I
MIO FIGLIO, MIO PAPÀ, I PINGUINI
Non lo auguro a nessuno, ma se l’augurio non bastasse e un bambino un giorno fosse il mio bambino, mio figlio, credo che rifletterei tantissimo su ogni input del mondo da fargli recepire: cibo giochi tv pc cell, tutto quello che potrebbe influenzarne la fisionomia fisicomentale verrebbe esaminato, vagliato, censurato: lo so, sarò un pessimo papà, anche fascistoide, è vero, ma l’ho detto subito che non auguro a nessuno di essermi figlio.
Se Ciclamino Vuono nascesse – bé?, che c’è?, mi piacciono i nomi floreali; preferite Ginepro? – probabilmente sarei costretto a licenziarmi e a fare il casalingo per selezionare il mondo da offrirgli cercando di alimentare le probabilità che non diventi un eroinomane o uno stronzo come me o un collezionista di lattine che mostra su youtube la propria collezione di 60 esemplari, «che potrebbe ancora crescere».
Ho degli amici che a 5 anni ascoltavano solo Paolo Conte: oggi non sono persone felici. Altri, hanno ascoltato fino ai 20 anni solo i cd rossi e blu del Festivalbar, e oggi sono persone troppo poco tristi. Ma sulla musica da far ascoltare al mio Cicly, sono tranquillo: tutto ciò che vuole, basta che passi almeno mezzora al giorno cantando Modugno.
Ho scoperto Modugno pochi anni fa, e da allora sono una persona migliore. (Faccio comunque schifo, ma sopporto di più il, e mi faccio sopportare di più dal mondo.) Ero in un negozio di dischi nel centro di Santiago del Cile; volevo comprare qualcosa a mio papà per ringraziarlo di avermi finanziato la vacanza estiva; no, l’usare i suoi soldi per ringraziarlo dei suoi soldi non mi sembrava una contraddizione così voluminosa; (in più, gli avrei preso, come sempre, qualcosa che mi sarebbe piaciuto e che lui mi avrebbe puntualmente riregalato poco dopo); inizialmente orientato verso musiche andine, sono uscito dal negozio con gli exitos di Mina, Nicola Di Bari, Salvatore Adamo. E di Modugno.
Avrei almeno potuto aspettare i due mesi che mi separavano da mio papà, prima di strappare gli involucri trasparenti a forma di confezione di cd che attorniavano le confezioni dei cd comprati; e invece, con la scusa di guadagnare spazio nello zaino, ho buttato nel cestino più vicino al negozio confezioni e involucri a forma di confezioni, conservando ovviamente dischi, copertine e prezzi – hai visto quanto ho speso per te, papà? – e ho poi sfruttato il pc dell’ostello per salvarmi tutto nell’ipod. Ecco perché, poche settimane dopo, davanti ai pinguini patagonici canticchiavo questa canzone:
Te han inventado el mar, sussurravo ai pinguini. Cioè a me; a me che, partito dall’Europa alla scoperta del mondo e di me stesso, nella vita non ero mai riuscito a fare proprio quello che l’«angelo vestito da passante» suggeriva, accorgermi «di quanto il mondo sia meraviglioso». Quello che speravo di capire viaggiando, me lo stava intonando dalle cuffie di un ipod il cantante italiano più famoso al mondo.
II
IL PAESE, L’ITALIA, IL MONDO
Sulla popolarità di Modugno, Enzo Biagi scrisse sul numero di Epoca del 25 ottobre 1959: «è famoso a Tokyo come a New York; nel Pakistan una nostra delegazione fu accolta da un’orchestrina che con Volare intendeva richiamare ai graditi ospiti la cara patria lontana.» Eppure, io e i miei coetanei, dall’adolescenza cantiamo De André Guccini De Gregori Dalla Gaber e tanti altri, ma non Modugno. Altro che eppure: proprio per questo. A furia di essere suonata da orchestrine pakistane, Volare ha perso tutto il suo slancio di originalità e il suo autore ha iniziato a puzzare troppo di pop. A poppuzzare. Per questo ne stiamo lontani. Ma Cicletto non farà il nostro errore. Grazie a me.
