I luoghi comuni sono dei luoghi comuni
Sul finire dei suoi primi dieci anni, qui compiamo una piccola rivoluzione, abbandonando il nostro formato classico – quello del magazine culturale a cadenza vagamente quotidiana – per presentare ogni mese un solo saggio e un solo racconto. Da queste pagine 24 autori ogni anno proporranno il loro filtro sul reale, manipolando inevitabilmente la personalità di Dude mag: ed è una cosa che ci rende enormemente curiosi.
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I luoghi comuni sono dei luoghi comuni

Se siete su facebook, e se state leggendo questo pezzo su internet, avrete notato che tutti i vostri amici si sono improvvisamente scoperti fustigatori dei luoghi comuni che affliggono gli italiani.

Se siete su facebook, e se state leggendo questo pezzo su internet è probabile che ci siate, avrete notato che tutti i vostri amici si sono improvvisamente scoperti fustigatori dei luoghi comuni che affliggono gli italiani. Magari anche voi, tra una partita dei mondiali e una sessione di studio, avete scritto una freddura su La settimana mondiale del Luogo comune, l’ultima pagina/evento che ha viralizzato questo disgraziato mondo due punto zero.

Tra le tante sentenze che vengono scritte a rotta di collo, alcune sono davvero simpatiche: quelle che riescono a incorniciare un frammento di discorso logoro che nessun altro aveva individuato come tale. Altre sono delle forzature: hanno a che vedere più con le paranoie personali di chi scrive che con qualche prassi collettiva. Altre ancora sono semplicemente banali. 

Aspetta un attimo, direte voi: come si può accusare un luogo comune di essere banale? È proprio quello il suo motivo d’essere!

Esiste un sito bellissimo che si chiama TvTropes. Si occupa di raccogliere e indicizzare tutte le funzioni narratologiche presenti in opere di finzione televisive, cinematografiche, fumettistiche e letterarie. È difficile spiegare in poche parole cosa intendono per “trope”. Chiaramente non quello che intendiamo nel linguaggio quotidiano per luogo comune, ma neanche di quello che si intendeva nella retorica antica per luoghi comuni (o topici, appunto). Il campo di questa figura è stato allargato così tanto da comprendere sia meccanismi narrativi diegetici (i personaggi, le situazioni, le battute chiave che fanno avanzare la trama), sia extradiegetici (i generi e i sottogeneri, allusioni ad altre opere tramite attori o scrittori e scale graduate che illustrano il tipo di orizzonte morale presente nella storia).

Tra questi ultimi tipi di tropi ci sono anche i tropi stessi. Per esempio, Il Tropo del Cavallo Morto si verifica quando lo scrittore, come nel proverbio, continua a frustare una figura, una situazione o una battuta enormemente screditata. Il livello immediatamente precedente è appunto il Tropo Discreditato: un meccanismo narrativo che continua ad essere usato ma che ad un occhio minimamente critico è segno di cattiva scrittura (tutti i deus ex machina troppo evidenti, ad esempio). Con il cavallo morto le cose stanno peggio: il tropo è stato usato talmente tanto in passato che oggi le «sovversioni e le parodie hanno superato in numero gli usi diretti». Si è arrivati al punto che persino scherzare con questo tropo è già diventato un tropo. Parliamo di qualcosa che nel momento in cui viene enunciato è già ironia. Tra gli esempi riportati da tvtropes ci sono: l’unico nero del gruppo che muore per primo, i raggi ipnotici a spirale e la morale «non è tutto oro ciò che luccica».

Bene, quest’ultima frase la ritroviamo più di una volta in la settimana del Luogo Comune. Ma insomma, dirà qualcuno, qual è il problema? Un luogo comune deve essere banale, logoro, abusato e più lo è meglio è. Non credo che le cose stiano così. 

