E se l’ironia fosse la chiave dell’estetica contemporanea?
Sul finire dei suoi primi dieci anni, qui compiamo una piccola rivoluzione, abbandonando il nostro formato classico – quello del magazine culturale a cadenza vagamente quotidiana – per presentare ogni mese un solo saggio e un solo racconto. Da queste pagine 24 autori ogni anno proporranno il loro filtro sul reale, manipolando inevitabilmente la personalità di Dude mag: ed è una cosa che ci rende enormemente curiosi.
2022
01 gennaio
Dude Mag
03 marzo
Alessio Giacometti
05 giugno
Simone Vacatello
07 novembre
Marco Montanaro e Gilles Nicoli
09 gennaio
TBA
TBA
10 febbraio
TBA
TBA
11 marzo
TBA
TBA
12 aprile
TBA
TBA
×
×
È arrivato il momento di iscriverti
Segui Dude Mag, dai!
6430
https://www.dudemag.it/arte/e-se-l-ironia-fosse-la-chiave-dell-estetica-contemporanea/

E se l’ironia fosse la chiave dell’estetica contemporanea?

  Escludendo per semplicità e fiducia nella statistica che tu che leggi questo articolo non sia un perfetto eremita è probabile che almeno una volta in questi ultimi tempi, diciamo quattro anni, abbia visto un ragazzo con una barba “ironica”. No? Forse allora una ragazza vestita come tua zia Pinuccia nel 1986, un vestito con […]

 

Escludendo per semplicità e fiducia nella statistica che tu che leggi questo articolo non sia un perfetto eremita è probabile che almeno una volta in questi ultimi tempi, diciamo quattro anni, abbia visto un ragazzo con una barba “ironica”. No? Forse allora una ragazza vestita come tua zia Pinuccia nel 1986, un vestito con le spallucce o, magari, un pantalone a vita altissima.

Mettiamo pure che tu non abbia visto nulla di tutto ciò, avrai allora visto Giuliano Ferrara col rossetto che difende (secondo me giustamente) Berlusconi dalle accuse di sfruttamento della prostituzione? Se te lo sei perso allora è ragionevole ipotizzare che tu abbia visto almeno uno, dico uno solo, con un cappello ironico, un’opera di un artista contemporaneo che sia fatta da selfie sorridenti o da performance piene di monocigli e ananas stilizzate sullo sfondo.

Ora, che razza di lista sarebbe quella che ho appena fatto? O meglio: cosa lega questi fenomeni tra loro? É l’ironia

Volendo essere più precisi sembra preponderante un determinato sottoinsieme dell’ironia, l’autoironia. Certo, Ferrara è un personaggio a sé, non posso portarlo a esempio che mi permetta di generalizzare, ma che i baffi, le pettinature e l’abbigliamento puntino all’ironia è un’evidenza che è ragionevole prendere come dato di partenza. Filippo Facci fuma la sigaretta dal naso? Uno dei programmi più di successo nelle radio italiane è La Zanzara di Radio24? Non sarà mica un caso. Altrimenti si è ipocriti. La presa in giro, la risata, come anche il sorriso, generano like, ascolti, click e quelli son soldi e visibilità. Che poi le due cose in ben più di un’occasione si equivalgono. É la dittatura di internet che proclama un meme vivente come Antonio Razzi all’immeritato successo?

Certo Razzi mica fa ridere perché vuole far ridere, lui non capisce nulla, tuttavia il succo rimane lo stesso: Ironia e se si può auto-ironia su tutto. «Ma sì Martina! Facciamoci un selfie davanti a questo mucchio di immondizia qui a Napoli!, tutti capiranno quanto intelligenti siamo a far dell’ironia su questa disgraziata città!».

Ora voi mi direte, ma mica è l’ironia eh, sono gli anni novanta! Sono i colori che sono rimasti nello strascico degli anni ‘80 e dal po’ di psichedelia che prendiamo dai ‘70 per le magliette. Il vintage e gli anni ‘90 ecco cosa pensate sia. Ma, di nuovo, il succo non cambia: il vintage, senza dilungarsi troppo, non è solamente quell’idea per cui «com’erano belli i tempi», ma una pretesa avanguardia fatta da pezzi e pezzetti di già visto. Icone e un’intera iconosfera su cui passeggia uno con le scarpe da jogging anche se lui a correre non c’è mai andato. E poi, in fondo che c’è di male? Che ogni tempo abbia le sue mode, che ogni decade sia riciclabile e che i leggins siano patrimonio pubblico inviolabile. Perché sentirsi turbati, non c’è motivo. 