Prima di diventare l’oh-oh più celebre al mondo, Modugno è stato: cameriere, gommista, attore teatrale, attore cinematografico, attore televisivo, speaker radiofonico. Dopo, conduttore di un quiz televisivo, deputato e consigliere comunale. Ecco, la cosa interessante dell’uomo Modugno è proprio questa: si sarebbe sempre potuto adagiare in ogni posizione raggiunta: poteva morire paesano, poteva morire lavoratore urbano, poteva morire attore di teatro, cinema o tv, poteva morire alla radio, poteva morire cantante, poteva morire politico – è morto a soli 66 anni poco dopo aver aiutato il Wwf a rimettere nel mare di Lampedusa una tartaruga.
Negli anni ’50 e ’60, la maggior parte dei nuovi cantanti imitava l’America: nelle musiche, nei testi, nei balli; nei nomi: Buongusto rinunciava alla u e all’Alfredo, diventando Fred Bongusto; Roberto Satti abbandonava la friulanità accettando la proposta della Dischi Ricordi di chiamarsi Bobby, e diventava Solo dopo aver cercato di spiegare alla segretaria della casa discografica di chiamarsi solo Bobby; Antonio Ciacci poteva abbreviarsi in Toni, e invece optava per Tony, Little Tony.
Agli albori della globalizzazione mediatica, il successo lo si cercava così, internazionalizzandosi; oppure, come fecero altri – Mario Merola, Roberto Murolo – localizzandosi; c’era poi chi faceva entrambe le cose – per esempio Renato Carosone, che in Tu vuò fa’ l’americano, nel 1956, con una musica jazz e swing e un testo napoletano diagnosticava l’americanizzazione dei costumi.
C’è un po’ di America, nelle musiche delle prime composizioni di Modugno, ma a signoreggiarvi è il meridione. Tutto inizia con un imbroglio: pugliese, si finge siciliano per entrare, su proposta di Fulvio Palmieri, nel mondo radiofonico: «Modù, mi disse, ti offro questa opportunità a condizione che tu nel programma dichiari di essere siciliano, visto che le Puglie non hanno una grossa tradizione musicale. Così per tutti diventai ufficialmente siciliano. Il motivo era sempre la pagnotta, il fatto di poter mangiare e dormire. Accettavo tutto, avrei detto anche che ero americano, se fosse stato necessario.» I suoi compaesani non la prendono bene e lui, poco prima di morire, nel 1993, si riconcilia con loro nel migliore dei modi, cantando.
Pugliese, siciliano, napoletano: idiomi popolari per personaggi e storie popolari: minatori che mettono «li mini li micci li bummi», venditori di sale «jancu com’a spuma ‘e mari», giovani innamorati con parenti impiccioni «sempre appriesso», famiglie ghiotte di «cicuera»; e poi, gatti neri che vorrebbero che finissero le discriminazioni per «campari» come tutti gli altri gatti non neri, asini avvinazzati che si appisolano invece di tirare «’a carretta», grilli innamorati della luna che ogni sera piangono «accussì, cri-cri-cri».
Tutto l’istrionismo d’attore impiegato, tinteggia questi brani d’originalità: Modugno ha uno stile proprio, inconfondibile, nuovo, travolgente. Ancora Biagi: «non appare sul teleschermo, lo occupa; non canta i suoi motivi, li impone; non vi invita ad ascoltarlo, ve lo ordina. Ve lo ordina con i capelli, gli occhi, i baffi, le mani: è fortissimo e prepotente.»
I miei – e quindi anche di Ciclametto – pezzi preferiti di questo periodo si rifanno ad alcune usanze meridionali. Cavaddu cecu de la minera, all’uccisione dei cavalli accecati dal lavoro nelle miniere di zolfo siciliane:
Lu pisce spada, alla pesca dei pesci spada nello stretto di Messina:
Diomio, che bellezza!: «’ncucchiu ‘ncucchiu, cori a cori». Curiosamente, nello stesso anno in cui esce questa canzone, il 1954, si occupano dei pesci spada dello stretto di Messina anche Vittorio De Seta, col documentario Lu tempu di li pisci spata, e Antonio D’Arrigo, con uno dei romanzi più maestosi del Novecento italiano, Horcynus Orca.
