Le telephile – Le serie tv inglesi (seconda parte)
Sul finire dei suoi primi dieci anni, qui compiamo una piccola rivoluzione, abbandonando il nostro formato classico – quello del magazine culturale a cadenza vagamente quotidiana – per presentare ogni mese un solo saggio e un solo racconto. Da queste pagine 24 autori ogni anno proporranno il loro filtro sul reale, manipolando inevitabilmente la personalità di Dude mag: ed è una cosa che ci rende enormemente curiosi.
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Le telephile – Le serie tv inglesi (seconda parte)

Dalle sponde dell’Atlantico, dopo tanta TV americana, ci spostiamo ora oltre la Manica per esplorare le serie che i sudditi della Regina Elisabetta hanno da offrirci.

Prosegue il nostro itinerario alla scoperta della TV britannica. Dopo la prima tappa, che ci ha portato tra period dramas, sci-fi e rivisitazioni letterarie, continuiamo con altre quattro serie che negli ultimi anni hanno conquistato il pubblico d’oltremanica.

John Luther (Idris Elba, già in The Wire) non è un detective come gli altri. Secondo il suo creatore, il romanziere Neil Cross, è l’incontro tra Holmes e il tenente Colombo. Come Sherlock ha un’ossessione per i dettagli e la stessa velocità di pensiero, ma, diversamente da lui, possiede più di una macchia grigia nel suo passato. Luther ha debuttato sulla BBC nel 2010 e tornerà con una terza stagione la prossima estate. I primi minuti del telefilm si aprono in medias res, già in conclusione di un caso che lo porterà ad un bivio, dove confrontarsi con una delle tante scelte morali che sarà costretto a fare. Quando il colpevole è lì sul precipizio, salvarlo o lasciarlo sprofondare? La scena è fortemente adrenalinica, dall’inizio ci si sente interamente coinvolti da questo personaggio, interrogandosi su cosa starà per fare, cercando di capire le sue motivazioni. Luther compie la sua scelta, ma dovrà pagarne le conseguenze: una sospensione e un esaurimento nervoso che gli permetteranno di tornare al lavoro solo dopo sette mesi. Ed è allora, consumato dai sensi di colpa e dalla ferita che questa esperienza gli ha lasciato, che incontra Alice (Ruth Wilson), un’assassina che non può arrestare per mancanza di prove ma che diviene ben presto una sorta di confidente a cui svelare e mostrare la parte più oscura del proprio animo. Una meravigliosa ossessione. Nei dieci episodi trasmessi, la loro relazione cresce in tensione. John e Alice rappresentano due facce della stessa medaglia: da una parte, il raziocinio, la scelta non arbitraria e le sue conseguenze; dall’altra, l’agire senza filtri e preoccupazioni, una totale libertà che può incarnare il Male. E forse è proprio questo che affascina in questo telefilm: il doversi confrontare con l’indicibile della nostra anima e vedere realizzati sullo schermo i nostri desideri più segreti.

Torniamo, invece, in un passato mitico con Merlin. Ormai giunto alla quarta stagione, con una quinta già confermata, il telefilm della BBC, diversamente da quanto si possa immaginare, non narra le ben note vicende della leggenda arturiana, più volte portate sullo schermo, bensì si focalizza su ciò che precede la leggenda con dei giovanissimi Merlino (Colin Morgan) e Artù (Bradley James). Il giovane mago arriva alla corte di Uther Pendragon, interpretato da Anthony Head (l’indimenticabile Mr. Giles di Buffy), inviato dalla madre, per iniziare il suo apprendistato con Gaius, il medico di corte. Sin da subito è chiaro il ruolo che la magia avrà nella serie quando Merlino assiste all’esecuzione di un uomo accusato di stregoneria mentre una donna minaccia il re e svanisce in un vortice spettacolare. Merlino svelerà i suoi poteri nel salvare Gaius da una caduta: congelare il tempo, telecinesi, formule magiche. Ma tutto deve rimanere segreto, dal momento che la magia è vietata a corte. Merlino è una sorta di supereroe del Medioevo che deve tenere celati i suoi grandi poteri. Unico suo confidente, oltre a Gaius, sarà il drago Kilgharrah (la voce è quella di John Hurt nell’originale), vero e proprio mentore per il giovane. Un drago saggio che si rivela anche un efficiente mezzo di trasporto per tornare in tempo a corte, rimandando a immagini della nostra infanzia (alzi la mano chi ha visto minimo una decina di volte La storia infinita). Se le prime stagioni si sono focalizzate su Merlino non resta che vedere, ora che Uther è morto e Arthur è salito al trono, come il serial porterà avanti questa storia, ma soprattutto come tratterà le ben più note vicende dei Cavalieri della Tavola Rotonda.

