Sento e ho sempre sentito, un trasporto straordinario verso la vita selvatica e le bestie. Mio padre è un pittore e un medico. Da bambina trascorrevo ore nel suo studio, una stanza piccola, piena di libri, con una finestra, un acquario nell’angolo in cui nuotavano dei pesci minuscoli, con la coda grande e tremula; c’era un vecchio cavalletto incrostato di pittura con appoggiato sempre un quadro in lavorazione, e una scrivania, su cui spesso lui stava chino
a studiare. Nello studio un odore simile a quello della gomma per cancellare si mischiava, quando lui stava al cavalletto, a quello dell’acquaragia e del colore a olio. Lo guardavo spremere il tubetto, mischiare i colori sulla tavolozza, un gesto magico e antico. Alle sue spalle sul muro mi ricordo tanti scaffali con appoggiati vasi di vetro pieni di un liquido misterioso e giallo, e dentro insieme qualcosa di lungo, ripiegato su se stesso, scuro come un
ramo. Non so dove mio padre avesse trovato tutti quei serpenti, forse nel bosco: ha sempre amato le passeggiate. Io in camera mia avevo un pettirosso e un vecchio ghiro imbalsamati che lui aveva trovato morti durante qualche sua escursione. Nella formalina attraverso il vetro curvo dei vasi, i serpenti prendevano forme sinuose, e anche se mi facevano paura, qualche volta chiedevo a papà di metterli sul tavolo per guardarli da vicino.
Quanto può essere forte l’attrazione per ciò che ci spaventa?
Invece amavo il mio pettirosso e il mio ghiro. Ripensandoci ora si trattava di un amore terribile, e un po’ feticista. Li rimiravo immobilizzati lì, nel loro momento migliore, come in un teatrino. Accarezzavo i corpi vuoti dei due piccoli attori senza cuore, immaginando che da un momento all’altro potessero spiccare il volo nella mia stanza o salirmi sul braccio; guardavo le zampine, le orecchie, piccole e sottili come carta. Le piume delle ali. Certe sensazioni passano solo attraverso gli occhi e restano impresse. Gli animali sono creature segrete: il tocco del loro corpo, la forma precisa di una bocca, o di un occhio selvatici, sono un segreto che resta precluso ai più, perché è rarissimo osservare da vicino qualcosa che non sia un cane o un gatto; o un pesce certo, quelli si possono comprare anche al mercato.
Senza contare che tantissime persone
faticano a guardare in faccia persino i propri simili. Io, ad essere più aperta verso l’Altro, a guardare davvero qualcuno negli occhi, l’ho imparato grazie al teatro, ed avevo già vent’anni quando ho iniziato con la recitazione.
Volevo uno strumento espressivo in più da unire alla pittura, non sapevo in che modo ancora, ma sentivo che mi mancava qualcosa e che lì in teatro avrei scoperto cosa. L’Accademia di Belle Arti mi aveva dato tantissimo, e mi sentivo libera, indipendente dal punto di vista creativo. Avevo un mio linguaggio pittorico che portavo avanti convinta fosse la strada giusta: grandi tele, fondi coloratissimi e profondi, e un disegno sinuoso che portava a galla figure a metà strada tra il vegetale e la calligrafia. Erano corpi che galleggiavano sull’acqua. L’idea che mi guidava era quella di scrivere con la pittura, ma seguendo un linguaggio personalissimo e mio, diverso dalla parola che usano i poeti visivi. Ciò di
cui trattavano i miei quadri era sempre una nascita dal buio, una metamorfosi in corso che comunicava sensazioni, più che concetti. In quella dimensione mi sentivo al sicuro e i miei lavori erano molto apprezzati nella Scuola, ma non bastava. Credo che l’intimismo se non trova una strada per legarsi al mondo reale, alla contemporaneità, finisce col nutrirsi esclusivamente di se stesso e si consuma da solo.
Era necessario un cambio di registro, volevo rischiare di più ma non sapevo come farlo senza abbandonare il mio percorso. Allora ho preso una decisione radicale: uscire allo scoperto e imparare a parlare ad alta voce, e non solo in senso figurato. Mi ci è voluto un po’ di tempo: sono lenta a capire le cose, perché le voglio assorbire fino in fondo, fino a che non diventano davvero mie. Ho trascorso tre anni a Roma e mi sono diplomata attrice alla Silvio D’Amico.
Ora cosa sono? Mi sono chiesta all’uscita.
In quei tre anni di studi, avevo continuato a dipingere, ma saltuariamente, e la sicurezza che avevo prima come pittrice si era addormentata sotto una coltre di incertezze nuove. Poi ho ricordato il mio scopo: aggiungere l’ingrediente mancante al mio linguaggio, uscire dalla sicurezza di un creare fine a se stesso… Ecco.