Probabilmente mi sono un po’ incasinato nei calcoli, ma grazie alle spassose ore passate al liceo su excel sono riuscito a perdere tre giorni della mia vita e due diottrie per occhio facendo questo fichissimo grafico della pubblicazione musicale di Modugno per lingua e per anno (dialettali = pugliesi, siciliane, napoletane; italiane = italiane; straniere = francesi, spagnole, inglesi) (’54 = 1954; …; ’84 = 1984).

Non so se abbia senso analizzarlo, ma dato che per crearlo ho sofferto tanto, dico almeno qualcosa. Inizio con una cosa banale, e poi continuo con altre banalità sperando che, distolti dalla figaggine grafica, non v’irritiate.
Sono tante, tantissime canzoni. 231, in un trentennio. Wikipedia dice 230, ma dubito che Wikipedia abbia fatto lo scientifico: io sì.
Il più grosso cambiamento si ha nel 1958. Perché?
Vediamo se ci arrivate da soli.
Su, dai, so che lo sapete.
Ok, vi do un indizio:
Se nel 1958 sei un artista italiano e una tua canzone viene cantata in finlandese, bé: puoi smettere di preoccuparti della pensione.
Oltre che sull’industria discografica italiana e sul suo conto in banca, l’effetto Volare non poteva non agire anche sulla creatività di Modugno. Gustatevi queste torte immaginando l’impegno e il dolore patiti preparandole:

Modugno aveva provato a conquistare l’Italia puntando sul locale: pur ottenendo gli apprezzamenti di Montale e Quasimodo, il boom – cioè il successo di massa – non c’era stato. Nel 1958 il boom arriva, e ciao-ciao locale. Ora Modugno vuole conquistare definitivamente tutti gli italiani: per farlo, deve cantare in italiano.
Io la penso come Enrico De Angelis, che per motivare l’assegnazione del Premio Tenco a Modugno, scrisse che superò «la canzone “all’italiana”, ossia una formula astratta e rigida sorta sulle ceneri della romanza e del melodramma e che si era ripetuta fino ad allora, compiaciuta ed impigrita nella propria cantabilità e melodiosità esteriore»; anche per me «il periodo migliore di Modugno è senza dubbio il ’53-’57, durante il quale compose e rielaborò da temi popolari una serie innumerevole di gioiellini»; e anche per me «con Volare iniziò, lentamente, una certa decadenza».
E infatti, molti furono, negli anni seguenti, i passi falsi; anzi, i passi indietro verso quella tradizione contegnosamente melodica e mellifluamente romantica che prima aveva violentato con la sua chitarra, la sua voce, il suo corpo. Su tutti, la partecipazione a Sanremo nel 1962 insieme al massimo esponente di quella tradizione, Claudio Villa. Comunque, non sono mancati i capolavori: al cinema, nel Cosa sono le nuvole? di Pasolini; a teatro, nel Cyrano, commedia musicale scritta con l’amico Pazzaglia; su lp, con Libero, Lettera di un soldato, Meraviglioso, Vendemmia giorno e notte.
Riprendendo il primo grafico, notiamo che dal 1966 al 1976 la produzione per l’Italia e quella per l’estero procedono quasi insieme. In quei dieci anni i nuovi brani vengono subito tradotti in spagnolo e spediti verso le orecchie sudamericane: La distancia, Como estas, Amargo flor mio, Blusa azul, El aniversario e tutte le altre testimoniano la tendenza di Modugno verso il globale.
Nel 1974 l’unica sua canzone, Bordolino, pubblicizza un vino argentino:
Ricorda tantissimo La lontananza: entrambe hanno l’inizio e il finale recitati, entrambe si concludono con un ciao:
«ciao, amore,
ciao, non piangere
vedrai che tornerò»
«ciao Bordolino!»
Spero che non abbia fatto questa cosa per soldi o per avere più successo nel mondo. Quelli, gliel’aveva assicurati Volare. (Lo avrà intuito nel 1960 mentre Elvis Presley trasformava Io in Ask me.) Spero che l’unica ragione fossero delle casse di vino.
III
IL SEGRETO
Metti che Ciclamino diventa uno di quei figli che fanno le domande ai genitori e a 7 anni mi chiede: «pecché modunio?» – cosa gli rispondo?
«Perché sì.»
«e pecchè?»
«Pec- perché sì, stop.»
