Questa intervista è stata realizzata per via telematica attraverso delle cuffie e tramite i pixel di uno schermo. Valentina, nella quale convivono i due progetti musicali Mushy e Phantom Love, mi parla da Parigi e la prima cosa che ci tiene a precisare è che anche oltralpe, seppure con qualche strumento in meno che non ha potuto portare con sé, suona e produce musica: «per fortuna a volte è sufficiente avere solo il computer per la musica che faccio».
E questo ci porta subito alla parte dolorosa del testo: quella in cui chi scrive dovrebbe prodigarsi in iperboli, metafore e accostamenti il più possibile originali e dotti, per raccontare e descrivere al lettore la musica in questione, in accordo con lo stile classico della critica musicale. Qualcosa come: caleidoscopici sentieri tracciati dentro foreste oniriche dalle sonorità darkwave venate di catastrofica introspezione ma al tempo stesso piene di rimandi (è fondamentale utilizzare il termine rimandi) all’ethereal dei Cocteau Twins. Ecco, no. Non accadrà.
C’è da dire che i due progetti a cui Valentina ha dato vita sono senza dubbio tra le cose più interessanti accadute a Roma negli ultimi anni: certamente sotto l’aspetto dei contenuti musicali e dell’estetica che li circonda, ma anche per quanto riguarda la direzione e il respiro internazionale di cui sono caratterizzati. Un piccolo miracolo se si pensa che mentre leggevate queste prime righe è nato un nuovo duo acustico pronto ad aggregarsi all’immenso esercito che sta occupando ogni angolo delle strade della Capitale.
Mushy esiste ufficialmente dal 2003 ed è il progetto madre che combina shoegaze, new wave e gli aspetti più oscuri del kraut rock.
«Ho avuto subito il privilegio di esser contattata da un’etichetta indipendente romana, dopo aver messo i pezzi in download su Soulseek (glorioso antenato dei vari Bandcamp, Soundcloud, Myspace etc., ndr) e da lì in poi non ho mai lavorato senza qualcuno che mi aiutasse a promuovere la mia musica, sono stata molto fortunata in questo».
Il progetto Phantom Love nasce invece da una costola di Mushy, concetto da prendere alla lettera dato che il concepimento proviene proprio dal titolo di una sua stessa traccia. «La mia formazione musicale proviene da generi diversi, non volevo alterare la natura di Mushy quando ho sentito il bisogno di dare sfogo alle altre ispirazioni derivate dall’ascolto di musica elettronica. Anche se le atmosfere sono simili, la ritmica cambia notevolmente, perciò ho preferito creare un progetto con un nome diverso per non deviare l’ascoltatore». Effettivamente il confine tra i due alter ego può sembrare quantomeno sfumato, ma basta assistere a un concerto per rendersi conto che non è così. «È più difficile gestire due progetti a livello organizzativo, il lato positivo è non avere limiti creativi, ho uno spettro compositivo molto più ampio».
In oltre dieci anni di ep, split e live, Valentina ha coltivato parecchie consapevolezze sul suo approccio alla musica. Esaurita l’esperienza con le Winter Severity Index, ha saputo sfruttare al meglio le conseguenze positive di una carriera da solista e «naturalmente un progetto solista ha dei pro e dei contro. La vivo come una cosa molto libera, non ho regole, obblighi o orari da rispettare e questo mi aiuta parecchio. In base alle sensazioni capisco se un pezzo è di Mushy o di Phantom Love e per fortuna ancora non sono diventata schizofrenica».
Come già detto, Valentina è a Parigi, anche in cerca di nuovi orizzonti musicali. Da sempre le sue produzioni sono rivolte a un pubblico che varca i confini nazionali, a cominciare dalle sue etichette: la ZeroKilled Music che ha prodotto l’ep Crave for lust del 2012, ha base a New York e Zurigo. L’altra, la Mannequin Records, ha radici a Roma e un cuore pulsante a Berlino. Stesso discorso si può fare con la musica di Phantom Love, che ricorda l’underground romano e la scena di Detroit al tempo stesso. Insomma, lo stivale le sta stretto e non solo per scelta: «Quando uscì Faded Heart nel 2011, il primo vinile di Mushy per la Mannequin, lo mandammo in giro sia in Italia che all’estero, senza distinzione. Dall’Italia non arrivò alcun segnale, mentre su Rough Trade fu album della settimana. Solo in quel momento arrivarono le prime richieste anche dall’Italia, che è sempre arrivata tardi, perché c’è meno interesse e meno attenzione. Questo mi dispiace molto e non riguarda solo me, ma anche tanti musicisti con i quali condivido sogni e passioni. Non ho fatto nulla per ottenere maggiore successo all’estero, ma purtroppo è un dato di fatto e ci sarà un motivo se le cose stanno così». E poi c’è Roma: «non posso dire di trovarmi male a Roma, è la mia città e ho sempre avuto la possibilità di suonare e di confrontarmi con tante realtà che stanno crescendo, soprattutto dal punto di vista dell’elettronica. Però come ti dicevo, c’è un sentimento generico di frustrazione che non spinge alla creazione di una scena vera e propria che possa essere percepita anche fuori».
Ho avuto il piacere di assistere a un paio di live di Valentina, sia nelle vesti di Mushy che di Phantom Love, sempre in fantastiche location che contribuirono allo spettacolo (l’ultimo, per quanto mi riguarda, nella splendida cornice di Villa Medici a Roma è stato qualcosa di straordinario). Le scelte estetiche e la cura di certi dettagli nello stile sono ben riconoscibili e si assemblano tutti l’uno con l’altro, al fine di fornire uno spettacolo che è esattamente la trasposizione dal vivo di tutto quello che comprende il pacchetto Mushy/Phantom Love, ossia: idee chiare combinate con un estremo istinto di libertà «non ho mai voluto far nulla per evitare l’ansia da prestazione. Intendo dire che dopo un po’ di date, il live è pronto e diventa solo una specie di loop in cui rispetti una scaletta, con una certa monotonia. Però rinunciare all’ebrezza dell’imprevisto metterebbe a rischio le emozioni che poi vorrei trasmettere durante un concerto. Cerco sempre di caricarmi di volta in volta in base al luogo o al pubblico e per questo viene fuori sempre qualcosa di diverso».
Hai intenzione di tornare in Italia? «Non lo so, non credo. In Italia mi dovrei accontentare e non ci riesco. Non dico che fuori la strada sia spianata verso il successo globale! Anzi, sono andata via anche per rimettermi in gioco e affrontare un nuovo tipo di gavetta perché forse a Roma il mio percorso si era esaurito e difficilmente sarebbe potuto evolvere in qualcos’altro».
Quindi non canterai mai in italiano? «No, non credo».
BELLAGENTE è un progetto Dude.
In collaborazione con Officine Fotografiche Roma.
Foto di Marco Rapaccini (Officine Fotografiche Roma).
