Taylor Swift è senza dubbio una delle donne del momento, a prescindere dall’opinabile valore della sua musica. L’ultimo disco, 1989, ha polverizzato qualsiasi record di vendita, piazzando circa 1.3 milioni di copie in una settimana, battendo il record precedentemente detenuto da The Eminem Show, e diventando il primo disco di platino di un 2014 fino a quel momento spento. Alla luce di questi dati il secondo motivo della sua popolarità, la scelta di rimuovere tutto il suo catalogo dal celebre servizio di streaming musicale Spotify, assume un significato ancora più importante nel complesso rapporto tra artisti e guadagni.
Ma facciamo un passo indietro, tornando al Luglio del 2013, quando Thom Yorke e Nigel Godrich, leader e produttore dei Radiohead, avevano espresso il loro disappunto verso Spotify, definendo il servizio come «l’ultima disperata scoreggia di un corpo morente». Il motivo era, ovviamente, legato al lato economico, con il colosso svedese reo di non pagare abbastanza gli artisti che decidono di rendere disponibile in streaming la propria musica. Yorke, in realtà, fa parte di una lunga lista di artisti scontenti dalla piega presa dai servizi di streaming – solo la scorsa settimana Michael Penn mi aveva detto le stesse cose durante la nostra intervista – visti come una “non soluzione” alla grande crisi del settore discografico, e soprattutto colpevoli di lasciare solamente le briciole agli artisti. Nonostante Spotify abbia sempre dichiarato il contrario, rendendo noto che ben il 70% dei propri profitti finisce alla community musicale, non sono pochi gli artisti che, nel corso del tempo, hanno deciso di schierarsi, in un modo o nell’altro, contro l’azienda svedese: dai Coldplay, che avevano reso disponibile Ghost Stories dopo diverso tempo rispetto alla data d’uscita; ai Black Keys, con Turn Blue e El Camino ancora assenti dal catalogo online.

Ma allora perché l’abbandono di Taylor Swift è così importante per Spotify? Semplice, perché nessun artista era stato ascoltato in streaming da 16 milioni di utenti e incluso in 19 milioni di playlist nel corso di un solo mese. Non poter più contare su dati del genere significa, per il sistema di guadagno piramidale messo in pratica dal colosso dello streaming, una perdita enorme; così grande da aver mobilitato lo stato maggiore dell’azienda svedese, intenzionata a riportare la stella del pop-country all’interno del proprio roster. Si era passati da playlist create ad hoc con all’interno disperate lettere d’amore a post sul blog dell’azienda che concordavano con quanto dichiarato dalla Swift al momento del suo abbandono, qualcosa sintetizzabile in «Music Is Art, and Art Should be Paid for».
Una frase senza dubbio giusta, peccato che proprio lo scorso mese la Swift aveva ricevuto una cifra che si aggirava tra i $280,000 e i $390,000; cifra versata da Spotify per accaparrarsi i diritti del singolo Shake It Off, ma evidentemente non sufficiente a convincere la cantante americana a non abbandonare i lidi dello streaming Made in Sweden. A peggiorare ulteriormente la situazione sono poi arrivate le dichiarazioni del cantante britannico Billy Bragg che, attraverso il proprio profilo Facebook, aveva definito la decisione di Taylor Swift come «nothing more than a corporate power play» in quella che dovrebbe diventare la lotta tra i due giganti dello streaming musicale, Spotify e Google. La dichiarazione di Bragg seguiva infatti di qualche giorno quella di YouTube, che aveva fieramente annunciato come l’intero catalogo della cantante americana sarebbe stato disponibile sul servizio della grande G YouTube Music Key.
Nonostante i legali della Swift si siano poi affrettati a smentire la faccenda, dichiarando che non c’era nessun accordo tra la star country pop e il servizio di Google, rimane comunque la nuda realtà, ossia che gran parte del catalogo è presente su Music Key, così come la possibilità di scaricare i video musicali di qualsiasi brano, inclusi gli ultimi singoli Shake It Off e Blank Space. Sembra abbastanza realistico pensare che, similmente a quanto fatto da molte altre band, l’ultima fatica della Swift verrà comunque caricata su Music Key, magari con qualche mese di ritardo.