Sono certo che così interverrebbe quella scassacazzi meraviglia di sua madre a sbriciolarmi i coglioni esortarmi ad argomentare con maggiore accuratezza.
«Perché… è il cantore della leggerezza.»
«?»
«E come sicuramente saprai, quando nomino la leggerezza penso a Calvino.»
«?»
«Alle lezioni americane, che sicuramente avrai studiato all’asilo.»
Credo che Modugno sia calvinianamente leggero, ma non per le prime ragioni che mi vengono in mente. È vero che l’ultima parte della lezione americana si focalizza sulla luna e la luna ricorre spessissimo nel canzoniere modugnano: Notte di luna calante, Lu grillu ‘nnamuratu, Bagno di mare a mezzanotte, Vecchio frack, Sortilegio di luna. Solo che questa spiegazione non mi soddisfa. È vero anche che i testi di Modugno sono spessi ariosi, levitanti, svolazzanti:
«’e panne po’ cielo», E vene ‘o sole;
«Volare», Volare;
«il peso sulla luna è la metà della metà», Selene;
«Tutto il mio folle amore lo soffia il cielo», Cosa sono le nuvole.
Spesso, lo sono anche in un senso politico-esistenziale:
«Voglio vivere come rondine che non vuol tornare al nido», Libero;
«da quanti anni non vi arrampicate su un albero?», Un calcio alla città.
Ma ancora non ci siamo.
Per comprendere la leggerezza di Modugno, forse bisogna osservarne la pesantezza. Di canzoni che hanno a che fare con la durezza della vita, la sua discografia è piena; la soluzione dell’enigma dev’essere lì.
Ascolto le canzoni sul lavoro, sulla guerra, sugli amori finiti, sul suicidio, sulla nostalgia, sui disagi sociali.
Mh.
Ne leggo i testi.
Mh.
Nonostante le tematiche, non mi deprimo. Forse perché sono un presomale che diffida dell’allegria e gode della sofferenza. No. C’è qualcosa che mi sfugge.
Le riascolto. Le ririascolto.
Mh.
Le cerco su youtube.
Ecco! È tutto chiaro.
Guardate:

Secondo voi, di cosa canta?
a) amore
b) felicità
c) suicidio
d) vino Bardolino
Del principe Raimondo Lanza di Trabia, suicidatosi nel 1954.
E qui?

Scommetto che non avete pensato a un soldato che «da tre mesi» aspetta dall’amata «una lettera che ormai non arriva più» e sospetta che lei giura agli altri «lo stesso amore eterno» che giurava a lui.
Insomma, quando il mio piccolo Cic avrà letto le lezioni americane ma si ostinerà a chiedermi «pecché Modunio è leggero?», gli risponderò: «Pec- Perché sorride». A volte, quando canta i brani più struggenti, prova a nasconderlo, ma io so che quel sorriso è lì, comunque. Guardatevi questo live di Amara terra mia dal secondo 41 al 45:
In modo epilettico, le labbra salgono e scendono, salgono e scendono, salgono e scendono: indecise, vorrebbero salire a sorridere, ma devono scendere a soffrire.
Al mio Cicletto farei guardare ore e ore questo video di Modugno che canta una canzone sul rapporto uomo-macchina a un bimbo e non si capisce quale sia l’adulto e quale il poppante:
Ma sto confondendo un po’ i piani.
Da una parte c’è una miracolosa capacità di trattare temi complessi e pesanti con allegria e leggerezza. (Dai, so che il pezzo è lungo e sembra non finire mai, ma vi butto un altro esempio: Stasera pago io:
Enzo Giannelli ha scritto che l’unica trovata di questo brano è l’interpretazione, «che piacque soprattutto a un pubblico dal palato poco esigente». Stavo per riempire tre o quattro periodi per elogiarla: ringraziate Enzo.)
Dall’altra – probabilmente questo secondo elemento è la causa del primo – c’è l’onnipresenza e l’onnipotenza del suo sorriso. Eccolo, il segreto di Modugno, l’arma con cui ha conquistato il mondo e – ed è questo ciò che conta davvero – il mio cuoricino: il sorriso.
Non ci sono riprese delle registrazioni negli studi discografici, ma sono pronto a giocarmi le palle sostenendo che anche lì, anche dove non c’erano telecamere, le sue labbra salivano, salivano altissime, levitavano – volavano.