L’occasione di rimettersi veramente in gioco come artista me l’ha portata il teatro. Con la mia compagnia Ima®gini stavamo per mettere in scena un nuovo spettacolo: Il bello degli animali è che ti vogliono bene senza chiedere niente di Rodrigo Garcia, un testo importante che parlando di eutanasia mette a nudo le debolezze dell’essere umano. Sono stata incaricata della locandina, e lavorando su questo tema ho trovato la strada che stavo cercando. Ho disegnato noi quattro attori protagonisti, ma con la testa d’animale. Qualcosa si è mosso in profondità dentro di me. Il tema della metamorfosi era tornato, ma in una veste nuova, più compiuta. Fondere uomo e animale non è certo una novità, non lo era neppure nel 1200, figuriamoci oggi. Credo che l’arte dei Bestiari (dal Medioevo ad oggi) derivi prima di tutto da un’intuizione profonda, dal riconoscimento inconsapevole di un legame antico, religioso, con il Mondo e chi (o cosa) lo abita. In quest’ottica, se io dipingo un uomo con la testa di cervo o di coniglio, paradossalmente voglio arrivare a parlare della parte più profonda, nascosta, della gente: metto in relazione due elementi che il senso comune definisce molto distanti tra loro, quasi opposti… Ma cosa ci distingue effettivamente dagli animali e cosa ci rende di contro così affini? Anche noi nasciamo, viviamo, mangiamo, facciamo l’amore, partoriamo, defechiamo, moriamo come loro.
Ma noi possiamo avere dubbi, scegliere, sperare. La Purezza che abbiamo perso è quella dell’istinto, che fa capolino nel quotidiano quando meno ce l’aspettiamo, e ci confonde e imbarazza. Ma forse è ancora quella la parte più vera di noi. Se all’inizio i miei personaggi tendevano a essere più ieratici, distaccati, mi sono accorta che piano piano sono diventati più coinvolti, attivi. Mi piace vederli immersi in situazioni apparentemente banali, e così facendo metto alla prova il quotidiano mostrandolo alla luce dell’Assurdo. Mi muovo sulla linea di un surrealismo minimo, semplice ma che pesca in profondità.
Mi sono resa conto che i disegni più piccoli (formato A4 per intenderci) trovano un respiro maggiore se esposti in gruppo. Così sono nate le serie. Nel caso di I love NY si tratta di disegni nati in uno stesso periodo, spesso in successione. Io lavoro su pile di fogli preparati con acqua e caffè, bagnati, così da sfruttare l’effetto della casualità dell’inchiostro sulla carta umida. L’adoro. Anche lavorando sulle prime, grandi tele, usavo molta acqua e giocavo con le velature e le sovrapposizioni che consentono l’acquarello e l’acrilico diluito. Spesso sul foglio sottostante resta la traccia del disegno precedente e parto da quello per continuare il mio discorso, e così via con il foglio successivo. I love NY è nato così. Credo che ognuno abbia dentro di sé una mitologia personale che si struttura nel corso della vita. A volte include anche archetipi famosi o presi da fonti più autorevoli (in NY ad esempio ho inserito riferimenti biblici a contrappuntare una realtà che sembra monotona e silenziosa). Uno degli archetipi contemporanei che mi diverto a rievocare è la famosa sigla del titolo, stampata sulle t-shirt. Dal mio punto di vista però la tradurrei più che con I love New York con I love Not-You,
emblema di una specie di egocentrismo assorto, che ci porta a escludere tutti più che a dedicarci a loro. Il contrario dell’amore insomma. Nel momento in cui metto un disegno accanto a un altro, creo un legame narrativo o simbolico, e spesso nemmeno io so perché ho scelto di mettere quel disegno lì invece che là. Il senso emerge poi. È un approccio simile a quello che David Lynch ha nei suoi film. Credo che la sua cinematografia mi abbia influenzato, più di qualsiasi altro artista visivo (a prescindere dalla sua serie Rabbits che ho scoperto solo dopo più di un anno dalla mia prima testa di coniglio). In generale il cinema è uno delle mie passioni. In particolare amo i film di Altman o capolavori come Magnolia, e i film di Inarritu dove i destini di molti personaggi si sviluppano in una rete di eventi che li lega inaspettatamente.
Per la serie Bestiario_Libro dell’attesa ho accostato disegni fatti nello stesso anno, ma a distanza di tempo. Non mi importa, purché il lavoro mi risulti coerente. Fa riferimento al tempo che mette alla prova i legami, a quello che perdiamo, mentre facciamo altro, alla paura di perderlo, che è una sensazione che conosco bene e mi spaventa molto. La definirei un lavoro intimo, più che intimista.
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