«Eliminare tutti i segni di troppo per arrivare all’essenza del segno fino a renderlo grafico».
È con Oversize n.8 che NUfactory inaugura la stagione 2012 del Palladium presentando Social Tension, mostra personale dell’artista Giorgio Bartocci.
Protagonista assoluta è l’arte urbana intesa come pura sintesi, concetto reso semplice che vive solo del colore che ne determina le forme.
I personaggi che popolano le opere di Giorgio riescono ad esprimere al meglio uno dei concetti chiave della sua poetica, l’uomo al centro di tutto, quell’animale sociale che non può vivere della propria individualità e che costantemente ha bisogno di relazionarsi con i suoi simili.
È questo il senso delle sue icone, metafore di individui comuni che costantemente si danno la mano, quasi a darsi forza e a proteggersi dal mondo circostante che li invade.
«Mi hanno chiesto più volte perché i miei omoni si stringono le mani e ho sempre risposto che quell’atto così semplice e arcaico è un gesto temporaneo, una soluzione per risolvere l’inquietudine e l’ansia quotidiana, un atto che chiunque può interpretare attraverso la propria soggettività ed esperienza di essere sociale: di essere figlio, padre, madre, nonna…».
Ed è questo che la mostra si propone di indagare, quella costante tensione, Social Tension appunto, tipica della nostra contemporaneità che da una parte si irradia dai suoi soggetti verso il panorama urbano circostante ed allo stesso tempo cerca di penetrare l’unione figurativa e simbolica dei disegni urbani che resistono, unite nel loro abbraccio.
Questa tensione che si propaga all’interno del panorama urbano è volutamente sottolineata dalla somma di due tipi di interventi che Giorgio adotta nel quartiere romano di Garbatella.
Se il site-specific che l’artista elabora nel foyer del teatro Palladium quasi si confonde con una convenzionale esposizione museale, l’intervento outdoor, che interessa un’intera parete del quartiere, sottolinea come l’atto artistico, lungi dall’essere confinato dentro le mura, debba necessariamente esplodere nel panorama urbano circostante.
«Trovare nella scrittura lo stesso ritmo dell’opera urbana. È questa l’esigenza di chi vuole interpretare questa corrente pittorica: veloce nell’esecuzione, rapida alla lettura. Non c’è tempo per la rielaborazione, solo la possibilità di assorbirne la tensione.».
Così la curatrice della mostra Annalisa Filonzi spiega l’intento di Social Tension.
In un periodo storico in cui si inizia a parlare, seppur sottovoce, di restauro delle opere di street art, è interessante analizzare in maniera sempre più ravvicinata il fenomeno della pittura urbana.
Un’altra occasione dunque per continuare ad interrogarsi sul concetto di legalità ed illegalità di questo tipo di atto artistico, analizzando il confine tra vandalismo ed arte, tra divieti e libertà, nel tentativo di scoprire chi e che cosa detta queste regole che stabiliscono quando un’opera è arte e come tale va tutelata e restaurata, e quando un’altra può essere coperta da vernice bianca senza troppi scrupoli.
Street art come sintomo del contemporaneo dunque, sempre più studiata per la sua presenza capillare e diversificata, ed allo stesso tempo giudicata con sospetto: fenomeno di moderni fauves detestati e terribilmente amati.
DUDE: Come nasce il percorso di Giorgio Bartocci artista?
GIORGIO BARTOCCI: Mi sono avvicinato al mondo della grafica con passione grazie a mio padre; il mio percorso come artista invece deve ancora cominciare! Scherzo! Dico solo che di solito faccio fatica a considerarmi un Artista perché non amo dare etichette al mio lavoro.
Diciamo che preferisco definirmi un creativo.
Come tale il mio percorso inizia da bambino; vengo da una famiglia di artisti e questo ha sicuramente maturato in me una certa sensibilità visiva essendo abituato a metabolizzare sistematicamente immagini e situazioni legate al mondo dell’arte.
Ho iniziato a darci dentro con i graffiti a tredici anni e non ho mai perso questa brutta abitudine.
Ho sempre guardato con ammirazione il lavoro artigianale dell’artista, fatto di tecnica, manualità, la modellazione dei concetti segnici.
Ho studiato per diventare orefice e, anche se ho deviato questo percorso per altri orizzonti artistici come quello dei graffiti, del design grafico e della sperimentazione pittorica, questo studio ha arricchito il mio percorso formativo, insegnandomi l’importanza della cura del dettaglio e la ricerca della sintesi.
Forse proprio quest’ultima parola riassume il mio lavoro. Sono alla continua ricerca di sintesi.
La grafica per l’appunto è un elemento importante nella mia produzione artistica; personalmente mi sono avvicinato al mondo della comunicazione visiva ad Urbino, una cittadina dove si respira ancora profumo di inchiostri e la grafica si lega ancora indissolubilmente alla stampa.
Tra arte e grafica spesso non trovo distinzioni. Amo la grafica d’autore come un graffito dalle sembianze primitive; come una stampa litografica o la creazione di un font utile a leggere con chiarezza.
D: Nei tuoi lavori quali tecniche usi maggiormente e che tipo di progettazione adotti per realizzarli?
GB: Ho avuto modo di sperimentare svariate tecniche pittoriche.
Con gli spray me la cavo abbastanza bene, ultimamente lavoro molto con la tempera, che amo per effettuare le campiture cromatiche piatte e per la resa opaca.
Comunque tendo a mescolare le due tecniche anche a seconda dei supporti con cui ho a che fare e della tempistica di realizzazione.
La progettazione, invece, nasce in primis su carta. Disegno e schizzo parecchio.
Se lavoro su commissione, cerco di progettare il più possibile in vettoriale o tramite collage, per una maggiore chiarezza e velocità di trattativa con il cliente.
