Day #10: La spia – A most wanted man
Sul finire dei suoi primi dieci anni, qui compiamo una piccola rivoluzione, abbandonando il nostro formato classico – quello del magazine culturale a cadenza vagamente quotidiana – per presentare ogni mese un solo saggio e un solo racconto. Da queste pagine 24 autori ogni anno proporranno il loro filtro sul reale, manipolando inevitabilmente la personalità di Dude mag: ed è una cosa che ci rende enormemente curiosi.
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Day #10: La spia – A most wanted man

Sabato 25 ottobre, decimo giorno di festival: La Spia.

Sabato 25 ottobre: decimo giorno di festival

 

Film visti:

La spia A Most Wanted Man (N)

  

La spia – A most wanted man

di Natalia La Terza

Dopo essere andata a prendermi un panino nel bar in pieno blackout e aver fatto due ore di fila dove mi lamento perché ha vinto Trash e la signora davanti a me mi dice che i bambini della favelas sono un problema vero, spero che Corbijn mi faccia vedere Control. Purtroppo non succede. Quando mi siedo però rido per tutto il tempo che aspettiamo i titoli di testa. Due signori nelle poltrone alla mia sinistra cercano di raccapezzarsi di quale sia la storia di Time Out of Mind, il film di Oren Moverman che ho perso, e lo scambio è questo: «Allora il film con Richard Gere?», «Mah… c’è lui che fa il barbone, e poi non si capisce molto altro.», «Ma la storia?», «Non c’è.».

È una descrizione che potrebbe adattarsi pure ad altri film visti in questi giorni, Mario per primo, e di cui non ho parlato perché proprio non c’è niente da dire. Quando l’attesa in sala Petrassi finisce, a presentare La spia – A Most Wanted Man salgono sul palco Anton Corbijn – che ha delle gambe magrissime, una piega dei pantaloni impeccabile e un sacco di cose da dirci – e William Defoe, che capisce l’impazienza del pubblico e chiude dicendo: «Philip Seymour Hoffman mancherà a tutti, ma ora godiamoci l’interpretazione che ci ha lasciato». E infatti la spia Gunther Bachmann, coi suoi modi di fare, col suo pianoforte scordato, con la sua calma apparente tra le infinite tazze di tè bevute davanti a un muro pieno di fogli e i drink sorseggiati nelle bettole di Amburgo davanti a un’ambasciatrice americana col sottofondo di Sea of Love di Phil Phillips, e che possiamo seguire, vinto, solo finché il suo viso è riflesso nello specchietto, è l’unica cosa buona di un thriller troppo lento e con troppi buchi.

Lorenzo Bottini e Natalia Laterza
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