Festival dei Popoli 52 #2
Sul finire dei suoi primi dieci anni, qui compiamo una piccola rivoluzione, abbandonando il nostro formato classico – quello del magazine culturale a cadenza vagamente quotidiana – per presentare ogni mese un solo saggio e un solo racconto. Da queste pagine 24 autori ogni anno proporranno il loro filtro sul reale, manipolando inevitabilmente la personalità di Dude mag: ed è una cosa che ci rende enormemente curiosi.
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Festival dei Popoli 52 #2

Reportage per organi soli.

Firenze si gira a piedi o in bicicletta con una certa facilità. Raggiungi tutto nel giro di pochi minuti. O almeno così credo quando appena aperti gli occhi mi dirigo verso Le Murate Caffè. È qui che ogni mattina avvengono gli incontri con i registi dei film in programma. Ti fa sentire molto a casa, o in quei vecchi racconti in cui le grandi famiglie si riunivano intorno al fuoco. Tutti sono disposti a cerchio, non c’è differenza tra un giornalista, un regista o un semplice curioso. Una bella democrazia d’amore per il cinema. Arrivo con il volto paonazzo e il naso gocciolante di chi è convinto di potersi permettere una passeggiata mattutina in virtù di un’età anagrafica che lo fa rientrare nella categoria Giovani. Una signora di chiare origini sudamericane mi fa spazio. Punto la mano destra verso la bocca per coprire un ignobile sbadiglio. Sono strafatto di sonno anche se ormai è ora di pranzo. L’incontro è tutto in inglese. Italiani che parlano in inglese, spagnoli che parlano inglese, inglesi che parlano inglese. Annoto, scatto qualche foto, cerco di avere uno sguardo perspicace. Qualcuno abbocca e senza capir bene il motivo mi ritrovo in mano un microfono. Tutti mi guardano e aspettano una risposta alla domanda «Che ruolo ha la libertà nelle vere democrazie?», roteo gli occhi sperando di svenire o di trovare il volto di qualcuno che mi indichi una via d’uscita. La salvezza arriva dalla signora sudamericana seduta al mio fianco. La donna è Mercedes Alvarez, regista del film Mercado del Futuro. Il microfono non era per me. Mi scuso, mi alzo, faccio per andarmene e sento una voce «Il microfono». Torno indietro, porgo il microfono alla signora Alvarez e per districarmi dalla situazione le faccio i complimenti per il film. Lei mi fa «L’ha già visto?» io rispondo «No» lei mi guarda interrogante. Provo a riprendermi «Volevo solo essere carino». Lei sorride «Questo è molto italiano». La donna entra prepotentemente nelle mie grazie. Sentirsi colti in flagrante assolve il mio costante senso di colpa (anche se non ho fatto nulla). Ho bisogno di qualcuno che mi punisca. E non è che sia propriamente un masochista; semplicemente mi fa sentir bene. Vi sarà capitato. Così, quando nel pomeriggio vedo il film, sono già schierato. Dalla sua parte ovviamente. E potete pure non credermi. Potrete anche pensare «È solo un masochista, non prendiamolo in considerazione, i masochisti non sono gente per bene» ma il documentario di Alvarez è superbo. Racconta la perdita degli oggetti e della memoria e di come viviamo in un mondo sempre più etereo e non controllabile. Ci sono almeno due scene memorabili. La prima racconta l’appropriazione del reale da parte del virtuale. Uomini in camicie arrotolate che muovono il mondo parlando di tassi di interesse, di finanziamento, di percentuali (no, spread non lo dicono, ma in sala ci pensiamo tutti). L’altra presenta un vecchio uomo seduto di fronte a quello che rimane della sua vita: cianfrusaglie, ricambi, pezzi di cose per assemblare altre cose. La sua casa come negozio. È una realtà fatta di detriti, di perdita del centro della società umana (la casa appunto) in cui l’unico valore riconosciuto, che regola ogni rapporto è l’utilità.

