Due cuori e una home gallery: Wo-ma’n
Sul finire dei suoi primi dieci anni, qui compiamo una piccola rivoluzione, abbandonando il nostro formato classico – quello del magazine culturale a cadenza vagamente quotidiana – per presentare ogni mese un solo saggio e un solo racconto. Da queste pagine 24 autori ogni anno proporranno il loro filtro sul reale, manipolando inevitabilmente la personalità di Dude mag: ed è una cosa che ci rende enormemente curiosi.
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Due cuori e una home gallery: Wo-ma’n

Citofono al settimo piano di via Pietro Ruga 24, per andare a trovare i due proprietari di wo-ma’n, che ancora non conosco.

Non sono una tipa social, o meglio, lo sono abbastanza. Odio però quando incontro delle persone e mi squilla il telefono. Il trillo (niente musichette, per carità) che irrompe così, all’improvviso, lo detesto. E poi, il cellulare non si trova mai nella borsa. Ecco. Citofono al settimo piano di via Pietro Ruga 24, per andare a trovare i due proprietari di wo-ma’n, che ancora non conosco. Salita nell’ascensore inizia quel trillo odioso. Ma non c’è tempo: il telefono squilla e io sono già sul pianerottolo, spero smetta il prima possibile. Ma non smette. Non faccio in tempo a suonare il campanello che Marta apre la porta e mi accoglie, un veloce saluto e siamo già dentro la cucina, a conoscere gli altri, Auronda, Wolfango e Marco che espone. Marco già lo conoscevo, lavoravamo precari in un call center. Il telefono continua a trillare, sono costretta a cercarlo per farlo smettere. Ma ovviamente non lo trovo, la borsa è
piena, col portatile, il quaderno degli appunti e tutte le cose che mi porto dietro che, non si sa mai, in caso di guerra nucleare potrebbero servire. Il ciondolo della lunga collana che mi piace tanto indossare si aggancia in maniera odiosa al manico della borsa mentre Wolfango fa finta di non notare quanto io vorrei sprofondare in quel momento. Finalmente è tutto finito: trovato il cellulare, spento, disincastrato il ciondolo e voilà, tutto torna alla norma. Riprendo fiato, Marta ha già versato la prima cioccolata dell’inverno, io mi siedo al tavolo per chiacchierare e far tornare il cuore ad un battito normale. Forse si aspettavano io portassi un registratore (i giornalisti seri lo fanno. Io ce l’ho e non lo trovo più, perso nei meandri di quella disordinatissima casa che abito. Non sono mai stata seria) e invece non tiro fuori nulla e mi limito a chiacchierare e rompere il ghiaccio.
Giuro che l’intervista non inizia se prima non tiro fuori il portatile. Spero che serva a farli parlare senza troppe impostazioni, così, per conoscerci e metterci a nostro agio. Infatti, impossibile altrimenti, Marta è così accogliente e gentile che tutto si distende. Iniziamo a chiacchierare poi parliamo di come io e Marco ci conosciamo già da qualche anno. Sono curiosissima di vedere i suoi lavori, l’ho sempre ritenuto una persona intelligente. Amo poi Tarkoskji e vedere come lui l’ha letto e interpretato è davvero interessante. Inizio il giro di casa. Marta e Auronda mi accompagnano, mi fanno vedere il bagno «ci sono persone che mi hanno chiesto se non fosse difficile esporre in bagno, dentro la doccia! Ma io non vedo il problema, quando devo fare la doccia tolgo la foto e via!» mi dice più o meno Marta (il registratore non ce l’ho, l’ho già detto.



