Le telephile – Le serie tv inglesi (terza parte)
Sul finire dei suoi primi dieci anni, qui compiamo una piccola rivoluzione, abbandonando il nostro formato classico – quello del magazine culturale a cadenza vagamente quotidiana – per presentare ogni mese un solo saggio e un solo racconto. Da queste pagine 24 autori ogni anno proporranno il loro filtro sul reale, manipolando inevitabilmente la personalità di Dude mag: ed è una cosa che ci rende enormemente curiosi.
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Le telephile – Le serie tv inglesi (terza parte)

Dalle sponde dell’Atlantico, dopo tanta TV americana, ci spostiamo ora oltre la Manica per esplorare le serie che i sudditi della Regina Elisabetta hanno da offrirci.

Un tuffo nel passato. Sia esso un viaggio attraverso la musica che proviene dalla radio o un ritornare indietro nel tempo grazie alle immagini. Una volta, quando la TV era in bianco e nero, prima ancora dell’era del videoregistratore, persa una puntata, si poteva solo aspettare fiduciosi che venisse trasmessa di nuovo. Ora, nell’epoca di Internet, DVD, YouTube e tante altre fonti, se vi siete persi un’intera serie c’è sempre modo di recuperare. Ecco, allora, un paio di dritte su quali serie britanniche andarsi a cercare per una visione tutta d’un fiato.

Oh man! Wonder if he’ll ever know
He’s the best selling show
Is there life on Mars?

La voce di David Bowie ci accompagna come una sorta di traghettatore nei dintorni di Manchester. Un inizio veloce, quasi privo di rumori, emozioni troppo forti per un uomo alla guida della sua Jeep, fino a sfiorare un incidente. Bisogna scendere dall’auto, calmarsi, mentre la voce di Bowie è ancora lì, sempre più forte, che canta dal proprio iPod. E poi, improvvisamente, lo schianto. Ci si ritrova nel 1973, un vecchia Granada blu, il mangianastri e una landa di terra desolata (e desolante) dove prima c’era una superstrada. L’ispettore Sam Tyler (John Simm) si trova catapultato in un passato che non gli appartiene. Disorientato da questo stravolgimento, lo spettatore viene immerso in un universo telefilmico dal quale sarà difficile staccarsi.

Life on Mars, serial del 2006, creato dal team Matthew Graham, Tony Jordan e Ashley Pharoah, vanta due stagioni, un sequel ambientato negli anni ’80, un remake USA e, addirittura, uno spagnolo (che con Bowie però poco c’entra e infatti s’intitola La chica de Ayer). Il mondo che si presenta davanti agli occhi Sam, ingiallito come una vecchia fotografia trovata in un baule in soffitta, è totalmente diverso, non gli appartiene, si trova lì per caso, un pesce fuor d’acqua sin dai primi istanti. La stazione di polizia non è più quel quartier generale ipertecnologico, ma una stanza fumosa dove detective dai metodi poco ortodossi si scambiano battute maschiliste e amorevoli insulti. Ma se non si riesce a tornare a casa, allora bisogna abituarsi a questa nuova situazione, entrarne a far parte mentre si tenta di capire perché si è finiti lì. Sogno o realtà distorta? È quello che continua a chiedersi Sam per tutta la serie, che sempre più si tinge di dramma psicologico. Quello di Sam non è un semplice viaggio nel tempo, ma un viaggio nella mente umana, o meglio nella percezione umana, in cui strani eventi (come la voce della madre che lo chiama dalla TV o una misteriosa ragazzina che continua ad apparirgli) si presentano davanti ai suoi occhi. Si gioca sulla vista, sull’udito, che si ingrazia con una magnifica colonna sonora in cui spiccano i Pink Floyd, Cream e The Who, in un totale coinvolgimento dei sensi a cui punta la regia, confondendo sempre più Tyler e lo spettatore. Si combinano elementi da sci-fi con quelli più tipici del procedural ma, soprattutto, una miriade di riferimenti alla pop culture di inizio anni ’70 e un bel po’ di humor, che emerge soprattutto in quei momenti in cui Sam tenta di introdurre qualche elemento dal futuro nelle indagini. Fino al finale, un brusco risveglio che risponde alle tante domande che ci si era posti, desiderando tornare di nuovo indietro.

