Festival dei Popoli 52 #3
Sul finire dei suoi primi dieci anni, qui compiamo una piccola rivoluzione, abbandonando il nostro formato classico – quello del magazine culturale a cadenza vagamente quotidiana – per presentare ogni mese un solo saggio e un solo racconto. Da queste pagine 24 autori ogni anno proporranno il loro filtro sul reale, manipolando inevitabilmente la personalità di Dude mag: ed è una cosa che ci rende enormemente curiosi.
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Festival dei Popoli 52 #3

[…] e lasciandomi amare il cinema come se fosse la prima volta. In fondo amare è una questione di fantasmi. Sono sul treno.

Ciò che ha potuto affermare il cinema è che viviamo sempre all’interno di una dissolvenza che ora è vivida, ora scompare. Continuamente.

Quando per mail mi viene comunicato che ha vinto Armand 15 Ans l’Etè (nel fotogramma d’apertura) di Blaice Harrison esulto come avessi vinto io e ho un leggero tonfo al cuore. Sono passati circa tre giorni da quando l’ho visto ma ogni momento è buono per rimandarlo in sovrimpressione nella mia mente. Penso a dove mangiare e vedo il protagonista Armand al lago che si gode l’estate, mando un msg ad una ragazza con i capelli rossi e ritrovo Armand a guardare i fuochi d’artificio, passo in farmacia per combattere l’improvviso attacco di tosse e ancora Armand fa capolino mentre spiega alla madre come sia dura andare a scuola. È un film in cui ogni passo è necessario, ogni colore è dolce e amaro; un racconto incredibile di quel momento di passaggio che è l’estate prima del rientro a scuola. Un’idea di una semplicità disarmante, un miracolo di leggerezza e poesia. Che però mi distrugge dentro. Sergio mi dice di intervistarlo, io gli rispondo che non lo voglio fare, lui mi dice che sono pazzo, che uno che gira così al suo primo film è perfetto per DUDE. Lo so, sono perfettamente d’accordo, ma ho una grande paura, letale. Il regista è alto, dinoccolato, occhiali e naso a punta, avrà vent’anni. Spero che ne abbia almeno 30 o 40 di anni perché fare un film del genere vuol dire essere già dei registi consumati o dei giovani (eh su, dillo, altro che giovane, giovanissimo, sembra te 10 anni fa) geni; per il mio amor proprio sarebbe davvero troppo. Ma devo combattere i miei demoni. Mi avvicino per chiedergli un’intervista, lentamente, impaurito. Così rimango ambiguamente contento nel vederlo scappare, improvvisamente, a gambe levate verso il bagno. Decido che lo rincontrerò successivamente. È un sollievo delle volte non sapere la verità. 

A Firenze mi sono dovuto scontrare tutto il tempo con le chiese. Non che non mi piacciano, ho solo una grande intolleranza per chi le gestisce. Le chiese mi piacciono moltissimo di per sé, anche perché mi sembra siano i cinema prima che il cinema fosse inventato. Penso a tutta una serie di analogie che riporto sul mio taccuino (in verità scrivo sull’iphone, però già solo la parola taccuino mi rende un avventuriero, un uomo di altri tempi e mi piace) Penso che sono entrato gratuitamente, mostrando il mio badge da giornalista. Il badge è vero, è a mio nome ed è stato autorizzato dal Festival, ma io non sono un vero giornalista. Oddio forse lo sono, però l’ordine non mi ha mai riconosciuto come tale. Nessuno ha attestato che io lo sia, nessuno mi ha mai detto «Sei un giornalista». Basterebbe per esserlo? Scriverei articoli più densi e illuminanti, non sbaglierei più un congiuntivo, sarei reale e non finto? È un rompicapo insanabile tipo quand’è che un villaggio diventa una cittadina e un ragazzo diventa adulto? Provo a dar risposta con Fake it so real di Robert Greene. È un documentario per chi ama la birra, le camicie da falegname e l’America rurale dei sogni di cartone. Racconta il sottobosco del wrestler indipendente. Non c’è l’epica di nessun Mickey Rourke, ma solo tanti uomini che cercano riscatto e il proprio posto dove stare e sentirsi qualcuno. Funziona perfettamente, come qualcosa di già visto, ma di cui non ci si stanca mai. E che sia tutto finto sono proprio loro che lo dicono; chi vince, chi perde, tutto è già deciso, però poi il sangue fuoriesce realmente, quello non riesce più ad alzarsi dal letto, quell’altro deve subire un’operazione all’occhio, a quell’altro è preso un ictus. Per fingere bisogna essere molto reali.

