L’altra sera sono andato al Bar del Fico con un gruppo di amici, spinti dalla volontà di essere giovani ancora per un po’.
Il contesto radicalmente chic ben si prestava alla voglia di scrollarmi dalle spalle la polvere che Montecitorio lascia.
Sinceramente vorrei conoscere ‘na pischella e fare una monogamia di resistenza al crollo della società attuale, perché va bene tutto ma bisogna pure far sfogare il nostro bìgol. Insomma, spinto da tale coraggio, mi sono imbattuto in Lei.
Trentaduenne hostess originaria di Canton, in un istante è riuscita a rispondere al mio impeto sferzante ed al mio bisogno di testimonianze sulla gloriosa Rivoluzione culturale.
Ci guardiamo, ci sorridiamo, un amico le confida all’orecchio chi sono e nel giro di mezz’ora sorseggiamo insieme un Campari rosso. Io le parlo di Luxemburg e lei mi parla di Carmelo Bene. Io di pressing alto e lei della vera cucina cinese.
Sembrava un idillio perfetto.
Peccato che il nostro flirtare, bruscamente, si sia arenato in una discussione sul mondo del lavoro. Per tutta la giornata non ho fatto altro che bestemmiare contro quel fiorentino e le sue politiche sul lavoro. Poi, alla fine, mi sono tirato indietro. Come sempre, ho fatto un passo indietro.
Appena ho pensato a quello, me s’è ammosciato.