitolava Tonight’s the night.

Sei giovane e patetico? Perché hai scelto questa storia?

L’ho letto, mi è piaciuto da morire quindi l’ho portato in teatro. Era tutto in chiave Neil Young.

Un bel connubio, Fedor e Neil.

Infatti. Il sottotitolo era Dostoevskj is Young, cioè attuale. Neil è l’ultimo romantico della musica. Lui si chiamava Loner

I due si aprono l’uno all’altra sempre di più: lui rivela il suo distacco dalla realtà, una vita da spettatore ed un mondo di fantasie; lei la sua tremenda vita privata: vive attaccata con uno spillo alla nonna e, da ormai un anno, è in attesa dell’uomo che ama.

E la tua storia, in qualche modo. È la storia di molti: costruire, progettare, inventare e non trovare un interlocutore innamorato. 

Assolutamente. Altro gran classico. Essere innamorati dell’amore. 

Andiamo avanti nella storia: Nasten’ka scrive al suo amato. Questo non le risponde e lei si arrende. Intanto, lentamente, anche lei inizia ad innamorarsi del sognatore (innamorato perso dal primo istante).

A lui in fondo non importa davvero sapere chi è Martina. Come è fatta. Gli basta amarla. 

E a lei, invece, non interessa veramente il sognatore: le basta essere amata.

Diciamo che lei inizia a pensare che lui possa sostituire il suo amato…

È così che si divide il mondo: chi ha bisogno di amare e chi ha bisogno di essere amato.

Ma non esiste «la farò innamorare piano piano, col mio amore», come diceva Sam Asso Rothstein in Casinò. O scatta o non scatta. Tutto qui.

I due si incastrano magnificamente, in questo gioco che ha del sadico. 

Martina sta tutta in quella frase lì, odiosa: «Io vi ho umiliato, ma voi sapete che chi ama non ricorda a lungo le offese. E voi mi amate!». 

Lo dice nell’episodio 13. Nella mail finale. Rivela consapevolezza, quella frase. 

Puttana.

Troia.

Un’arroganza disgustosa che meriterebbe incredibile sofferenza. Ed un sequel: isolatedheart (il suo amato n.d.r) che la sventra e la sevizia per cinque puntate della seconda stagione.

Ahahah! Aiutato da Solow.

Sì, in fin dei conti lei vuole essere amata, per non restare sola. Lui vuole amare, per non restare so low. Impossibile dire che siano diversi. Lui, d’altronde, non ama lei, non è meno stronzo e ridicolo di lei. Lui vuole solo amare.

È per questo che l’intero romanzo è molto più un romanzo sulla solitudine e l’esistenza umana che un romanzo d’amore.

Esatto, parole sante. Lui ama stare male. È patetico e compiaciuto. Nell’episodio 12 Martina dice «domani ho assemblea». Questo aprirebbe scenari apocalittici, ma lui non le chiede nulla, non vuole sapere chi veramente lei sia.

E non credo sia una caso che in tutta la serie si veda, narcisisticamente, solo il tuo volto. Di lei non si vede il viso né una riga scritta su msn. Lei non esiste.

Bravo. Lei non esiste. È tutto nella sua testa, nel suo mondo. È un assolo di un uomo solo(w).

Ma infine l’amato di Nasten’ka/Martina ricompare. E così termina questa storia: il sognatore rimane, nuovamente, so low: torna nella sua tana, nella sua vita tutta immaginata.

Era di quello che volevo parlare. Preferisco restare solo, come sono sempre stato. Alla fine nella mail finale il mio piglio recitativo fa quasi il verso al Clint Eastwood de Il Cavaliere Pallido. Scatta l’orgoglio del rosicone.

E lì infatti capovolgi Fedor: in una sola parola, in soli tre secondi, capovolgi il romanzo: «Puttana».

Già. La mia rilettura è tutta lì. 

Il sognatore di Dostoevskij, fino alla fine, ha solamente parole amorevoli verso la sua amata: «Che il tuo cielo sia sereno, che il tuo sorriso sia luminoso e calmo!».

Il tuo sognatore, invece, capisce tutto: non gliene era realmente mai fregato un cazzo di lei. Rosica e basta, per quella «puttana» e per il suo comportamento. L’amore è svanito, l’illusione svelata.

A teatro bastava dire «puttana» per far partire la standing ovation e le risate.

Perché questa scelta? Solo per raccogliere la risata?

Assolutamente no, me ne frego delle risate. Era la cosa più sincera che potevo scrivere. Lui non è un eroe. È un egoista, un meschino tutto sommato. Se potesse lui si vendicherebbe.

Un romantico di oggi, tutto sommato: oggi siamo più volgari e meno nobili di 120 anni fa. 

Un sognatore post moderno, che non riesce neanche più a sognare, colmo di rabbia e delusione. E, in fin dei conti, più consapevole. È il nostro dramma, no?

Nella tragedia di Eschilo, il grande dono che Prometeo fa all’umanità è «la cieca speranza», quella che dà a tutti la forza di andare avanti, che rende ciechi quando la mattina al risveglio abbiamo dimenticato i mali del giorno precedente e il nostro essere mortali.

Ma se la perdi la cieca speranza, se perdi quel velo tra te e la realtà, se squarci l’illusione prometeica, allora SBAM!, «PUTTANA!».

Già. Questa cataratta ormai non ci protegge più, siamo troppo bombardati da tutte le parti per continuare a illuderci.

È il romanzo più inattuale che io ricordi. Stupendo, incredibile, perfetto. Ma lontantissimo dalla nostra realtà.

Io ho provato a riportarlo ad oggi più possibile. Ma mi sono dovuto fermare al 2004.

Spiegami una cosa: perché la scelta di questo contrasto così netto tra i toni intensi (e predominanti) di una storia romantica, drammatica e patetica, e l’ironia farsesca di certi momenti della tua recitazione?

Il contrasto è tutto. La recitazione è contrasto, la vita si basa sul contrasto. Oggi ha preso piede la non-recitazione, ovvero prendono gente che fino al giorno prima giocava solo alla Playstation e si faceva le canne e gli dicono: non recitare, fai te stesso.

Ho la sensazione di aver ricevuto una frecciatina in fronte.

Il web è un cancro, ma in realtà è un trend che infetta il nostro cinema da almeno dieci anni.

Per me invece si può spingere ancora parecchio sui contrasti.

Se tu costruisci intorno una struttura solida, un contesto credibile e psicologicamente realistico… Poi dentro puoi essere tagliente, brusco, sorprendente. Eccessivo.

I fratelli Coen ci hanno costruito una filmografia: i loro attori recitano sempre al limite, ma sono sempre dannatamente credibili.

Trovo irritante un numero di visite ancora così basso. Come ti spieghi un’accoglienza tanto tiepida?

Non me la spiego. Sono ancora poco conosciuto e la gente si spaventa quando capisce che c’è una STORIA DA SEGUIRE.

So che faccio poco per andare incontro ai grandi numeri… ma sinceramente me ne fotto, ecco.

 

p.s. Se la faccia di Luca Di Giovanni vi ricorda qualcosa è forse perché l’avete visto qui:

o forse qui:

Oppure andate a controllare qui.

Andrea Pergola
Ha fondato DUDE MAG e lo dirige da un po'.
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