Provo a fare la spesa al mercato S. Ambrogio, ma mi ritrovo a mangiare pomodori secchi con pecorino e crudo in un vinaino, tipici locali fiorentini che trapianterei volentieri a Roma. Non ho molta resistenza e ci infilo anche un bicchiere di vino. Una ragazza mi ferma per strada e mi chiede quale è l’ultimo libro che ho letto. Penso al primo titolo che mi viene in mente e sparo Il pasto nudo, «di Cronenberg» risponde lei, «di Burroghs» rispondo io, lei si scusa, io le dico «capita» e lei mi chiede se sono interessato ad iscrivermi alla sua associazione culturale non mi ricordo il nome e probabilmente non l’ho mai capito. Le dico che vado di fretta, lei dice che rispondono tutti così, io le dico che non mi piace iscrivermi a nulla, lei mi dice «stronzo», io le rispondo «riservato». Wild Thing è un film di Jerome de Missolz. Praticamente quest’uomo ha deciso di fare un documentario sulle sue memorie da fruitore di musica rock. È una cosa che può fare chiunque. È tirarmi dentro casa sua dicendomi che c’è qualcosa di bello da vedere per poi mostrarmi la casa di un altro. Così risulta vedere uno dietro gli altri, gli Stones, i Beatles, Bowie, i Velvet Underground. Ci si rende interessanti a spese degli altri. Un po’ come quelli che non hanno nulla da dire e se ne vanno in giro con l’amico fico che riscuote sempre successo. Sono tante belle canzoni, aspetto ogni nota apprensivamente, ma o fai le Histoire(s) du cinéma oppure i tuoi ricordi sono una tipica mise in scene narcisistica che tutta al più rispolvera il bisogno inappagabile che abbiamo di apparire. Ho fame.

Mentre attraverso quello che penso sia Ponte Vecchio scatto una foto che mando a mio padre. Nessuna risposta. Mangio in una pizzeria insieme ad una famigliola: madre e due figli. Se non ci sono tavoli liberi ti ritrovi insieme a dei perfetti sconosciuti. La cosa mi piace molto. Faccio gli occhi dolci alla madre mentre ascolto l’esperienze del piccolo a cui un insegnante zelante ha messo una nota per aver impiastricciato il registro con il panino prosciutto e formaggio preparato dall’attenta mamma. La madre chiede se il panino era buono. Mio padre prova a richiamarmi «Che c’è?». «Ti ho mandato una foto.». «Di cosa?». «Di Firenze.». «Sei a Firenze?». «Si.». «E non mi dici nulla.». «Ti ho mandato la foto.». «Quale?». «È sul tuo telefono.». «Non sono capace a vederle.». «Bè trova un modo». «Ciao allora.». «Ciao.». The Black Power Mixtape 1967-1975 di Goren Olsson inzia quando gli occhi ormai stanno cercando di abbandonarmi. Ma resisto, sono curioso di vedere questo Found Footage. Di solito in questi casi il regista ha messo insieme materiale preesistente, alterandolo, dandogli un particolare senso, manipolandolo a suo piacimento. In Italia trovate i capolavori della coppia Gianikian – Ricci (Dal Polo all’Equatore, Prigionieri della guerra). Olsson rimane molto più in disparte, si limita ad incolonnare i reportage che la tv svedese fece tra gli anni ’60 e ’70 sulle Pantere Nere. Il suo occhio è quindi più sui media e su come un evento venga riproposto e raccontato. L’analisi però passa inosservata, sovrastata dalle persone che nel tempo si avvicinarono o fecero parte di questo grande movimento di protesta per i diritti dei neri. Tra tutti Angela Davis. Rinchiusa in carcere, viene avvicinata da un giornalista della tv svedese che le chiede se le Black Panter ricorreranno alla violenza per ottenere ciò che vogliono. La Davis è emaciata, provata, piena di rabbia. Dice «Parla del nostro movimento, come se la violenza fosse stata una nostra invenzione. A sei anni ricordo mia madre che entrò in macchina e corse a prendere un’altra madre. Avevano ucciso suo figlio e sa perché? Perché era nero e camminava per strada.». Arriva un msg di mio padre.

Marco Fagnocchi
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