Esco dalla mia stanza per inseguire un treno che sto per perdere. Poco prima del portone incappo in due signori fiorentini che mi guardano imbronciati. Fa molto freddo, ho scordato chiaramente qualsiasi forma di sciarpa e il mio trolley sta per abbandonarmi. Mi interrogano: «Lei sa nulla?». «A proposito di cosa?». «Di quello che è successo stamattina». «Cosa è successo?». «Ma lascialo andare Umberto». «E fammi parlare… anno sa niente dei televisori?». «In che senso?». «Ad un certo punto si sono oscurati». «Ah». «Non sa nulla quindi». «Eh no direi di no, non la guardo la tv». «Come è possibile». «Ma così, che ne so, non mi piace, poi neanche abito qui». «Che significa che non abita qui?». «Umberto vieni qua, leggi che c’è scritto alla porta». La coppia di anziani incomincia a festeggiare; si baciano con trasporto. Firenze passa al digitale terreste e un antennista arriverà nel pomeriggio per sistemare tutti i vecchi televisori sprovvisti di decoder. I due mi salutano con affetto. Io corro in modo sgangherato. Come al solito escludendo Armand (ormai lo chiamo come se fosse il mio migliore amico) non ho visto quasi nessuno dei film premiati. Tra il trolley che frana tra i sampietrini e il freddo che mi punge in ogni parte del corpo, trovo il tempo per ricordare due film. Due film che non c’entrano assolutamente l’uno con l’altro. Il primo si chiama L’ambassadeur e Moi di Jan Czarlewski, corto-documentario svizzero. Una specie di Nanni Moretti rompiscatole e capellone segue il padre ambasciatore. In quindici minuti si racconta il difficile rapporto padre e figlio con uno humor imprevisto e che sfugge al controllo. Quando il tono surreale sembra l’unica chiave di volta del lavoro, arriva il finale dolce e commovente. Spero riusciate a recuperarlo. L’altro è Brise-glace. Un film che probabilmente non riuscirò a vedere mai più. Sono entrato nella sala e ho aspettato come se dovessero mostrarmi il sacro Graal. È l’opera di tre registi lontanissimi tra loro: Jean Rouch, Titte Tornroth, Raoul Ruiz. Racconta il lavoro di un tritaghiaccio e della sua ciurma, declinato da tre differenti punti di vista. Già la visione di un’opera così rara, datata 1988, compiace il cinefilo incallito o lo spettatore d’occasione, nella consapevolezza di star assistendo a qualcosa di raro. In più c’è la possibilità, anch’essa rarissima, di ammirare il genio di Ruiz. Scomparso questa estate, è uno dei più grandi manipolatori di storie che il ‘900 c’abbia regalato. Anche qui conferma tutta la sua potenza trasformando il documentario in un racconto di spettri. E lasciandomi amare il cinema come se fosse la prima volta. In fondo amare è una questione di fantasmi. Sono sul treno.

Premi Dude

Miglior Documentario Armand 15 ans l’été (Francia)

Miglior Regia Mercedes Alvarez per Mercados de Futuro (Spagna)

Miglior Speciale Fake it so Real (U.S.A.) – Cave of Forgotten Dreams (Germania)

Miglior Cortometraggio documentario L’ambassadeur & moi (Svizzera)

Premi Ufficiali

Miglior Documentario Armand 15 Ans l’été (Francia)

Miglior Regia Wojciech Staron per Argentynska Lekcja

Targa Gianpaolo Paoli per il miglior film etno-antropologico People I Could Have Been and Maybe Am

Menzione speciale L’Estate di Giacomo Miglior cortometraggio

Documentario Vakha I Magomed di Marta Prus (Polonia)

Menzione Speciale Cortometraggio L’Ambassadeur & Moi di Jan Czarlewski (Svizzera)

Marco Fagnocchi
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