Illustrazione di Alice Iuri
Durante le scorse settimane le strade di Los Angeles sono state palcoscenico di una sorta di parco giochi itinerante per anime pop che, nell’ordine, ha messo in scena: una degustazione di ciambelle – specificatamente rosa – accompagnata dall’ascolto in anteprima di un disco in uscita in quei giorni per la 4AD; un dj set; una manicure realizzata dai «migliori nail-artist della città» – colore dello smalto previsto? Rosa, ovviamente -; un giro in limousine – rosa, ancora – con quel disco riprodotto dall’autoradio; una festa all’Origami Records con pizza gratis e, ciliegina sulla torta, una specie di Dolly Parton ancora più kitsch diventata famosa più grazie alle insegne pubblicitarie che alle sue canzoni.
Ad organizzare questa serie di eventi a metà tra l’happening artistico e la parata trash è stato un burattinaio dai capelli rosa e dalle felpe sdrucite, che dai primissimi anni duemila si diverte a pasticciare con registratori multi-traccia, archivi musicali e chitarre. Si chiama Ariel Marcus Rosenberg e ai più è conosciuto come Ariel Pink.
L’input della serie di eventi è stata la pubblicazione della sua ultima fatica discografica, un monumentale album di 17 tracce uscito per la britannica 4AD e chiamato pom pom.
La locandina degli eventi programmati dall’11 al 17 Novembre per la pubblicazione di pom pom, dal sito di Ariel Pink
Per chi non ne avesse mai sentito parlare, questo è un perfetto biglietto da visita del musicista di Los Angeles: negli eventi programmati in giro per Los Angeles c’è tutta l’essenza di pom pom, ma anche di Pink stesso. Ariel Rosenberg è forse la personalità del mondo di una certa musica contemporanea che più sposa il motto mcluhaniano «il medium è il messaggio».
La musica di Ariel Pink è un pastiche tra alto e basso, una valorizzazione del banale e del trash, con la muzak retrò (la vuotissima musica da ascensore) che diventa elemento portante dei suoi brani. Sono storie contemporanee, accompagnate da note, atmosfere e arrangiamenti di venti o trent’anni fa.
Non è un caso che Simon Reynolds stesso, nell’introduzione del suo Retromania, si appelli proprio a lui per dare un’idea di cos’è la tendenza della musica contemporanea ad attingere al passato: Ariel Pink «senza un’ombra di imbarazzo descrive il suo sound come “retrolizioso”». E in effetti, quello che le sue canzoni ci restituiscono, è proprio una «grande emozione pop […] un rimpianto agrodolce per la perduta età dell’oro».
Così in pom pom si trovano echi dei suoi ascolti giovanili (Bauhaus, Sister of Mercy, The Cure) tra White Frecles e Four Shadows, caroselli da sigla televisiva in Jell-o e nella folle Dinosaurs Carebears, la nostalgia degli anni Ottanta patinati, che in pochi abbiamo veramente vissuto ma che tutti possediamo nel nostro immaginario di figli dell’Occidente – in Lipstick.
Tutte cose che, in nuce, si trovavano anche nei suoi lavori precedenti.
Ariel non è, infatti, un novellino della composizione: la sua parabola inizia nel lontano 1996 quando, armato di registratore multitraccia a otto piste, si chiude nella sua cameretta di studente di belle arti e crea materiali sonori eccentrici e rudimentali. Uno di questi diventa The Doldrums, un album di 15 tracce molto impegnativo per orecchie e salute mentale degli ascoltatori. Siamo nel 2000 e il disco – autoprodotto – fa parte di una serie di lavori chiamata Haunted Graffiti. Quattro anni più tardi, però, il nostro incontra quell’universo sonoro chiamato Animal Collective che, The Doldrums alla mano, si entusiasma tanto da proporgli una ri-pubblicazione per la loro etichetta, la Paw Tracks.
Seguono anni di ristampe dei suoi lavori per la Paw Tracks e nuove pubblicazioni, con una qualità del suono tenuta in qualche modo volutamente bassa e confusionaria (del resto gli Animal Collective stessi non sono esattamente i paladini delle sonorità lineari); fino all’approdo, nel 2010, alla 4AD. Ariel non è solo, ma è accompagnato da una band chiamata, appunto, Haunted Graffiti e con loro pubblica Before Today – che lo rende effettivamente amato dal pubblico Pitchfork-oriented – e Mature Themes. Da questi due dischi vengono due inni del pop retrolizioso e contaminato di cui abbiamo parlato finora:Round and Round e Only in My Dreams.
Ciao Ariel, quanto stai fuori?
