Day #3: Lulu | Trash
Sul finire dei suoi primi dieci anni, qui compiamo una piccola rivoluzione, abbandonando il nostro formato classico – quello del magazine culturale a cadenza vagamente quotidiana – per presentare ogni mese un solo saggio e un solo racconto. Da queste pagine 24 autori ogni anno proporranno il loro filtro sul reale, manipolando inevitabilmente la personalità di Dude mag: ed è una cosa che ci rende enormemente curiosi.
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Day #3: Lulu | Trash

Sabato 18 ottobre, terzo giorno di festival: Lulu, Trash.

Sabato 18 ottobre: terzo giorno di festival

 

Film visti:

 Lulu (Luis Ortega), (L), (N)

 Trash (Stephen Daldry) (N)

  

Lulu

di Lorenzo Bottini

Lulu fa parte della sezione «Cinema d’Oggi» che per me ha rappresentato una delle maggiori delusioni del festival. Con la controparte «Mondo Genere» dovevano sostituire la ex «Cinemaxxi» (già ex «Extra») che durante la gestione Muller si era rivelata l’area più stimolante della kermesse, anche perché si svolgeva quasi interamente nel museo di Zaha Hadid, sorta di oasi felice lontana dalla spocchiosità dell’Auditorium (nonostante le scomodissime poltroncine). Invece riportata nelle mortifere sale di Renzo Piano questo cinema è apparso davvero innocuo, sclerotizzato nel suo canone festivaliero e in sintesi, noiosissimo. Lulu è un caso esemplare: nasce da premesse stimolanti, ha un buon quarto d’ora iniziale e poi, improvvisamente, comincia a girare a vuoto fino a che non arrivano i titoli di coda.

Un vero peccato perché il regista sembrava aver azzeccato i due attori protagonisti e la sequenza iniziale provava a creare una situazione, una tensione tra i personaggi e lo spazio, tra il film e il mondo, non banale. Invece tutto si appiattisce su una dimensione di film da festival stanca e frustrata che nulla aggiunge e nulla toglie ai chilometri di pellicola impressionata nello stesso modo. Macchina a mano, personaggi borderline, cinéma-verité. Tutto gettato là senza che si produca un effetto dinamico capace di accendere la scintilla dell’interesse. Tutto incapace di prodursi in un effettivo ripensamento delle forme della messinscena relative alle trame del racconto (o del non-racconto).

Rimane un film inerte, che non è in grado di proporre praticamente nulla allo spettatore e che allo spettatore non chiede nulla (se non un’immotivata pazienza). Fosse un caso singolo non ci sarebbero problemi, di film brutti se ne sono visti tanti ai Festival, ma ora è divenuto una sinistra ripetizione. Tanti film-riempitivo che inondano i Festival (e il Venezia di quest’anno ne era la consacrazione) e nessun vero sguardo inventivo sul panorama audiovisivo.

 

di Natalia La Terza 

Quando entro nella Sala Sinopoli per vedere Lulu ci spero. Spero che sia una «storia d’amore nouvelle vague» come descritta nella Guida ai film presa all’ingresso della biglietteria. Ma quello di Luis Ortega non è una storia d’amore e non è nouvelle vague: è il film più brutto che ho visto al festival. Lucas e Ludmilla vivono, non si capisce bene come, per le strade di Buenos Aires. Lei lo saluta, lui spara. Lei passa le giornate su una sedia a rotelle che non le serve, lui spara. Lei va in farmacia, lui salta sul bancone e spara. Quando Ludmilla non è sulla sedia a rotelle, balla. Quando Lucas non spara, va a prendere gli scarti nelle macellerie della città insieme al vecchio Hueso, che mentre guida suona – ovviamente orribili – nenie dal flauto e blocca il traffico. Il vuoto, anche un po’ arrogante. Avrà avuto Ortega, con questi tre personaggi sulla strada, in mente  gli stessi tre personaggi sul ponte che penso? Ma se Luis Ortega vuole fare il Leos Carax argentino, gli manca la meraviglia. Che gioia, Michèle, che dorme nel suo cappotto rosso, con una benda sull’occhio, stretta ai suoi dipinti, sulle rive della Senna! Che noia, Ludmilla, che va a prendere di nascosto il fratellino a scuola per passare mezz’ora a buttare a turno la carrozzella sugli spalti!

  

Trash

di Natalia La Terza

Quando alle sette e mezza saliamo le scale per entrare in sala Santa Cecilia, saliamo le scale felici, perché insieme al coupon per votare il film, hanno dato ad ogni spettatore una barretta di cioccolata Venchi. Cominciamo a mangiarla guardando la storia di Rafael, Gardo e José, tre quattordicenni che vivono in una favela di Rio e che un giorno, lavorando tra i rifiuti, trovano il portafoglio pieno di tesori di un certo José Angelo.

Alla fine del film, né il portafoglio, né i tre saranno nella discarica, che verrà ricoperta di soldi, quelli che il candidato sindaco avrebbe usato per vincere le elezioni. Il punto forte di Trash – probabilmente l’unico tra i film visti a potersi avvicinare al voto del pubblico di qualsiasi età – sta in come la storia ci viene raccontata: il ritmo scandito dal tempo presente, i filmini, le anticipazioni; il punto debole è la storia. Quello che non convince, dell’unico lieto fine visto al concorso, non sono tanto i missionari (Martin Sheen e Rooney Mara che potrebbero anche essere altri) sorpresi della saggezza di ragazzi così piccoli che rischiano la vita: «Perché è giusto», li intervistano e mettono i loro video su YouTube, quanto l’artificiosità di tutto quello che succede.

Il portafoglio ritrovato ha dentro un codice segreto che porterà i tre: prima a una certa Bibbia, poi a un certo numero del versetto di quella Bibbia, poi a una certa parola di quel versetto della Bibbia; quella parola porterà poi a un certo animale della lotteria degli animali, che corrisponderà a un certo numero di telefono di un cimitero, che condurrà al bottino. I ragazzini risolvono l’enigma in una notte, noi lasciamo perdere i conti sulle dita delle mani e ci accontentiamo che Antônio Pinto ci saluti mettendo A Minha Menina. Ela é minha menina

Lorenzo Bottini e Natalia Laterza
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