La prima volta che ho intervistato i TheGiornalisti è stato parecchio tempo fa. Eravamo in una specie di scantinato, da cui mandavamo in onda una web radio. Quella fu l’unica puntata. Doveva ancora uscire il disco d’esordio, Vol. 1, e da quell’autunno i ragazzi hanno fatto parecchia strada, fino a esser diventati oggi una band di punta della musica indie italiana. Un’espressione odiosa per un genere musicale che odio. Nessuno me l’ha chiesto, ma è necessario specificarlo: bisogna conoscere anche il retroterra musicale di chi scrive, per dare il giusto peso alle parole che seguiranno. Ascolto e seguo volentieri la musica dei TheGiornalisti, pur non avendo Rockit tra i preferiti di Google Chrome, e perché, almeno nella mia testa, non appartengono (del tutto) a quel tipo di scena. Una scena che da qualche tempo ha preso a fagocitare anche chi fa del legittimo rock-pop – in questo caso frutto di radici britanniche coltivate con il microclima del Grande Raccordo Anulare – buttandolo nello stesso calderone paraculo che ha dato a tanti progetti di merda e con spessore zero, la possibilità di esser persino definiti neo-cantautorato.
«Esistiamo con questo nome dal 2009, prima suonavamo in gruppi diversi, quando l’indie erano solo gli Strokes e tutti volevano essere Pete Doherty. A un certo punto abbiamo sentito la necessità di cambiare, avevamo bisogno di più maturità e di un approccio diverso per poter costruire un progetto solido» mi dice Tommaso Paradiso, frontman e portavoce del resto del gruppo, composto da Marco Musella e Marco Primavera.
Da lì in poi sono usciti tre dischi: il primo, già citato, che nel 2011 ha rotto gli argini dagli scantinati, appunto, per sfociare nei locali di tutta Italia e giungere alla collaborazione con Federico Fiumani, accompagnata da un video uscito in esclusiva per La Repubblica XL.
Già a quei tempi erano pronti i pezzi per il secondo album, Vecchio: uscito forse con troppa foga a meno di un anno dall’esordio. Un disco che non possiede di certo la stessa carica emotiva e quella voglia di esserci che Vol.1 trasuda da tutti i pori, e che strizza un po’ meno l’occhio all’ascoltatore, con pezzi brevi e meno ligi al formato canzone standard. Proprio per questo un disco un po’ sottovalutato e passato sotto silenzio: «Devo dire che la promozione del secondo album è stata fatta male per un errore nostro. Ci gestivamo da soli, eravamo allo sbando: neanche mia madre sapeva che fosse uscito, non lo abbiamo pubblicizzato bene».
Infine nell’autunno 2014 ha visto la luce il terzo disco, che si intitola Fuoricampo, accolto con grande entusiasmo generale. Espressione che va presa con le pinze: un disco non viene mai accolto con grande entusiasmo generale, per esempio c’è da fare i conti con i fan primordiali della band, che hanno storto il naso per il profondo cambio nel sound e nelle atmosfere presenti in questo lavoro. In parole povere molte meno chitarre e grande spazio ai sintetizzatori, «sì, qualche fan ce lo siamo perso per strada. Ma in realtà anche tra il primo e il secondo disco c’erano enormi differenze, facciamo sempre così. Il prossimo disco non sarà sicuramente in continuità con Fuoricampo».
Un disco «sputtanatamente anni ‘80» che gioca a carte scoperte senza troppi fronzoli. «Mi sono convinto che dovevo riportare a galla tutte le cose con cui sono cresciuto» e aggiunge «è una scelta palese e sincera, non è un’operazione fatta a tavolino per cavalcare l’attuale revival. Il disco racconta i miei anni Ottanta, che non sono esattamente quelli di moda adesso: mia madre mi faceva ascoltare Antonello Venditti e Lucio Dalla, li ho fatti solo emergere senza mascherarlo minimamente».
E infatti è impossibile non pensare soprattutto a Lucio Dalla nella maggior parte dei pezzi che compongono l’album. «Ci sono delle cose che ho amato talmente tanto di Lucio Dalla che ormai le ho assorbite completamente, ho fatto poco e niente per trattenermi quando la voce andava da sola su quegli accenti forzati». Un tributo continuo, che non diventa mai fastidioso o stucchevole, tanto meno fine a se stesso, dato che, a ben vedere, non si trovano in giro molti altri riferimenti così espliciti a Lucio Dalla nell’attuale panorama musicale. Questo può essere considerato solo un male, perciò ben venga che – a loro modo e con le dovute distanze – lo facciano i TheGiornalisti.
Riallacciandomi con il discorso iniziale sull’indie italiano e sulle mie opinioni personali non necessariamente condivisibili, Tommaso mi dice «capisco quello che intendi, di certo non si tratta di una scena musicale equiparabile a quella di trenta o quarant’anni fa, è impossibile darti torto. Però bisogna anche dire che è un bene che qualcosa si sia mosso dopo qualche decennio di vuoto totale, se non altro ora c’è più scelta».
Una scelta che si amplia soprattutto partendo dalla provincia, divenuta fucina di parecchie band più o meno discutibili: a volte penso che se i TheGiornalisti fossero una band marchigiana o abruzzese, avrebbero molto più successo. Tommaso ride ma non si esprime. Però andrebbe analizzata la questione romana, una città completamente priva di una vera e propria scena riconoscibile, in antitesi con quello che accade nel resto della penisola, Roma è tutto tranne che una cassa di risonanza più ampia per le proprie band o il cosiddetto dodicesimo uomo in campo, per quanto riguarda il sostegno. Viva dio, in certi casi questo è un bene, ci si risparmia un sacco di pivelli esaltati per aver registrato due riff stantii. Per quel che riguarda i TheGiornalisti, è un piccolo peccato. Ma forse le cose sono cambiate, c’era bisogno di battere un fuoricampo per convincere anche i più scettici.
BELLAGENTE è un progetto Dude.
In collaborazione con Officine Fotografiche Roma.
Foto di Marco Rapaccini (Officine Fotografiche Roma).
