«Colombous didn’t discover America. He invaded it» recitava lo striscione di un gruppo di studenti di Chicago negli anni ’70. Il semplice ribaltamento di prospettive suggerito qualche decennio fa ha fatto fatica ad insinuarsi nelle versioni ufficiali della storia (anche se, come dimostra yahoo answer, qualche scettico virtuoso c’è sempre stato) ma ad aprile Minneapolis ha votato per l’abolizione del Columbus Day, festa istituita nel 1934 da Roosvelt per celebrare il navigatore italiano. Nelle ultime settimane anche Seattle ha sottoscritto l’idea.
Il Columbus day si è trasformato nell’Indigenous People’s Day e al posto dei soliti tricolori italiani per le strade ci saranno i discendenti degli indigeni Salish – i più fricchettoni tra tutti i nativi – a commemorare la resistenza delle popolazioni americane di fronte all’invasione europea.
La vicenda può apparire come un estremo tentativo di redenzione del senso di colpa atavico che si porta dietro l’avanguardia progressista del paese, ma in ogni caso dimostra quanto gli Stati Uniti stiano diventando un paese sempre meno conservatore e sempre meno convinto nella propria narrazione patriottica, persino del suo atto fondatore.
Le proteste della comunità italo-americana sono state subito respinte: «Capisco i motivi della comunità italo-americana ma dobbiamo fare i conti con il nostro passato» ha dichiarato Bruce Harrell, del comune di Seattle.
Sotto l’hashtag #IndigenousPeoplesDay e #AbolishColumbusDay trovate una serie di immagini che sintetizzano bene il tenore del dibattito.