Vasco Rossi conosce meglio di me l’argomento e per questo ha scritto una delle sue più grandi hit: Rewind. La tecnologia ci consente di accedere ad innumerevoli risorse, ma la più grande innovazione è stata permetterci di vedere e rivedere, sentire e risentire, quando vogliamo, tutto ciò che la cultura Pop ci ha regalato e di cui non riusciamo a liberarci.
Secondo un recente studio, per ogni ora di ascolto musicale nella vita di una persona tipica, 54 minuti sono dedicati a brani già ascoltati. E se ci concentriamo sui film, ci saranno lettori che in questo momento come me ripensano alle mille volte in cui è partito il dvd del Il Grande Lebowski, Gli Aristogatti o Independence Day.
Se questo è con certezza un dato di fatto, sorge spontanea la domanda sul perché lo facciamo.
Kierkegaard rispondeva, a modo suo, più o meno così: «Quello che si ripete è già stato, altrimenti non potrebbe essere ripetuto, ma il fatto stesso che sia già stato, grazie alla ripetizione, diviene qualcosa di nuovo». Il tema non ha affascinato solo il filosofo danese.
Le teorie più significative sulla ripetizione individuano quattro categorie:
1. Abitudine: agiamo come una macchina programmata. L’abitudine è una corsa appena svegli, è l’utilizzo del cucchiaio per la minestra. Il fatto di diventare gesto automatico e regolare diviene parte del loro stesso valore.
2. Dipendenza: entriamo nella soglia delle abitudini sbagliate, nocive. Come la sigaretta appena bevuto il caffè o l’uso del telefono quando si guida. Non dipendono più da noi.
3. Rituali: tra il religioso e lo scaramantico. Non poter entrare in aula a sostenere un esame se non si è ascoltato quel brano portafortuna. Un po’ come il toccare ferro o incrociare le dita. Ciò che li distingue dalle dipendenze, è il valore espressivo che gli riconisciamo. Siamo noi a gestire il rituale e non viceversa.
4. Il pregiudizio sullo status-quo: qui la situazione diventa più complessa. Ci leghiamo alle opinioni/decisioni del passato perché è estenuante trovarne di nuove. Perché tornare a casa dopo una giornata di lavoro e impiegare venti o trenta minuti per scegliere un nuovo film da vedere? Rivediamo un classico che già conosciamo e soprattutto lo rivediamo senza mettere in gioco l’opinione che avevamo su di lui. Guardarlo con occhi pronti a giudicare sarebbe uno sforzo enorme.
Ma Cristel Antonia Russell e Sidney Levy dell’Università dell’Arizona hanno ultimamente portato avanti una nuova ricerca sul tema della ripetizione in campo di intrattenimento.
Hanno intervistato alcune persone riguardo questa tendenza a ri-vedere, ri-ascoltare, ri-leggere e nessuna delle loro esperienze si avvicina alle quattro categorie sopra elencate. Pare che, specialmente in ambito familiare, la ragione sia legata al desiderio di riconquistare un momento perduto. Hanno così riassunto il loro studio formulando altre quattro ragioni per cui ciò accade:
1. La ragione semplice: in realtà quel film/album/libro ci piace. Ri-apprezzarlo di nuovo è un buon modo per intrattenersi nei momenti di svago. Siamo sicuri così di non sprecare il nostro tempo con ciò che non merita attenzione.
2. La ragione nostalgica: il passato è meglio del presente. Riguardiamo un vecchio film. Ci piace rievocarlo perché ci fa sentire vivi ma soprattutto sicuri che la vita meriti di essere vissuta.
3. La ragione terapeutica: è legata anche questa alla questione della nostalgia, con la differenza che riviviamo ciò che abbiamo già provato come una sorta di viaggio sentimentale consapevole, che provoca in noi una sensazione di calore. Sapere come un film va a finire diminuisce sicuramente l’ansia durante la visione.
4. La ragione esistenziale: i film già visti e le canzoni già ascoltate sono una macchina del tempo perfetta. Sono capaci di catapultarci nel momento stesso in cui sono stati vissuti la prima volta. Riescono a mettere sullo stesso piano passato, presente e futuro, permettendoci di ripensare alla nostra vita con gli occhi di uno spettatore.
E ora chiudete tutti il pc e buttatevi sul divano a ricordare i vecchi momenti di gloria.