Avete mai sentito qualcuno esclamare sinceramente che, cazzo, non esistono più le mezze stagioni? Oppure che, non ci crederai, ma sono finiti i posti in centro? Certo, continuiamo a dirlo di tanto in tanto, ma lo facciamo col sorriso di chi sa che sta prendendo parte a un gioco linguistico parodico. Anche se corrisponde a una situazione che stiamo soffrendo davvero, come un autunno gelido o mezz’ora di ricerca del parcheggio, siamo consapevoli che ci siamo imbattuti in una di quelle banalità che non ha più senso portare all’attenzione di nessuno.

Altri sopravvivono esclusivamente nella forma di presunti luoghi comuni da additare, una specie di funzione apotropaica che sublima il concetto stesso di banalità in una singola frase, pronto per essere condannato da tutti. O pensate davvero che qualcuno identifichi ancora l’Italia col mandolino?

Oggi sentite mai i cripto-neo-post-fascisti far notare che col duce i treni arrivavano in orario? Sicuramente era un borbottio molto diffuso tra i nostalgici del dopoguerra, ma la sua continua ridicolizzazione da parte degli antifascisti lo ha reso inservibile per scopi retorici non ironici. 

Che poi, siamo sicuri che fosse davvero così diffuso nel dopoguerra? E se fosse un unicorno morto?

Il Tropo dell’Unicorno Morto riguarda quei casi in cui l’oggetto della parodia non è mai stato un vero tropo in principio, ma nessuno lo sa. L’esempio più forte che porta tvtropes è quello dei maggiordomi assassini dei gialli. Sembra che solo un paio di vecchi romanzi coinvolgessero maggiordomi assassini, i quali però sono diventati la rappresentazione metonimica di una regola effettivamente in voga nelle storie di detective «un personaggio poco importante, sullo sfondo degli eventi, si rivela il colpevole». Da lì sono passati ad essere presi per il culo per i successivi cento anni di finzioni poliziesche.

Ora, la puntualità dei treni, insieme a tante altre cose, faceva parte della propaganda di regime. Mettiamo che nel dopoguerra QUALCHE nostalgico particolarmente idiota abbia avuto la brillante idea di usare proprio questo argomento in difesa della passata dittatura. La sproporzione tra la miseria borghese della puntualità e l’enormità delle violenze squadriste, delle leggi razziali e della guerra era un’occasione troppo ghiotta perché gli antifascisti non la sfruttassero per creare lo straw man ridicolo del vecchio repubblichino. Ecco come potrebbe essere nato un unicorno morto nella real life.

La settimana del Luogo Comune sembra un cimitero di cavalli morti, forse di unicorni morti, circondati da persone che paiono divertirsi molto a frustarli. Frasi impiegate quasi sempre in modo metalinguistico, per riferirsi alle frasi stesse, non più comuni in quanto frasi, ma comuni in quanto luoghi comuni. Esistono invece delle frasi, delle osservazioni, delle opinioni che sono ripetute da tantissime persone in modo sincero, magari senza ragionarci troppo (d’altronde questa è l’utilità del luogo comune), ma proprio per questo senza neanche un’ombra di ironia. Sono i cavalli sani che scorrazzano liberi nelle praterie del discorso pubblico, difficili da catturare perché spesso siamo noi a cavalcarli. Alcuni sono innocui, altri sono utili, altri ancora sono pericolosi. Quasi tutti, una volta smascherati, fanno ridere perché ci rendiamo conto che qualcosa che abbiamo sentito, o persino detto, non era autentico quanto pensavamo. Tra quelli simpatici che ho letto su facebook ci sono, ad esempio: «Sei de Roma e tifi Juve, ma nun te vergogni?», «Sean Connery è più bello ora che da giovane», «I greci avevan già detto tutto». Sono frasi che le persone effettivamente dicono ancora e le dicono credendoci. 

Ma attenti quando vi precipitate a smascherare un luogo comune con la sicurezza di chi la sa lunga dipinta sulla faccia: l’unico luogo comune della situazione potreste essere voi.

Alessandro Lolli
Alessandro Lolli nasce a Roma nel 1989. Ha collaborato con Nuovi Argomenti, Polinice, Soft Revolution Zine, Crampi Sportivi e DUDE MAG. È laureato in filosofia. A tempo perso lavora in un centro scommesse sportive.
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