Vado con i ricordi, il senso era quello) perché la wo-ma’n è proprio una casa vera, ci abitano si lavano dormono e accolgono gli altri in quello spazio magnifico. Non troppo grande ma pensato bene (una sessantina di metri quadri), con un grande salone, la parete fotografica, nessuna tv, una camera da letto ampia, una bella cucina con tavolo rotondo e sedie anni ’70 e un bagno con la doccia senza tenda («non mi piace la tenda. Sì è vero è pieno di schizzi quando facciamo la doccia, ma poi asciugo. Odio le tende» mi dice Marta, e non posso darle torto perché quei pezzi di plastica che ti si attaccano al corpo fanno davvero un po’ di senso, e non sono molto igienici, penso).
Mi lasciano un po’ da sola per vedere le piccole Polaroid di Marco che intanto cambiano colore e sono corredate da didascalia scritta a mano che racconta del luogo ritratto.
Mi perdo nei dettagli quotidiani, tra le scarpe di Marta e il suo guardaroba, mi piace molto l’arredamento e trovo che questa casa sia arredata con buon gusto,
con elementi contemporanei, flash Bowens a illuminare le foto e il tocco retrò del vintage che per quelli della nostra generazione vale di più di un trumeau dell’ottocento inglese.
Torno in cucina, dove gli altri continuano a chiacchierare. A questo punto tiro fuori il portatile e inizio l’intervista a Marco. Che però più che un’intervista è un flusso di coscienza. Bravo Marco, mi ha messa a tappeto e io in tutto faccio tre domande. Le risposte sono così articolate e complete che sarebbe idiota riproporre con altre parole quello che ha già detto. Poi inizia quella a Marta, Wolfango e Auronda. Parliamo dell’idea della Home Gallery, del perché questa è differente dalle altre. Mi risponde Auronda: «Le altre Home Gallery si occupano di arte contemporanea. Questa è la prima in Italia dove realmente i proprietari ci vivono e dove si espongono solo fotografie». «E lo rivendichiamo!» esclamano i due proprietari, orgogliosi e felici di condividere i propri spazi con foto d’autore (arredate con foto
d’autore le vostre case, invece di quelle tele orride che si trovano ovunque, con scorci di borghi sperduti nella bruma e nella guazza di un pennello poco felice! Costano meno e sono molto più interessanti! ndr). «E il nome? Ho letto che è stato un artista vostro amico a regalarvelo». (Ho studiato!). E Marta: «Sì sì è stata l’intuizione di un nostro amico che dopo aver sentito il progetto ci ha regalato il nome! Wo sta per Wolfango, Ma per Marta e la ‘n è Rock’n roll! Poi la creatività è donna, si sa, anche se è di Wolfango l’idea dell’apostrofo rosso!».
«Certo che aprire le porte della propria casa a chiunque ve lo chieda…Voglio dire, va bene che il pubblico della fotografia è già selezionato alla base, poi mettici che bisogna incappare nel progetto e sfidare le convenzioni per andare in casa di sconosciuti, ma comunque condividete con sconosciuti la vostra intimità, non credo sia poi così facile…».


Marta mi guarda, mi interrompe e non mi fa finire, tanto aveva già capito, e racconta: «A noi viene spontaneo, non ci pensiamo, la prima cosa che facciamo è dire a tutti quelli che vengono “rimanete a cena!” Primo perché adoriamo questa casa, poi perché siamo persone aperte. Ci piacerebbe portare avanti il progetto di un piccolo circuito di Home Gallery. Le altre persone sono più chiuse, hanno bisogno di essere guidate e adesso sarebbe troppo presto, ancora non sappiamo come funzionerà il nostro… Ma prima o poi faremo un piccolo circuito. Da raggiungere in bicicletta! (aggiunge Auronda) Io volevo abitare qui, volevo un “quartiere” vecchio stile e a Roma non ce ne erano molti. Certo, qui al Pigneto c’è una forte presenza di cinesi nei negozi, le persone che abitano qui da tanto se ne lamentano un po’, ma sopravvivono ancora i vecchi, dal ferramenta alla sarta, cose che non trovi
più nei quartieri dormitorio nuovi. Ci troviamo bene! Non odio nemmeno troppo il supermercato! Ci vado poco, ma quando ci vado non sono nauseata!».
Wolfango ascolta e poi dice: «Acquistiamo solidale in San Lorenzo. Al mercato ci vado io. Solo che spesso Marta mi dice gli orari o i giorni sbagliati, e siccome quelle due orette ci vogliono, per il traffico e tutto il resto (per chi non vive a Roma: il traffico sta condizionando la nostra vita. ndr) poi andiamo anche al supermercato. Ma insomma, che dire, è Marta che tira avanti la baracca!».
Inizia ad esser tardi. Arrivano due ragazze curiose che avevano un po’ paura di disturbare, ma come sempre Marta le accoglie e le mette a loro agio. Scatta Auronda ad illustrare le immagini di Marco e il progetto della Home Gallery. Hanno portato i pasticcini. Deliziose! Li lascio alle loro
cose, mi hanno dedicato già tanto tempo e ho abbastanza materiale per andarmene. Torno a casa, e durante il tragitto fino ai Castelli ripenso a che persone interessanti si conoscono così, magari entrando in casa loro. Chiamateli (ai numeri + 39 328 92 92 135 /+ 39 339 61 110 09) e citofonate senza remore. Saranno lì ad accogliervi e a farvi sentire a casa. Altro che gallerie asettiche e spazio bianco!
Marta Rossato e Wolfango De Spirto sono due fotografi. Auronda Scalera si occupa di mostre e organizzazione eventi, scrive e viene da Officine Fotografiche. Marco Soellner è fotografo e cantante, e chissà cos’altro nel futuro.
www.flatinexpo.org

Valeria Jannetti
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