Nella storia moderna e contemporanea si sono consumati diversi delitti di manipolazione dell’informazione. I tre principali esempi del fallimento della comunicazione di massa come strumento deflattivo della disinformazione sono:
- la demonizzazione di Bettino Craxi – con conseguente disintegrazione del PSI, nonché ridicola ridistribuzione della galassia socialista – come capro espiatorio dato in pasto al popolo forcaiolo
- l’articolo 21 della Costituzione: non è certo stato pensato dai costituenti per lasciare la parola a Erri De Luca
- la mitizzazione dei Pink Floyd
Gli anni ’70, lo sappiamo, sono stati duri per tutti. Al netto del fresco vento di novità che il fermento giovanile ha portato nella nostra società – le armi nelle scuole, il terrorismo, canzoni di 10 minuti con estenuanti assoli sulla pentatonica etc – è innegabile che il più grande crimine verso l’umanità avvenuto nel secondo medioevo culturale (in particolar modo italico) è stato il definitivo ingresso in costume e società del concetto di “giovane”.
Se fin dai tempi antichi le età dell’uomo sono state scandite da tre distinti rintocchi di campana – l’infanzia, l’età adulta e la vecchiaia – la rivoluzione giovanile altro non è se non il trampolino di lancio per una nuova categoria sociologica di marketing. Lo schema unfreeze-change-refreeze lavora esattamente così: 1) scongelare un paradigma culturale (es: dopo l’infanzia si diventa adulti) 2) effettuare una novazione oggettiva (come un prestigiatore basta sussurrare a chi sta per abbandonare la masturbazione in vista di un lavoro e di un matrimonio «stop! prima di diventare adulti bisogna essere giovani!») allo scopo di creare una nuova massa di persone consapevoli di avere un bisogno prima inesistente e poi 3) ricongelare tutto come le polpette al sugo prima che vadano a male.
Questo schema, tanto banale quanto invisibile, così noiosamente descritto sui manuali della McGrawHill si racchiude nella massima di Homer «È perché sono stupidi, ecco perché. È per questo che tutti fanno qualsiasi cosa!».
Così ad un tratto esistono i giovani, e i giovani si amano, credono in un futuro migliore, vanno ai concerti di musica rock, si vestono in maniera non convenzionale, portano barba e capelli lunghi. E comprano album dei Pink Floyd. C’è chi rimane in questa zona d’oblio anche per tutta la vita – abbiamo già parlato dei musicisti? – e chi la supera mettendo i vecchi album in cantina e ascoltando Pat Metheny non appena i capelli iniziano a venire meno (ma questa è una tragedia di cui parleremo un’altra volta).
L’archetipo marketaro dei giovani che suonano la chitarra in uno scantinato con qualche bottiglia di birra e compongono sotto acidi, finché un impresario non si accorge del loro talento e ne fa dei best seller internazionali – incontrando qualche resistenza dei ragazzi che, in quanto tali, vogliono essere liberi di comporre senza vincoli – ad un tratto subisce un crollo. La musica perde la sua componente materica e materiale, si abbattono i costi d’accesso alla professione di musicista e tutti possono finalmente fare qualsiasi cosa (per dirla alla Homer).
È finita. Cascano gli altarini. I musicisti si mostrano per quello che sono realmente: puttane avide di sguardi, derelitti, disadattati, mitomani, esseri polimorfi bramosi di attenzione.
E questo ai vecchi miliardari che campano di rendita non va affatto bene. Perché hanno prestato talmente tanto il fianco alla bugia alla base del loro successo che hanno finito per crederci.
La vera menzogna non è il talent show, vecchio David. La vera menzogna è la tua vita.