Se Luther era un uomo diviso tra una scelta morale giusta e una sbagliata, Henry Pearce (Peter Firth), il protagonista di Spooks, di scelte non ne ha, tutto è stato già determinato nel momento in cui è entrato a far parte dell’MI-5, i servizi segreti britannici. Il telefilm della BBC creato da David Wolstencroft ha accompagnato gli autunni televisivi degli inglesi per dieci stagioni, soffrendo di recente della concorrenza dei canali commerciali, ma rimanendo comunque una delle serie più iconiche del decennio appena passato. E forse non è un caso che una serie con spie e terroristi sia nata nel 2002, a poca distanza dagli attentati terroristici dell’11/09, quasi in parallelo a un’altra serie che, dall’altra parte dell’Atlantico, s’è fatta carico delle ansie di inizio millennio come 24. Il clima di paranoia, elaborato con immagini panottiche e orwelliane, caratterizza entrambe le serie, ma in Spooks i bagni di sangue e la violenza rimangono congelati nell’atmosfera british e siderale della serie. Dopo l’attentato di King’s Cross nel 2005, un evento che ha fortemente colpito la popolazione britannica c’è stata nella serie una virata sempre più estrema nel raccontare la lotta al terrorismo di matrice islamica. La Storia come sempre incide sulle storie personali dei personaggi: Henry, pur volendo lasciare i servizi segreti, non può farlo, non potrà essere felice, proprio perché, come gli dice Ruth, «We’re made of secrets». Un agente segreto non ha alcuna scelta, può solo continuare nel suo lavoro, guardando in faccia per l’ennesima volta la morte che si specchia nello sguardo spento della donna amata. Accettando la propria vita come un destino ineluttabile.

Anche il mondo rappresentato in Black Mirror ha qualcosa di molto orwelliano e straniante. La mini-serie in tre puntate, nata da un’idea di Charlie Brooker per Channel 4, narra tre diverse storie, ognuna indipendente dalle altre, ma tutte legate da un sottile filo rosso che è quello della tecnologia e l’impatto che essa ha sulle loro (nostre) esistenze. Le loro vite travalicano il reale e diventano semplice specchio (uno specchio oscuro in cui è impossibile ritrovare la propria immagine, come sembra suggerire il titolo della serie) di un qualcosa di più grande, quel Grande Fratello che tutto controlla con sguardo onnisciente, non lasciando alcuna via di fuga. Avatar su schermi giganti sostituiscono il reale, lo doppiano in maniera distorta mentre la vita vera perde sempre più il suo vero significato, vuota, se non fosse per un cumulo di byte che permette di replicare all’infinito il proprio passato, quasi ad accertarsi che si esista veramente, che ancora si è. Una totale perdita dell’orientamento che si accompagna a un forte senso d’ansia, colpendo inesorabile lo spettatore come un pugno nello stomaco. Rupert Everett è meraviglioso nelle parte di un Simon Cowell di celluloide.

Ultimo serial di questa puntata è uno show tratto da una serie svedese, a sua volta ispirata ai romanzi gialli di Henning Mankell. Si tratta di Wallander, due stagioni composte da un totale di sei film per la TV, ognuno tratto da uno dei romanzi. A dare il volto a Kurt Wallander, uno dei mostri sacri del cinema britannico contemporaneo: Kenneth Branagh. Più che un poliziesco, Wallander è un dramma interiore (non guasta neanche l’interpretazione dei bravi comprimari, tra cui Tom Hiddleston) che si rispecchia nei meravigliosi paesaggi del Nord Europa (dove il telefilm è ambientato) fotografati con colori freddi, glaciali, nordici appunto, che ben si accompagnano con gli interni tendenti al verde, al marrone, al blu. L’effetto è quello di sospensione, una calma assordante, che trova una via di fuga nelle inquadrature interamente dedicate al mare o ai campi di grano o alle verdi foreste. Il paesaggio diventa, quindi, un altro personaggio, correlativo oggettivo dell’anima dell’investigatore, che esprime tutto ciò che lui ha sempre trattenuto in sé. Sarà una nordica foresta, dipinta in un quadro dal padre, a far capire a Wallander che è necessario un cambiamento, che non si può rimanere ancorati al passato, a una donna che non ricambia più i suoi sentimenti o a un padre con il quale ha sempre parlato troppo poco. Il telefilm tornerà con tre nuovi episodi di 90’ l’uno il prossimo inverno, dopo due anni di pausa.

Terre di maghi, investigatori dall’animo turbato, detective ossessionati dai dettagli, spie che sono destinate all’infelicità: questi sono solo alcuni dei mondi che la TV britannica al momento ci offre, ma in questo grande universo telefilmico c’è ancora tanto da esplorare, senza dimenticare le serie del passato, ottime da recuperare in uno dei tanti pomeriggi piovosi dove afferrare una copertina e qualcosa da mangiare per posizionarsi di fronte allo schermo. Rimanete, quindi, sintonizzati: nel prossimo appuntamento della rubrica vi daremo proprio qualche consiglio sui serial già conclusi.

Eleonora Sammartino
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