La sua ultima fatica, che lo vede senza gli Haunted Graffiti, ha una sorta di conferma ulteriore: è come se Ariel fosse finalmente depositario di una consapevolezza che gli permette di giocare con i feticci della cultura pop occidentale, con lo stesso approccio ironico e irriverente con cui battibecca con Madonna prima e con Grimes poi. Con la stessa compiaciuta strafottenza con cui ritira la targa con l’etichetta “misogino” e con cui esulta quando apprende di essere la personalità più odiata dell’indie-pop, servendosi ad arte ai giornalisti in cerca di troll.
Le apparenze da cartone animato, infatti, non devono ingannare: più che ad un simpatico folletto alla Willy Wonka, siamo davanti ad un outsider sputato fuori da un film di Harmony Korine o di Vincent Gallo. Una figura dall’estetica pop che contiene tutte le contraddizioni e i fallimenti del paese degli eccessi, pronte ad esplodere in musica.
Tutto l’Universo di video lo-fi e melodie da sala da ballo pomeridiana non è altro che la restituzione di quell’aspetto malinconico che da bambini non riuscivamo a spiegarci del circo; la tristezza che si insinua nel momento del fine-party: Mr Pink ci racconta un senso di disagio soffuso nel nostro inconscio, ed è ben consapevole di farlo. «Forse facendo sentire le persone a disagio, stuzzico quel piacere incomprensibile che è parte delle cose più spaventose e strane che ricordi esserti capitate quando eri un bambino. […] Io scavo quel territorio più di ogni altro: l’inconscio».
Insomma, nei suoi dischi ci sono sì i suoi ascolti giovanili, ci sono i suoni degli anni Ottanta, i jingles televisivi e i vinili polverosi di musica commerciale trovati nella libreria dei genitori, ma soprattutto c’è l’inconscio, ci sono i simboli e gli stereotipi di una civiltà che nel suo carrozzone di ori, scintillii e soubrettes danzanti trascina anche, senza potersene staccare, un carico di delusione, solitudine e abbandono. L’operazione di attualizzazione che Ariel compie con la registrazione e la riproduzione delle retrolizie, dei ricordi sonori ed immaginari a cui è romanticamente attaccato, non è molto distante dall’operazione fotografica così come la descriveva Roland Barthes ne La camera chiara. Nel recupero del passato – che non può essere mai del tutto passato proprio perché fissato e fermato dalla registrazione, su nastro così come su pellicola fotografica – c’è un fortissimo ed inevitabile ritorno del morto. Quel momento è effettivamente passato e abbiamo contribuito ad ucciderlo nel momento in cui abbiamo deciso di fissarlo su un supporto, ma allo stesso tempo continua a vivere con noi in una seconda vita analogica o digitale. Questo discorso, oltre alla musica e alla fotografia, si può estendere a tutte le forme comunicative e trova nei nostri anni una validazione sul web (luogo per eccellenza di archivio e superamento allo stesso tempo): ecco perché Ariel Pink potrebbe essere il cantore della net generation, con il suo perenne contrasto tra l’effimero, la velocità, lo svanimento e la voglia di fissare e di vivere perennemente in compagnia dei nostri ricordi mediatizzati, col senso di morte che inevitabilmente finiscono per veicolare.
Si può essere o no d’accordo con Christopher Owens dei Girls, quando afferma che «Ariel è il più geniale matto e allo stesso tempo il miglior compositore dei nostri tempi», ma bisogna riconoscere a questo trentaseienne che si diverte a giocare con l’identità di genere il merito di essere riuscito a costruire un immaginario ben definito. Un immaginario che, per quanto parta da un’esteriorità plasticosa, riesce poi a toccare i nervi scoperti della fascinazione-repulsione per lo strambo. E, ancora una volta, l’ha fatto guidato da una sorta di scrittura automatica surrealista: «Non penso di aver iniziato a fare musica perché avevo le migliori intenzioni; è stato perché ero veramente arrabbiato. Mio padre continuava a chiedermi “cosa farai della tua vita?” e io gli rispondevo “la Rockstar”. Non sapevo come fare le cose, non avevo nessuna abilità”.
Le parate di maialini e le ballerine da night club di pom pom ci raccontano che Mr Rosenberg è cresciuto? Sicuramente siamo lontani dalle registrazioni su mangianastri colme di human beatbox, rumori dei tasti e respiri tra suoni di sottofondo: pom pom è un disco composito, ben strutturato e consapevole. Il percorso che Ariel Pink ha fatto dai tempi della Paw Tracks e dal passaggio alla 4AD è sicuramente un percorso di pulizia del suono (mantenendo sempre la sua marca stilistica, ovviamente) e di consapevolezza di scrittura. Quindi sì, in qualche modo il weirdo dell’indie-pop è cresciuto, ma nell’unico modo in cui può crescere uno come lui: confermando e rafforzando tutto l’universo di inquietudini, banalità, ambiguità e riferimenti che ha incamerato nella stanzetta d’infanzia di Beverlywood, davanti ad Mtv e alle puntate dell’A-team.
