Il mio primo mondiale. Storia di un padre e di un figlio
Sul finire dei suoi primi dieci anni, qui compiamo una piccola rivoluzione, abbandonando il nostro formato classico – quello del magazine culturale a cadenza vagamente quotidiana – per presentare ogni mese un solo saggio e un solo racconto. Da queste pagine 24 autori ogni anno proporranno il loro filtro sul reale, manipolando inevitabilmente la personalità di Dude mag: ed è una cosa che ci rende enormemente curiosi.
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Il mio primo mondiale. Storia di un padre e di un figlio

Con un pannolino, in braccio a mio padre a sua volta in mutande sul divano, tra un gol di Baggio e uno di Maradona.

Il mio primo mondiale è stato Italia ’90. Vivevo sul litorale romano in una grande casa di mare di proprietà dei miei nonni che d’estate si riempiva di zii, cugini, cocomeri e canotti, mentre durante il lungo inverno prendeva le sembianze di una reggia abbandonata, troppo spaziosa e dispersiva per una famiglia di tre componenti come la mia a quei tempi. Avevo anche io una spider a pedali con la quale sfrecciavo per i corridoi, proprio come in quella scena di Shining che ho scoperto anni più tardi con divertimento.

Quando venne l’estate del 1990 io ero praticamente un neonato, e solo grazie a una ricca documentazione fotografica e ai racconti di mia madre, posso dire di avere già un qualche primordiale rapporto con il calcio.

A quanto pare il padre mio non ci aveva messo molto a comprare un pallone di spugna giallo e trascorreva il pomeriggio sorreggendomi per le braccia per farmelo prendere a calci. Guai a me a usare il piede destro, perciò non è del tutto un caso che io sia diventato un mancino: il piede di quelli con classe e fantasia sì, ma soprattutto il piede di Diego Armando Maradona, il Dio del calcio di cui era un devoto credente.

Il mio primo mondiale è stato Italia ’90 e durante quei giorni avevo addosso la maglia numero diez dell’Argentina.

L’albiceleste era campione in carica e si presentava ancora come favorita, sebbene Germania Ovest e Olanda fossero delle vere e proprie corazzate. Le afose notti magiche credo di averle trascorse così, con un pannolino, in braccio a mio padre a sua volta in mutande sul divano, tra un gol di Baggio e uno di Maradona.

Poi venne la semifinale e il tabellone volle far sì che fossero proprio Italia e Argentina a scontrarsi: niente di assurdo, capita. Quel che non capita è vedere i tifosi della nazione ospitante inneggiare al fuoriclasse della squadra avversaria: si giocava allo stadio San Paolo di Napoli, l’olimpo del Pibe de Oro. Quella sera in pochi dei presenti possono giurare di non aver tifato Diego nel profondo del proprio cuore. Mio padre è il primo ad ammetterlo.

Gol di Schillaci, pareggio di Caniggia. Si va ai rigori. El Diego non sbaglia, Goycochea ne para due: è l’Argentina a passare il turno e di certo per la finale contro i tedeschi non si presenteranno gli stessi dubbi sulla nazionale per cui tifare.

8 luglio 1990 stadio Olimpico di Roma, il giorno della finale. Il giorno dei fischi all’inno argentino dagli spalti e dell’hijos de puta, il giorno di Maradona contro il resto del mondo. Mio padre è un pompiere e deve svolgere il servizio d’ordine a bordo campo. Assistere da bordo campo a una finale di Coppa del Mondo a pochi metri da Maradona, appartiene a quella cerchia ristretta di eventi in cui si ha l’occasione di respirare la pura ebbrezza della storia pop che sfila nelle sue vesti migliori. Sarebbe come ritrovarsi nel backstage del concerto dei Beatles sul tetto della Apple nel ’69 o passeggiare nei pressi di Fontana di Trevi un giorno qualunque del 1960 e finire sul set de La dolce vita. Momenti unici e irripetibili per vedere i migliori all’opera, mentre il resto degli esseri umani possono soltanto fare da spettatori.

8 luglio 1990. È il giorno del mio compleanno, compirò un anno di vita. Io, innocente e ignaro primogenito, a frappormi tra mio padre e l’ebrezza della storia pop che sfila nelle sue vesti migliori lì a pochi metri. Per la madre mia non c’è verso: è il primo compleanno di tuo figlio, Maradona te lo guardi dalla tv. Ma cara, devo lavorare. Lavorare un corno, avanti telefona e avvisa che non puoi andare.

Il mio primo mondiale è stato Italia ’90 e durante quei giorni avevo addosso la maglia numero diez dell’Argentina, la grande casa sul litorale romano era piena di zii, cugini, cocomeri e canotti mentre la Germania Ovest alzava la coppa più bella di tutte vincendo per 1-0 grazie a un rigore fasullo a pochi minuti dalla fine. Ero lì con il pannolino, in braccio al padre a sua volta in mutande sul divano.

Probabilmente decisi che fosse il caso di prendere iniziativa e ripagarlo come potevo: così proprio quel giorno imparai a camminare, per tenere sulle instabili gambe la responsabilità di quell’inconveniente con l’ebbrezza della storia e cominciare a tirare da solo dei goffi calci con il piede sinistro al pallone di spugna giallo.

Difficile capire se sono riuscito a farmi perdonare, ma anche quest’anno, come sempre, guarderò la finale sul divano con il padre mio.

 

@edoardovitale_ https://twitter.com/edoardovitale_

 

 

Edoardo Vitale
Scrive di musica, cinema e attualità su vari magazine.
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