Day #5: Gone Girl
Sul finire dei suoi primi dieci anni, qui compiamo una piccola rivoluzione, abbandonando il nostro formato classico – quello del magazine culturale a cadenza vagamente quotidiana – per presentare ogni mese un solo saggio e un solo racconto. Da queste pagine 24 autori ogni anno proporranno il loro filtro sul reale, manipolando inevitabilmente la personalità di Dude mag: ed è una cosa che ci rende enormemente curiosi.
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Day #5: Gone Girl

Lunedì 20 ottobre, quinto giorno di festival: Gone Girl.

Lunedì 20 ottobre: quinto giorno di festival

 

Film visti:

Gone Girl (David Fincher) (L), (N) 

 

Gone Girl

di Lorenzo Bottini

Infilato nel programma colla graffetta, sfruttando il ritardo della distribuzione italica (siamo l’ultimo paese in cui esce, dopo il Venezuela), è comunque uno degli eventi del festival, visto anche il livello non eccelso delle pellicole in giro. È anche l’unico film che decido di vedere alle nove di mattina, superando un’atavica quanto giusta pigrizia di fondo, e lo sforzo è immediatamente ricompensato. David Fincher negli anni si è staccato l’etichetta di regista cult e, a mio modesto avviso, è diventato uno dei più straordinari interpreti e, allo stesso tempo, rivoluzionari del cinema americano. Gone Girl è l’ennesimo capitolo di uno studio sui comportamenti degli individui nel mondo contemporaneo, stringendo sempre più  il campo. Prima la nazione (The Social Network), poi la famiglia (Millennium), ora la coppia, tema da sempre caro al regista di Denver.

Quella interpretata da Ben Affleck e Rosamund Pike è tratta dal libro bestseller di Gillian Flynn ma sembra da sempre essere appartenuta all’universo fincheriano. Si potrebbe sostenere che Fincher è un autore suo malgrado, perché nonostante eviti scientemente tale definizione, i suoi lavori sono riconoscibili fin dalle prime immagini della sequenza di apertura, accompagnate dalle ormai consuete musiche di Trent Reznor e Atticus Ross: una mattina all’alba, una sparizione inspiegabile ed ecco che un Fincher da collezione è servito. Imperdibile, anche alle nove di mattina.

 

di Natalia La Terza 

La mia scena preferita di Gone Girl è quella iniziale: su un divano, una testa di capelli biondi viene accarezzata dalla mano di un uomo, che toccandola dolcemente sussurra più o meno queste parole: «Immagino di romperle la testa, di sfilarle il cervello… cercando di avere risposte». È la voce di Nick Dunne, e la scena è quella che mi è rimasta più in mente perché è la prima cosa che vedo da quando mi sono svegliata, sono le nove, ho paura, ed è ancora tutto possibile.

Ancora perché la suspense nel film di Fincher è trattenuta più dalla splendida inquietante colonna sonora di Trent Reznor e Atticus Ross che dai risvolti della storia. Chi sono quei due? Quando Amy (Rosamund Pike) e Nick (Ben Affleck) si conoscono sono giovani, belli, brillanti, sono scrittori, vivono a New York. Vanno a una festa, e fanno delle conversazioni che gli invidiamo. Passeggiano insieme di notte, e lui le dice che non si può passare attraverso una nuvola di zucchero senza essere baciati. Si avvicina, le toglie un po’ di polverina bianca dal labbro inferiore e la bacia: è tutto perfetto. Cinque anni dopo è il loro anniversario di matrimonio, vivono nel Missouri e Amy scompare. A Nick e alla polizia lascia il suo diario, con il figlio che non c’è stato, le piccole violenze, e il gesto – quello di quella notte – che Nick ha fatto, ancora, ma non a lei, dentro. Nick ha ucciso Amy? A me sembra di non crederci più troppo presto, troppo prima di ritrovare Amy camuffata a guidare una macchina e a dirsi: «Perché devo morire io?». Amy Elliott-Dunne è «Amazing», scrive libri per bambini, ha un diario rosa, ma se la conosci, è cattivissima. Questo non è Hitchcock. Qui non c’è una donna che  si tradisce perché ha conservato souvenir di un omicidio. Qui c’è una donna che ha i capelli biondi.

Chiedo di più a un personaggio femminile ma chiedo di più anche a un personaggio maschile. Se fossi stata una editor della Random House avrei chiesto a Gillian Flynn, autrice del libro e della sceneggiatura dai quali Gone Girl è tratto, di farmi andare in paranoia ogni volta che riappariva la faccia di Nick.  A costo di togliere dalla storia elementi letterari, a costo di togliere dalla storia scenette: Amy all’interrogatorio ancora col sangue sui vestiti che sorride e fa le smorfie al marito dall’altra parte della sala. Perché se Gone Girl inizia come un thriller, finisce come intrattenimento. Ho guardato con più ansia Jesse Eisenberg che aggiornava la pagina di Erica Albright, con la freccetta ferma su Awaiting Friend Confirmation, che l’annuncio di un bambino in arrivo a casa Dunne.

Lorenzo Bottini e Natalia Laterza
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