Ho ascoltato Antico adagio il giorno successivo all’ultima esondazione del Seveso, qui a Milano, il 15 novembre scorso. Nella mia strada, dove ventiquattr’ore prima scorreva un fiume, restavano qua e là delle croste di fango, attaccate ai marciapiedi o conficcate in schegge dentro i copertoni delle auto. Piccoli specchi d’acqua resistevano in altre zone del quartiere, dov’erano apparsi e poi scomparsi dei laghi, delle grandi pozze surreali distese tra negozi di telefonia e ferramenta. Antico adagio è un album del ’78, uscito all’epoca per l’indipendente Bla Bla e da poco ristampato – in cd e vinile, con quattro tracce inedite – per Die Schachtel. L’autore è il polistrumentista milanese Lino Capra Vaccina.
Il primo ascolto, così, ha avuto luogo in una città calma e decompressa. Non solo perché sgombrata dall’acqua che l’aveva invasa per un giorno e una notte, come in un’opera di land art, ma perché, trattandosi di una domenica, la città era in pausa dal lavoro. «Before an aberrant idea of progress and workaholic ethic ludicrously sped up our daily lives, even in the hectic city of Milan it was possible to ‘play slowly’ – with no pressure, simply following the path your art was showing you», leggo su una nota a commento del disco, pubblicata sul sito di Die Schachtel.
Oltre ad aver studiato percussioni e pianoforte e poi composizione, storia della musica e canto corale presso la Scuola Civica di Milano, Lino Capra Vaccina fu tra i fondatori di Aktuala, band nata all’inizio degli anni ’70. Nel 1975 partecipò invece con Franco Battiato alla tournée del supergruppo Telaio magnetico.
In Antico adagio Capra Vaccina suona, tra gli altri, il vibrafono, la marimba, le tablas, il gong. Qua e là si sente anche un altro strumento: la celebre voce di Juri Camisasca. Ho ascoltato il disco prima a casa, nel piccolo monolocale in cui vivo, e poi in cuffia, camminando per strada, dove le pompe idrauliche stavano aspirando il fango dal selciato e dove ho incontrato un’amica, che mi ha raccontato l’esperienza irreale dell’attraversamento di un lago, alle cinque di mattina, tornata da ballare. Non si può dire che si fosse aperto il sereno – il cielo era bianco come una lastra di ghiaccio – però aveva smesso di piovere. Nel disco è quasi tematizzata un’idea di pulizia, nitore, purezza. «The combinations of the rhythms and melodies», scrive Four Tet nel libretto che accompagna il cd, «resonate with me in a very clear way». Minimalismo, ripetizione, presagi di world music, anticipazioni colte di ciò che verrà popolarmente conosciuto con il termine new age.
L’autore, in effetti, nelle note di copertina – scritte per questa edizione 2014 – usa la vecchia espressione ecologia sonora. Ma non ho mai immaginato, durante l’ascolto, di trovarmi in una palestra yoga californiana o in uno studio di cristalloterapia. Mi sono scoperto, invece, immerso nella matematica dei rapporti sonori, grazie a una composizione programmaticamente contemplativa, che trascina per oltre un’ora dentro una sorta di fantastico pitagorico. Disco stupendo, perfettamente fresco, contemporaneo, che non stupirebbe se utilizzato per ricavarne un ringtone per cellulari. Dopo una mezz’ora di cammino, più o meno all’altezza del sesto brano, sono giunto di fronte al Bosco Verticale, il grattacielo disegnato da Stefano Boeri. Poi ho girato a destra, sospinto da un oboe burroso, per il rilievo artificiale che ospita piazza Gae Aulenti, dove ho sognato di vedere il grande cavallo di Leonardo Da Vinci.
Il suono delle lamine del vibrafono sembrava giocare con la facciata flessuosa della torre Unicredit, così come le strutture cicliche di un brano si armonizzavano all’impressione rotante che suscita la fontana circolare al centro della piazza. Gli umani in piumino che s’incamminavano sopra la passerella ciclopedonale, verso il nuovo paesaggio di Porta Nuova, si combinavano nello sguardo al minuscolo moto molecolare con cui la marimba si rimpalla nelle orecchie. Antico adagio ha il potere di riappacificare con il mondo. Per lunghi minuti ho idealizzato la città, come in un sogno, scambiandola per un rendering.
Allora, tornando a casa, ho avuto il sospetto che tale potere di riconciliazione, di persuasione, portasse con sé, però, un elemento di mistificazione e distorsione. Non riuscendo a darmi una risposta, ho ricacciato dentro di me il dubbio e ho semplicemente continuato a godermi l’Antico adagio.


