Venerdì 17 ottobre: secondo giorno di festival
Film visti:
Eden (Mia Hansen-Løve), (N), (L)
Still Alice (Richard Glatzer, Wash Westmoreland) (N)
Eden
di Natalia La Terza
Una delle cose che mi piace di più del festival è andare a vedere i film la mattina presto. Entro al Teatro Studio alle 9, con l’accredito al collo ancora rovesciato. Sui Cahiers du cinéma di maggio, Mia Hansen-Løve, chiamata a raccontare un’emozione che le ha dato il cinema, ha fatto il nome di David Hockney, e non quello di un vero e proprio regista. L’obiettivo delle sue Road Pictures, scrive, è quello di: «cogliere e amplificare un momento in sospensione. La luce di una certa stagione, a una certa ora del giorno. Quell’attimo che fugge e tuttavia torna». Eden coglie e amplifica la giovinezza. Seguiamo il protagonista, Paul, per vent’anni: dal giorno in cui fonda col suo migliore amico i Cheers, duo garage che cresce e suona negli stessi locali dei Daft Punk non diventando mai i Daft Punk, a quello in cui di mattina lavora in un’agenzia e di sera segue un corso di scrittura creativa. E da quel primo all’ultimo giorno c’è tutto. Ci sono le gioie: suonare al PS1 del MoMa. Le piccole superstizioni: non dire una parola che gli ha portato sempre sfortuna. Gli amori: una ragazza americana (Greta Gerwig) che alla musica house preferisce ascoltare Leonard Cohen finché non verrà il suo regno. I dolori: un amico e un bambino perso.
In Un amour de jeunesse, Mia Hansen-Løve ci aveva raccontato la sua storia, e qui racconta, in parte, quella di suo fratello, il dj Sven-Løve, che ricorda gli anni del film come quelli di un «paradiso perduto», ed è più a questa definizione che alla fanzine musicale omonima, eDEN, che la storia di Paul si avvicina. Perché se dal primo all’ultimo giorno che passiamo con Paul ci sembra esserci tutto è perché la regista trentatreenne non vuole parlare a nome di una generazione, ma per i singoli nomi dei suoi protagonisti, ed è qui il punto di forza del suo cinema. Un cinema dove possiamo immedesimarci in Paul, che al coltivare il suo talento letterario preferisce il successo immediato nei locali, come in Cyril, che non sembra sopportare che i suoi disegni gli assomiglino sempre di più; in Louise, che persevera e tace, come in Julia, che pubblica un racconto a distanza di venti anni da quando l’ha scritto, e da quando pensava che – a forza di correggerlo – sarebbe rimasto solo il titolo. Se in L’eau froide del compagno di Mia, Olivier Assayas, i ragazzi francesi affermavano di avere i loro libri, i loro dischi e nessuna esperienza, qui l’esperienza sembra farli sentire più perduti. Compiuti trent’anni, Paul deve convincersi che un momento della vita è passato, e che ne inizia un altro, ad un altro passo, e che questo non fa perdere niente. Ed è perfetta la poesia di Robert Creeley, in un libro appena prestato, “The Rhythm”, a chiudere il film: «È tutto un ritmo… Il ritmo che proietta da se stesso continuità legando tutto alla sua forza: dalla finestra alla porta, dal soffitto al pavimento, luce all’inizio, buio alla fine». Quell’attimo che fugge e che tuttavia ritorna.
di Lorenzo Bottini
Lo ammetto. Aspettavo questo film da più di due anni, da quando me lo accennò Mia Hansen-Løve ai margini della conferenza stampa di un Amour de jeunesse. Un film sulla storia della french touch era di per sé una bomba, un film di Mia Hansen-Løve sulla french touch basata sui racconti del fratello era una testata nucleare.
Dopo aver aspettato pazientemente che il film snobbasse Venezia, andasse a Toronto e girasse un po’ per i vari festival prima di atterrare a Roma, finalmente ci buttiamo in una Santa Cecilia gelida quanto vuota pronti per la visione e ne rimaniamo incantati. Perché Eden va oltre la semplice ricostruzione filologica di un movimento giovanile ormai sbiadito, ma traccia una meravigliosa riflessione sul peso specifico della memoria, sulla vita e sul cinema. Raccontando un arco temporale che cinge vent’anni, quelli del passaggio dall’adolescenza all’età adulta, la Hansen-Løve filma l’impatto dei sogni sulla nostra esistenza, mimandone le traiettorie e tastandone i rovinosi crateri. Un cinema profondamente umano, simile nelle intenzioni a quello del suo compagno Olivier Assayas, in cui il giudizio viene sospeso come se fossimo teletrasportati in un luogo a priori del bene e del male, l’Eden forse, sicuramente la giovinezza, dove le sbronze, le droghe, gli amori, i dolori svaniscono nei raggi della mattina. Un viaggio al termine della notte che sembra non accelerare mai e invece decolla, e quando partono Sueno Latino e Da Funk solo il pubblico dell’Auditorium poteva rimanere imbalsamato.
Abbiamo trovato un’intervista che Sven Løve fece ai Daft Punk su eDEN nel 1996. Potete leggerla qui.
Still Alice
di Natalia La Terza
La cosa che mi ricordo di più del pomeriggio che ho visto Still Alice è il nome di Fulvio Morelli. Nel numero 4308 della Settimana Enigmistica, F. Morelli firma delle parole crociate a schema libero che danno gioia. Tra le definizioni incrocia: l’Anthony che ha scritto il romanzo Arancia Meccanica, il grande amore di Abelardo, vi nacque El Greco, una delle sorelle Brontë, era dolce e novo per Dante, regalò i venti a Ulisse e un Edward compositore. Faccio il gioco a pagina 33 in fila davanti alla Sala Sinopoli, mentre aspetto che inizi il film già annunciato come «strappalacrime».
Ma Still Alice commuove meno di quanto pensassi. Alice Howland (Julianne Moore) è una professoressa di Linguistica alla Columbia che un giorno comincia a dimenticare le parole. Ha una forma precoce e rara di Alzheimer, che potrebbe colpire i suoi tre figli e che distruggerà – come viene ripetuto – tutto ciò per cui ha lavorato un’intera vita. Melodramma a parte, per che cosa ha lavorato Alice tutta la vita? In un film che vuole fare leva sul tempo, è il tempo ad essere dimenticato. E così i ricordi che porta con sé.
In Still Alice, Richard Glatzer e Wash Westmoreland ci dicono le cose, senza raccontarle. La brillante carriera di Alice, tanto enfatizzata e che avrebbero potuto inventare in mille modi – che peccato! -, è ridotta a uno scorcio di conferenza. I ricordi di coppia sono racchiusi in un breve dialogo da due lire. Il pensiero fisso della madre e della sorella di Alice – prima persona da lei nominata nel film e che avevo cominciato a ritenere cruciale, invano –, morte in un incidente molti anni prima, diventa un tic.
Non c’è un episodio della vita di Alice che ci addolorerebbe nel profondo, nel momento in cui venisse scordato. E l’ora e mezza si riempie con banalità: mentre la sua malattia avanza, Alice indosserà una collana con la farfalla, che vive poco ma appieno; sarà la figlia ribelle quella che tornerà ad aiutarla; sarà la figlia maggiore, da lei reputata più sveglia che si ammalerà. Ma in Still Alice viviamo solo il presente, e mentre scendo le scale convincendomi che Julianne Moore è – nella mia immaginazione – ancora Havana Segrand, penso che in mezza pagina mi ha raccontato di più Fulvio Morelli.