Passo velocemente dal giorno alla notte. La corsa è spudorata e mi lascia senza fiato. In sala Petrassi stanno per dare il nuovo documentario di James Marsh: Project Nim. L’autore è lo stesso di Man on Wire. Le aspettative sono innumerevoli. Mi siedo sopra una signora senza rendermene conto. Lei se ne rende conto eccome e mi invita al posto a fianco a lei. Anche con una certa gentilezza. Il film parte. Nel 1970 dei ricercatori, linguisti, psicoanalisti decisero di allevare uno scimpanzé come se fosse un bambino, per vedere se, crescendolo all’interno della comunità degli uomini avrebbe imparato anche a comunicare. Avrebbe imparato il nostro linguaggio. Il film non si interessa molto all’esperimento in sé, ma si focalizza sui vari personaggi che si avvicinano e si allontanano a Nim. La donna accanto a me piange. A me lascia indifferente. Anzi vorrei dirle che in fin dei conti l’unica cosa che racconta il documentario è perché io e lei siamo seduti su delle poltroncine, in un ambiente riscaldato a vedere delle immagini in movimento che chiamiamo film. Il motivo è che alla fine dei conti, oltre ad essere dotati di un’intelligenza superiore (nel migliore dei casi) siamo anche l’animale più spietato di tutti. La donna continua a piangere. Gli accreditati da una parte, quelli con il biglietto dall’altra.
È più o meno l’immagine di ogni festival. Un uomo con biglietto si avvicina ad un uomo con l’accredito chiedendogli cosa sia quella cosa che gli penzola dal collo. L’accreditato risponde che è un accredito. L’uomo col biglietto scuote la testa. L’accreditato gli spiega che è un pass per accedere a tutte le proiezioni del festival. L’uomo rimane perplesso. Gli chiede dove l’ha trovato. L’accreditato gli spiega di averlo avuto dopo aver compilato una richiesta di accredito. L’uomo rimane sulle sue, in silenzio, poi torna alla sua fila. Mi chiedo perché abbia comprato il biglietto per Babycall di Pal Sletaune. E una volta entrato in sala mi chiedo perché io che non l’ho neanche dovuto comprare mi sono fatto incastrare dal mio cervello ad entrare a vederlo. Il cervello risponde che gli sembrava interessante perché è un film norvegese con venature horror ed era stanco di vedere documentari. Io tra uno sbadiglio e l’altro lo ringrazio, facendogli notare l’assurdità della trama, i pezzi incastrati per far tornare ogni risvolto e che tra poco lo sfiderò mostrandogli un altro documentario. Anche lui si azzittisce, nel finale chiuso da un freeze frame che gela l’ultima vaga possibilità di non aver perso un’ora e quaranta della mia vita. Ma certe volte dai brutti film si impara di più.
Mi metto in fila per vedere 11 metri di Francesco Del Grosso, documentario sul grandissimo capitano della Roma Agostino di Bartolomei. Ad un festival diventa necessario saper evitare la gente. Il vicino che ti è accanto spesse volte non ha niente a che fare con l’amore per il cinema, emana odori discutibili e ogni tanto è convinto che essere in una sala o nella propria vasca da bagno non comporti molte differenze. Quindi mi preparo moralmente per i vari tifosi della Roma che aspettano trepidanti capitan futuro De Rossi e che si vorranno sollazzare con le vecchie glorie romaniste presenti alla proiezione. Non accade nulla di tutto ciò; c’è un bisbigliare continuo, un fare salotto (è pur sempre un’anteprima italiana) ma le persone sono qui per guardare. Aspettano tutti che il film abbia inizio. Il calcio ad ogni modo è sempre un miracolo. Di Bartolomei un uomo che non conoscevo. Il documentario di Del Grosso è fatto col cuore, senza utilizzare mai il dolore, senza avere come obiettivo le lacrime o gli scontati omaggi. È il vivido ritratto di un uomo diventato un re e della sua caduta. La dipartita significa fare i conti con la propria immagine, fare i conti con l’anonimato, doversi sentire, come Agostino scrisse prima di spararsi chiuso in un buco. È un documentario che fa il paio con quello su Francesco Nuti presentato sempre al festival la scorsa edizione. Non sentirsi considerati, non fare più parte della grandezza, dover accettare un’immagine di sé che non corrisponde più a quella che hanno gli altri. È il dramma di quest’umanità spettacolare(izzata). Che investe tutti, anche persone riservate, serie e umanissime come Agostino. Finita la proiezione gli applausi sono scroscianti, le facce livide, i singhiozzi tutti finiti. Vorrei tenere tutto di questo film, ma tornano alla mente due momenti. Di Bartolomei che dà l’addio al calcio (e io mi sento schiacciato e annichilito in un momento in cui tenerezza e beffa si mischiano indissolubilmente). E il racconto della moglie, Marisa, su come sia riuscita a tornare alla normalità. Dice «Ci siamo ricordati delle risate, degli scherzi che ci faceva Ago, del suo volto sorridente». E la mia mente viaggia verso tutto l’amore per il calcio, le belle stagioni con le ginocchia piene di sangue e quell’uomo dai capelli lunghi che cantava remember laughter. 