Anzi, a pensarci, l’ironia sembrerebbe essere un ottimo modo di gestire l’estetica pubblica a scapito del gerarchizzarsi delle cerchie che ne sono protagoniste, a scapito dei salotti, a scapito dell’ambiente galleristico da Martini con oliva. Se davvero anche i protagonisti, importanti o meno che siano, dell’andazzo artistico e più generalmente estetico contemporaneo prestassero il fianco alla critica, al sorriso fin’anche alla presa in giro, non potrebbe andare meglio. Sarebbe quasi, viene da sognare, ipotizzabile un universo di feedback costruttivi che oltre ad esistere tra pari-livello esisterebbe anche intragerarchicamente, da me signor nessuno fin’oltre la corona di spine del più narciso curatore milanese.

Un mondo in cui, un po’ più razionalmente, avrebbero importanza le idee espresse e meno importanza i familismi e i cognomi. Un mondo in cui per dirne uno, un Franco Battiato o altri come lui smetterebbero di essere idolatrati come dei martiri della sinistra arcobaleno più versata all’esotico e al mistico. Sì lo stesso mistico delle magliette dell’ironico vintage da Op shop.

Il problema è che sebbene l’ironia sia la chiave di questo nostro sconsolato tempo estetico, passepartout di un’intera iconosfera internettara, è uno specchio per le allodole nella stragrande maggioranza dei casi. È l’ironia dei tanti, ma non è dei tanti questa volontà di piegarsi a una democratizzazione e a una ricezione del feedback, del dialogo. Un po’ come un grande blog di Beppe Grillo, certo avete la possibilità di convincervi che ci sia quel dialogo aperto tipico del blog, ma se andate a controllare ci sono diecimila commenti e nessuna risposta del blogger. Altro che feedback intragerarchici, altro che possibili idee che filtrano tra piazza, strada e salotto: è ultragerarchia. È capo versus popolame dell’estetica, oggi come allora. Un’ironia che non va oltre la vostra vita alta, la barba lunga ma curata, la vostra camicia hawaiiana o con l’ananas. Un’ironia che non va oltre l’opera facile di Cattelan o le performance col monociglio disegnato, un’ironia ipocrita come la possibilità di commentare un post di Grillo avendo al contempo la certezza che non esiste nessuna possibilità che risponda.

O magari, e forse è anche peggio, sono le risposte ringiovanite da smile e informalità, se non fosse che nella sostanza sanciscono differenze e limiti con la stessa forza. Non è solamente il ragazzo europeo (o occidentale) cosiddetto “hipster” ad apparire ironico ed essere poi invece uno stronzo di fatto. Non è solamente la ragazza di San Francisco a sembrare una post-hippy vestita da nonna Carmela a dimostrarsi poi tutt’altro che amorevole, tutt’altro che aperta e per niente propensa alla condivisione e all’antigerarchismo.

È l’intera via di fuga che un’estetica contemporanea sta macinando in questi ultimi anni a essere fatta di ironia ipocrita sin dalle sue fondamenta. Internet ha accorciato distanze e ha globalizzato estetiche, ha macinato migliaia di chilometri e ci ha fatto avere un profilo social identico a come ce l’ha Shakira, Adinolfi o Gianni Riotta, ma non c’è distanza che si sia davvero interrotta, non c’è account twitter che tenga. Tom è ancora lì con la lavagna e Mark con le ciabatte e la felpa col cappuccio tuttavia la distanza non potrebbe essere più profonda. Arriviamoci da un’altra strada, con tutta la buona volontà nel cercare insiemi controesempio – che va beninteso sono più d’uno.

Tra conformismo e anticonformismo l’ha vinta il conformismo. E non è questione di lamentarsi dei selfie o dei baffi, è qualcosa di trasversale all’insieme, enorme, di proposte estetiche di quest’ultimo lustro e della risultante che se ne può tracciare a occhio.

 

ps: per pietà e per decenza ho evitato di dire dell’illustrissima stirpe di nuovi ironicissimi idoli delle folle, papà franci e l’idolo dell’essere giovani e del multitasking nonchè presidente del consiglio Matteo Renzi, ma, anche se sarebbe stato attinente alla questione ironica e falsamente simpatizzante una democratizzazione di facciata, ci tenevo a farne un discorso più strettamente estetico e meno, per quanto possibile, politico.

Enrico Pitzianti
Cagliari 1988, è parte della redazione di ARTNOISE e di Dude Mag. È laureato in semiotica, scrive per L'Indiscreto, Motherboard, Gli Stati Generali ed è consulente per SpaceDoctorsLtd.
Segui Dude Mag, dai!
Dude Mag è un progetto promosso da Dude