Paradossalmente, invece quando si tratta dei miei graffiti, amo improvvisare: mi lascio ispirare dal supporto e dall’ambiente circostante, difficilmente porto con me i miei sketches.
Gli ambienti urbani sono la mia passione perché sono fruibili a tutti e mi piacerebbe capire cosa trasmettono alle persone e agli animali.
D: Qual è il punto centrale del tuo lavoro?
GB: Sono attratto dall’uomo inteso come essere sociale. Da come è riuscito ad adattarsi nei secoli alle mutazioni, alle guerre, alle rinascite, alle crisi!
Ritraggo la specie umana attraverso un’iconografia semplice e sintetica.
Osservo quotidianamente situazioni che si creano quando le persone interagiscono tra loro, lo faccio sia consapevolmente che inconsciamente.
L’uomo nei miei pezzi è al centro. Un’orbita che tiene in equilibrio gli oggetti che gli gravitano attorno.
Moderni primitivi (uno dei precedenti lavori dell’artista nda) è una espressione ironica: questo progetto riassume un’evoluzione molto rapida dell’uomo evidenziando che certi metodi del comunicare sono rimasti quasi totalmente immutati. Siamo molto più primitivi di quello che pensiamo.
D: Spesso nei tuoi lavori si trovano personaggi stilizzati che da un lato sembrano appartenere al futuro, dall’altro, paradossalmente, ricordano immagini preistoriche. Da dove nasce l’idea di questi soggetti?
GB: I soggetti che disegno sono delle icone, sono disegni semplici, dai tratti infantili.
Vogliono essere dei marchi del genere umano, e loro rappresentano scorci di vita in società.
I miei personaggi non nascono neanche da un’idea predefinita.
Sono nati in un momento in cui credevo che l’urban art fosse una corrente di trasmissione più valida dell’arte e dei graffiti, in grado di dimostrare qualcosa di più forte e rappresentativo di noi stessi. Se ci fai caso la rappresentazione del soggetto umano è parte integrante della cultura visiva di questo nuovo secolo; quando ho cominciato a disegnarli, desideravo esprimere con insistenza che singolarmente non esistiamo, ma solo in relazione possiamo esistere.
Questo concetto riassume in breve il senso delle mie opere.
D: Come nasce l’idea per la mostra al Palladium, perchè si parla di Social Tension?
GB: OVERSIZE è chi coinvolge NUFACTORY al Palladium.
Tutti soggetti fuori formato, artisti che non amano la fiction e sono immersi da anni sulla scena, molto critici e appassionati. Social Tension è il riassunto visivo – per come la vedo io – di come stiamo vivendo quest’epoca; è il racconto di una tensione, oserei dire, armonica. Per il Palladium ho studiato un’installazione pittorica che offre, in un’immagine, un’istante di tensione sociale, dove l’osservatore deve solo immergersi, perdersi e, se crede, interpretare.
Giorgio Bartocci in pillole
Da piccolo volevo: fare il saldatore o l’orefice o il giocatore di basketball.
Adesso faccio: l’Art Director e il Visual Designer.
Da grande vorrei: disegnare un po’ dappertutto.
Un artista che vi consiglio: Delta Inc.
Oversize n.8 “Social Tension” di Giorgio Bartocci
a cura di Annalisa Filonzi per NUfactory, dal 16 gennaio al 18 febbraio 2012 @ Palladium;
Inaugurazione: lunedì 16 gennaio 2012, ore: 19.00 – 22.30.
D: In uno dei tuoi progetti precedenti hai collaborato con Eni. Come vivi da artista il rapporto con questi grandi brand?
GB: In realtà quelli che oggi consideriamo grandi marchi, sono gli stessi che una volta erano considerati i committenti nell’arte, come la chiesa o i grandi regnanti. Nel mio caso, occupandomi di grafica, è stato interessante elaborare a modo mio uno dei marchi più importanti e storici anche in quanto simbolo e sinonimo di dinamismo, uno dei concetti chiave della mia poetica artistica.
D: Spesso il tuo lavoro è documentato tramite video. Credi che la concezione di street art contemporanea possa quindi essere intesa anche come somma di mezzi di comunicazione, quasi come performance?
GB: Credo sia importante documentare il più possibile, non è obbligatorio ma il video è un documento, il pretesto per ricordare, un ampliamento di visibilità.
Sono certo che sia già parte integrante dell’azione urbana da alcuni anni, velocizza ancora di più il meccanismo di comunicazione.
D: Da quale panorama traggono ispirazione le tue opere?
GB: Di sicuro ho avuto modo di trarre ispirazione dagli espressionisti della Die Brucke e per la tékhne da diversi illustratori indipendenti, ma la vera ispirazione sono i bambini, la maternità, gli asiatici e i colori dei vestiti della gente, mi chiedo sempre perché ci si vesta così spesso di nero.
D: Anche se molto meno rispetto al passato, la gente guarda al fenomeno della sreet art con sospetto, con riserve, assumendo un atteggiamento che in parte ricorda quel Donatello chez les fauves che tanto avevano sconcertato i Salons parigini. Come spieghi questo atteggiamento?
GB: Perché siamo anche noi delle belve!!… no, seriamente la street art ha disorientato i meccanismi dell’arte fatta, scritta e diretta dai mercanti.
Quando si presentano a tutti opere pubbliche realizzate nella fugacità di un gesto illegale, regalate a chiunque, senza cartellini di prezzi, è automatico che si generano dei sospetti, principalmente da chi gestisce certi fenomeni della scrittura dell’arte, da chi ha questo grande potere di controllo.
La libertà in generale suscita sospetto e spavento per chi deve controllarla, trovo che i graffiti, la street art, l’arte urbana siano dei gesti e dei nuovi simboli di libertà.


