Un festival è uno dei tanti microcosmi che riflette il cosmo più grande. Uno dei rapporti più interessanti da osservare rimane quello di sudditanza. Ce ne sono in continuazione, ad ogni angolo, improvvisati, nati per caso. Quello che mi affascina sempre è il maestro e l’allievo. La scena solitamente si svolge così. Fila: un signore anziano che gironzola per i festival da una vita senza compagnia e senza nessuno con cui stare, volge lo sguardo a destra e sinistra. Appena nota un malcostume, un’inettitudine o un inconveniente incomincia a sbuffare. È il suo modo per attaccar bottone. In verità non gliene frega nulla di quello che sta accadendo. Ha perso ogni interesse per giustizia, equità e rispetto. Ma può elevarsi a giudice e allacciare qualcuno al suo amo. Così si gira velocemente verso la persona che ha individuato come possibile allievo (detto anche cavia-suddito) e instaura con lui un primo accordo. Le sue parole di schernimento oltre a palesare il suo giudizio severo verso ciò che sta accadendo, comunicano al giovane che lo sta ascoltando qualcosa del tipo ok, ho voglia di rendermi interessante, dammi cinque minuti della tua attenzione, questo mi permetterà di tornare a casa e non tirarmi un colpo in testa. Ora il giovane non è il primo fesso arrivato. Conosce bene questi tipi. Lì conosce bene perché ne va in cerca anche lui. In definitiva è un bellissimo rapporto d’amore. Il vecchio necessita dell’allievo. Il giovane necessita del maestro. Entrambi vogliono sentirsi utili e necessari. Il giovane accettando l’uomo che ha davanti come maestro e persona di infinita saggezza si pone come il prescelto a cui questa conoscenza è elargita. Diventa un allievo, assume un ruolo. In questo modo la scarsa considerazione di sé viene sostituita da una momentanea sensazione di benessere. Il maestro smette di essere il vecchio solitario e l’allievo smette di essere il ragazzetto con i capelli tagliati male che pensa che vadano ancora di moda i jeans strappati. La discussione termina con grandi sorrisi, con il maestro (almeno i più bravi) che proferiscono parole come però sei sveglio tu e con il giovane che si ricorda dell’uso del Lei mentre la sua bocca avanza un spero davvero di rivederLa presto. Ovviamente non si incontreranno mai più e se succederà ci sarà solo un velato saluto. Entrambi sanno che non si può fingere due volte di seguito con la stessa persona.
Mentre penso tutto ciò sono in fila per vedere il documentario Catching Hell di Alex Gibney. regista premio oscar per Taxi to the Dark Side. Anche lui ragiona su quegli strani rapporti che si creano tra le persone, nel suo caso la vittima e il carnefice. Durante la finale di lega tra Chicago Cubs e Florida Marlins, un povero sconosciuto di nome Steve Bartman commette l’errore più grande della sua vita. La scena viene riproposta all’infinito durante la partita. I Cubs perdono, Bartman (che tra l’altro è tifoso dei Chicago) diventa il capro espiatorio. Il documentario è chirurgico nel mettere a fuoco questo primitivo fenomeno. Bartman diventa la vittima di milioni di persone che sfogano su di lui le proprie angosce, le proprie frustrazioni. Il suo volto è riproposto all’infinito. La domanda, anche, è quella giusta: perché? Perché dare la colpa ad un gesto del genere, ad un poveraccio che ha fatto quello che altre milioni di persone avrebbero fatto al posto suo? Gibney però prende tante strade (il problema dei media, le testimonianze di chi c’era, la ricerca di Bartman) e cicca la risposta. A dire il vero, gliene sono grato. Preferisco sempre l’opera che mi lascia pensieroso a quella che mi fa tornare tutti i conti. Ma allora mezz’ora in meno sarebbe stata perfetta. Avrei potuto mangiare qualcosa prima della nuova proiezione. Avrei potuto fare anche un salto in toilette. E perché no, improvvisare qualche gioco nella sala stampa. E invece no. Da bravo primitivo non mi riesce di meglio che dare la colpa a Bartman.
Esco fuori e incontro una ragazza che mi dice che nel film su Marilyn dovevano prendere una più bella per interpretarla. La guardo perplesso, la ringrazio per l’approfondita analisi post-strutturale e mi dirigo a vedere A week with Marilyn di Simon Curtis. Ora senza fare tanti giri di parole il film è davvero bello. Michelle Williams che interpreta Marilyn è divina. La guardo per tutto il tempo chiedendomi come si possa interpretare la più grande icona femminile del ‘900 senza sembrare una macchietta. Senza trovare una risposta mi accorgo che di fianco a me c’è il vecchietto-maestro della fila precedente. Non riesce a vedere bene lo schermo. Visto che in qualche modo debbo ringraziarlo perché mi ha offerto l’apertura per il pezzo che state leggendo, tolgo il mio giacchetto dalla poltroncina che ci separa e gli faccio segno che può spostarsi lì. Lui ringrazia, io mi sento un benefattore e tutto è perfetto. Solo che poi due dietro di me si spostano a loro volta, perché il vecchietto migrando nel posto vicino al mio gli impedisce la vista. I due vanno a posizionarsi proprio nella fila davanti a me. Non vedo più nulla. Ma non importa. Mi domando se sono innamorato di Marilyn o di Michelle Williams. E l’unica cosa che spero è di averle insieme come in una dissolvenza incrociata.
