Perché leggere i classici? Provate a pensare quante volte questa domanda vi sarà saltata in mente. I classici sono da sempre intorno ad ognuno di noi ma solo con l’avvento dell’età della ragione ci si inizia ad interrogare sulla loro natura. E così, in particolare frequentando le scuole superiori, sarà stato più che lecito domandarsi quale sia l’utilità di imparare la struttura dell’Inferno di Dante, gli argomenti delle giornate del Decameron o le dedicatarie dell’opera in versi di Montale.
Ponendovi questa domanda vi mettete al pari di uno che di classici ne ha scritti diversi ma che, nello stesso tempo, si è interrogato su quale sia la loro utilità. Ma se di leggere Calvino non vi importa niente, risparmiate la fatica di sfogliare «Perché leggere i cassici» perché non è un libro che dà risposte ma che, come molti grandi capolavori, pone altre domande; per esempio: «non si creda che i classici vanno letti perché “servono” a qualcosa. La sola ragione che si può addurre è che leggere i classici è meglio che non leggere i classici», non la definirei proprio una risposta definitiva.
Adesso, a darvi una mano sulla questione, è arrivata una nuova proposta editoriale della benemerita Penguin, casa editrice londinese che, per prima, ha intuito l’importanza dei classici, mettendoli in vendita a prezzi ridicoli in modo da ampliarne la fruizione (sorvoliamo sulle scimmiottanti imitazioni che ancora oggi troviamo in edicola con i maggiori quotidiani; alberi che si sacrificano per andare a prendere polvere nelle case degli italiani sotto forma di pagine).
In questi giorni è uscito il primo numero della rivista, curatissimo anche nella sua estetica, dal titolo programmatico di The Happy Reader, al modico prezzo di tre sterline. Quale la sfida che si pongono i tipi di Londra? In un mercato editoriale saturo di amenità, di finti scrittori e di autori-macchine di best-seller, la Penguin decide di andare controcorrente e di ridare vitalità ai classici rinnovandoli attraverso una nuova veste.
Un tentativo, insomma, di pop-izzare i classici, in modo da accontentare sia i lettori atipici sia i bookworms e, soprattutto, attraverso un format davvero intelligente e accattivante. Ogni numero sarà infatti diviso in due parti: la prima dedicata ad una lunga intervista con un lettore famoso, la seconda dedicata ad un classico della letteratura, riletto però da punti di vista differenti come la moda, la storia, l’arte e il cinema.
Non sappiamo se con questa operazione riusciremo a capire qualcosa in più ma, sicuramente, ci divertiremo a (ri)leggere i classici che ci proporranno.
«Amo soprattutto Stendhal perché solo in lui tensione morale individuale, tensione storica, slancio della vita sono una cosa sola, lineare tensione romanzesca.
Amo Puskin perché è limpidezza, ironia e serietà.
Amo Hemingway perché è matter of fact, understatement, volontà di felicità, tristezza.
Amo Stevenson perché pare che voli.
Amo Cechov perché non va più in là di dove va.
Amo Conrad perché naviga l’abisso e non ci affonda.
Amo Tolstoj perché alle volte mi pare d’essere lì lì per capire come fa e invece niente.
Amo Manzoni perché fino a poco fa l’odiavo.
Amo Chesterton perché voleva essere il Voltaire cattolico e io volevo essere il Chesterton comunista.
Amo Flaubert perché dopo di lui non si può più pensare di fare come lui.
Amo Poe dello Scarabeo d’oro.
Amo Twain di Huckleberry Finn.
Amo Kipling dei Libri della Giungla.
Amo Nievo perché l’ho riletto tante volte divertendomi come la prima.
Amo Jane Austen perché non la leggo mai ma sono contento che ci sia.
Amo Gogol perché deforma con nettezza, cattiveria e misura.
Amo Dostoevskij perché deforma con coerenza, furore e senza misura.
Amo Balzac perché è visionario.
Amo Kafka perché è realista.
Amo Maupassant perché è superficiale.
Amo la Mansfield perché è intelligente.
Amo Fitzgerald perché è insoddisfatto.
Amo Radiguet perché la giovinezza non torna più.
Amo Svevo perché bisognerà pur invecchiare.
Amo…»
(Italo Calvino, Saggi, Mondadori pp.1528-1529)