Un viaggio nella mente, di natura ben diversa, si ritrova anche in Exile, mini-serie di tre puntate scritta da Paul Abbott, una delle penne più prolifiche della Tv inglese degli ultimi quindici anni. Il giornalista Tom Ronstadt (Jim Simm) licenziato dal giornale per cui lavora, lasciato da una donna da cui si sentiva usato, torna dopo tanti anni a casa, a contatto con le sue radici, in cerca di un senso da ridare alla propria vita, e dà avvio a un’indagine che rischia di compromettere uno degli uomini più importanti della città, nonché la reputazione di suo padre ora malato d’alzheimer. Un caso di corruzione che risale a tanti anni prima, riaffiora dai ricordi di Tom (John Simm), sprazzi della sua adolescenza a cui tenta di dare senso poiché soltanto così potrà davvero capire chi è. Tom ricorda, suo malgrado, solo dei frammenti di quel giorno fatale in cui il padre lo malmenò perché curiosava tra i suoi documenti. Di quell’evento, ancora poco chiaro, rimane solo un nome: Metzler. La sua confusione emerge grazie alla regia di John Alexander, un occhio-macchina da presa obliquo, che predilige i plongée, le inquadrature di taglio sul volto di Tom, lenti che sfocano la vista, composizioni prive di equilibrio all’interno dell’immagine, che attendono di essere completate da fotogrammi successivi, mancanti, tanto quanto i pezzi del puzzle che Tom tenta di ricomporre. La memoria si manifesta gradualmente, ma non nella mente di Tom né, tanto meno, in quella del padre Sam (Jim Broadment), bensì grazie a vecchie diapositive, registrazioni di voci provenienti da un passato nascosto, persone da tempo perse di vista che sanno, ma non vogliono dire. L’etica del giornalismo lo spinge ad andare avanti, a cercare quelle risposte e portare a galla una storia che deve essere scritta, tuttavia, più che di un’indagine da reporter si tratta di un viaggio nel proprio sé, nel freudianamente rimosso, in particolare attraverso il confronto con la figura paterna, da sempre conflittuale. Questo è il vero cuore della mini-serie, il rapporto tra padre e figlio, le relazioni familiari che coinvolgono anche la sorella Nancy (la brava Olivia Colman di Tyrannosaur), troppo a lungo trascurate. Sono i momenti tra fratelli, attorno al tavolo della cucina o al bancone di un bar-karaoke, che danno un forte senso di umanità ai personaggi, ma soprattutto i momenti tra Sam e Tom, in cui il figlio deve accettare la vulnerabilità del padre, la sua regressione a tratti bambinesca, la perdita di quella forza che si disegna sul volto di Broadbent, fisso, che guarda sempre oltre, a volte accennando un sorriso, altre sembrando tornare alla sua antica gloria come durante la sequenza della partita allo stadio nella seconda puntata. Tutto sembra essere tornato apposto, ma nulla può essere più come prima. Tom dovrà accettare gli errori del padre per poter accettare se stesso, abbracciando chi veramente è.

Abott lo ritroviamo anche nella mini-serie in sei puntate State of Play (2003), da cui è stato poi tratto il film di Kevin Macdonald. Di nuovo dei giornalisti al centro di un’indagine, di nuovo John Simm come protagonista, circondato da un cast che include Bill Nighy, un giovanissimo James McAvoy e Kelly Macdonald. Se avete visto il film, già conoscerete la storia: un giornalista indaga su un omicidio che sembra coinvolgere il politico Stephen Collins, suo vecchio amico del college, e una serie di personaggi pubblici corrotti. Siamo di fronte a vecchi leoni del giornalismo, professionisti vecchio stile, quelli che stanno sempre dentro la notizia e indagano in prima persona. Si respira aria da film (o, in questo caso, serial) d’inchiesta, anche grazie alla camera a mano che segue i personaggi costantemente in movimento, portandoci da un luogo all’altro, di personaggio in personaggio, passando la palla dei velocissimi dialoghi dall’uno all’altro. C’è un forte senso di collettività in tutto questo, di un vero lavoro di squadra in cui ognuno dà il meglio di sé, tutti alla ricerca della verità. Sono, infatti, le dinamiche tra i personaggi, prima ancora che l’avvincente caso che viene investigato a coinvolgere, come il rapporto tra Cameron, l’editore dell’Herald, e il figlio Dan, reporter freelance che si meriterà la stima del padre passo dopo passo. È sempre una gioia vedere lo sguardo stupito di Bill Nighy di fronte all’ennesimo successo di Dan, accompagnato dal sorriso beffardo di McAvoy.

Concludiamo questa prima parte con una serie ormai cult, Prime Suspect. Avevamo già parlato del remake americano, ma non si può fare a meno dell’originale, una serie di film TV che tra 1991 e 2006 hanno segnato la Tv inglese, incollando ogni volta ai teleschermi milioni di sudditi di Sua Maestà. Il personaggio di Jane Tennison, nato dalla penna di Lynda La Plante, è stato reso iconico da Helen Mirren. Per capire il successo di Prime Suspect, bisogna innanzitutto conoscere Jane Tennison. Lontana da stereotipi, Jane è un personaggio a tutto tondo, colta nei suoi momenti professionali e in quelli privati, dove rivela la sua fragilità. Se, infatti, la carriera di Jane procede a grande velocità, nonostante gli ostacoli che si trova ad affrontare, essendo l’unica donna detective in un ambiente che non si discosta poi tanto da quella stanza fumosa di Life on Mars, la sua vita personale è sempre più in caduta libera, dall’ennesima relazione finita male, ai problemi con la malattia del padre, ma, soprattutto con la bottiglia. Il successo, lo stress, le situazioni che deve affrontare a causa del suo lavoro la portano a sprofondare nel tunnel dell’alcolismo. In quindici anni, Prime Suspect è stata in grado di cogliere e fotografare perfettamente un’Inghilterra in cambiamento, che usciva dai lunghi anni ’80 e dall’epoca Thatcher per entrare in una nuova fase, più liberal, afflitta da nuovi problemi sociali e vecchie piaghe come la pedofilia, la prostituzione, abusi in famiglia, sempre trattati in maniera schietta, forse, a volte, fin troppo per un pubblico che, come quello di allora, era abituato a ben altra televisione. Non si risparmiano i dettagli, si è fin dentro alla realtà, come avviene nel secondo film della serie, che fa i conti con le tensioni razziali, caratteristiche di un ambiente multietnico come quello londinese, nei cui slums si mescolano pakistani a jamaicani, immigrati dalle ex-colonie in cerca di fortuna. Prime Suspect è un ritratto magistrale per capire un’intera nazione, un’intera società.

Abbiamo più volte accennato allo humor che caratterizza molte di queste serie, nonostante si tratti di veri e propri drama. Per conoscere davvero il tipico humor inglese bisogna allora rivolgersi alle commedie. Alla prossima.

Eleonora Sammartino
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