Un festival è fatto solo di domande. Tutto si riduce a «L’hai visto? Ti è piaciuto?». E la risposta si perde nell’aria, nella terza fila della giornata, in cui lo steward combatte con un ragazzetto che gli sta spiegando che a questo mondo le regole devono essere rispettate. E lo steward gli insegna una cosa ancora più importante: quelli che contano più di te arriveranno sempre prima. Ma al ragazzetto non importa veramente, perché si rimette in fila e dice alla ragazza che gli sta a fianco «Hai visto come si fa?». Entro. All’interno c’è l’omaggio a Lelio Luttazzi. Attore, regista, compositore, showman, carcerato. Fu accusato di spaccio di stupefacenti insieme ad un altro gigante della tv italiana: Walter Chiari. Dopo 27 giorni fu rilasciato e scagionato completamente, ma l’esperienza gli rimase attaccata fino alla morte. Viene presentato un film dal titolo esplicativo L’illazione. È un apologo sulla giustizia e sulle forme del potere. Lo sguardo di Luttazzi è naif, sospeso tra Antonioni e Pasolini. Cinema raro. Se il cognome non vi suona completamente nuovo è perché un certo Daniele Fabbri prima di farsi cacciare dalla tv italiana per aver intervistato Travaglio nel lontano 2001, decise di intraprendere la carriera di satiro proprio assumendo quel cognome come omaggio ad un grandissimo della cultura italiana.
Decido di non infilarmi in sala stampa e sedermi fuori all’aperto per beccarmi il sole che ad ottobre ha scombussolato completamente il mio corpo e il mio cervello. Di solito di questi tempi sono abituati a farsi di aspirine, tachipirine, borse calde. Rendendo utile, per un solo momento, il negoziante senza iva che al semaforo ti vende quei dannati fazzoletti che non hai mai in tasca quando il naso diventa una perdita di umori e liquidi. Ma quest’anno non funziona così. Mi piazzo sui gradini, apro il mac per far finta di scrivere qualcosa mentre uso il monitor come specchio riflettente, e mi godo questo incredibile privilegio. Una ragazza mi travolge, nel senso che mi rovina addosso mentre cerca di raggiungere il red carpet. Dietro di me passano i ragazzi di Twilight. Lei non capendo neanche cosa sia successo si rialza, si controlla lo smalto e rincomincia a correre. Io visibilmente scosso cerco rifugio in una sala. Ostende di Laura Citarella è un’opera prima, fatta di silenzi, sguardi e dialoghi logorroici. Qualcuno ha detto Rohmer che incontra Hitchcock: perfetto. Il film ragiona sul potere della visione, sul bisogno di raccontare storie e di riflesso sulla funzione del cinema nella nostra vita. Per un’opera prima e indipendente mi sembra pure troppo. Avercene. Non è d’accordo la signorina inglese che sprezzante del pericolo rivolge una formidabile domanda alla regista presente alla proiezione «Ma secondo lei perché un film così brutto stato scelto per un festival?». Vorrei risponderle di andare a vedere i film italiani in concorso, ma la regista mi precede e dice «È un film, può piacere e non può piacere, sento delle cose che devo raccontare e qualcuno sente le mie stesse cose e questo mi aiuta a fare cinema e ad andare avanti». E così diventa difficile capire se è più bello il film o lei. Una ragazza mi si avvicina e mi chiede se voglio fare un casting per una pubblicità. Le rispondo che non amo la pubblicità, che il consumismo sta uccidendo l’ultima fiammella di unicità che c’è in noi e che dovrebbe leggersi No Logo di Naomi Klein. Le rispondo così, perché c’è una ragazza che mi piace che mi sta guardando e fare finta di non essere vanitoso e di non cedere a qualsiasi tipo di richiamo narcisistico, mi sembra una mossa infinitamente intelligente e degna di essere seguita. La ragazza se ne va. Provo a seguirla e mi ritrovo dentro la sala Petrassi per la proiezione de I primi della lista di Roan Johnson. Il film è italianissimo, come il regista nato a Londra, ma cresciuto a Pisa.
Essendo una proiezione italiana, c’è il solito salotto di amici, gente che conosce altra gente, uffici stampa (su cui si dovrebbe scrivere un capitolo a parte) e quel gran senso di amore e unione che si avverte in queste situazioni. Il film narra il gesto folle e divertito di tre ragazzi che nel lontano 1970 chiesero asilo politico all’Austria perché convinti che in Italia ci fosse stato un colpo di stato. Il film è scanzonato, guarda per la prima volta gli anni di piombo da una prospettiva goliardica e senza dover costruire moralismi di nessun tipo. Non vuole dire più di una risata, ma riconoscere i propri limiti è già un successo. All’esterno lo steward filosofo, che ho scoperto esser soprannominato da tutti Piton per la grande somiglianza con il personaggio della saga potteriana, inveisce contro un gruppo di vecchie signore rimaste chiuse nel bagno. Anche lui in accordo con i modi del festival fa una domanda «Perché siete rimaste chiuse dentro?». Anche lui non riceve nessuna risposta. 