Discografia di Ariel Pink
Albums
- •2002: House Arrest/Lover Boy (Haunted Graffiti 5-6) (Ballbearings Pinatas; Demonstration Bootleg)
- •2003: Worn Copy (Haunted Graffiti 8) (Rhystop)
- •2004: The Doldrums (Haunted Graffiti 2) (Paw Tracks)
- •2005: Worn Copy (Haunted Graffiti 8) (reissue) (Paw Tracks)
- •2006: House Arrest (Haunted Graffiti 5) (Paw Tracks)
- •2006: Lover Boy (Haunted Graffiti 6) (Ballbearings Pinatas)
- •2006: Ariel Rosenberg’s Thrash and Burn: Pre (Human Ear Music)
- •2006: Stranded at Two Harbors (as Holy Shit) (UUAR)
- •2007: Scared Famous (West Coast Tour Edition) (Human Ear Music)
- •2007: Underground (Haunted Graffiti 1) (Vinyl International)
- •2008: Odditties Sodomies Vol. 1 (Vinyl International)
- •2010: Before Today (4AD) (#163 Billboard 200) [con gli Haunted Graffiti]
- •2012: Mature Themes (4AD) (#136 Billboard 200) [con gli Haunted Graffiti]
- •2014: pom pom (4AD)
Eps/Singoli
- •2005: Pedestrian Pop Hits (Southern Records)
- •2006: “Gates of Zion”/”Ghosts” (Australian Tour) (Mistletone)
- •2006: “Witchhunt Suite for WW3″ 12” (Melted Mailbox)
- •2006: My Molly EP (Tiny Creatures)
- •2006: Ariel Friedman EP (Human Ear Music)
- •2008: “Before Today” UNUSUAL ANIMALS (Asthmatic Kitty)
- •2008: “Can’t Hear My Eyes”/”Evolution’s a Lie” 7″ (Mexican Summer)
- •2009: “Kind of Kind”/”RSM’s Brain” (Big Love, Japan)
- •2010: “Round and Round”/”Mistaken Wedding” (4AD)
- •2011: “I’m Not A Genius” (JesusWarhol)
- •2013: “Hang On To Life”/”No Real Friend” (Mexican Summer)
Pubblicazioni indipendenti
- •1996: The Nile Pan pt. 1-11
- •1996: Kids On Drugs
- •1996: Kraftwerk / Experiments
- •1996: Dove
- •1997: Death Dorm 1-4 (comp)
- •1997: tape 1
- •1997: metamorfosi / INUMI
- •1997: Equus 1 & 3
- •1997: Master 1 & 2
- •1997: BIANCA LIVE / DEMOES
- •1998: Hum It In The Streets (Papermasche)
- •1998: Ariel Rosenberg’s Thrash n’ Burn + PRE
- •1998: Gorrilla Live 1 + Solo
- •1998: Unreleased Gorrilla tape
- •1998: GORRILLA 2
- •1998: Appleasians Vaults
- •1998: Appleasians Greatest Hits
- •1998: Haunted Graffiti – CEMETERIES / RAILROADS
- •1999: Appleasians LIVE / the birth of Haunted Graffiti DEMOES
- •1999: Haunted Graffiti – UNDERGROUND Double
- •1999: Haunted Graffiti – SPIERS IN THE SNOW EP
- •1999: Haunted Graffiti – Phantasm EP
- •1999: Haunted Graffiti – Young Pilot Astray + Phantasm EP
- •1999: Haunted Graffiti – Doldrums Sessions
- •2000: Haunted Graffiti – Doldrums
- •2000: Mother of God + Orange S*NS – LIVE
- •2002: Scared Famous/FF» (Haunted Graffiti 3-4)
- •2003: Holy Shit EP (Haunted Graffiti 7)
- •2007: YAS DuDette (tour-only compilation of rarities)
- •2007: Hot Saucers (tour-only compilation of rarities and outtakes)
- •2008: Oddities Sodomies (tour-only compilation of rarities and outtakes)
- •2008: Live At Pacific Palace Aids (tour-only live album)
- •2009: “Cooler Cat Bootleg” (tour only EP)
- •2009: “Grandes Exitos” (tour-only greatest hits)

