Girando su internet alla ricerca di consigli natalizi per romanzi da regalare mi sono accorto che esistono quasi più blog di critica letteraria che libri stessi.
Il problema è che buona parte di queste piattaforme fanno tutto a parte che dire qualcosa di utile alla conoscenza del testo.
Alcune università, stufe di commenti come quello in foto, hanno preso molto seriamente la questione e condotto studi su come si dovrebbe stilare una recensione decente.
Non approfondirò una situazione sociologica assolutamente banale ma sicuramente applicabile ad ogni tipo di commento, ovvero che quello che scriviamo serve principalmente a dare spazio al nostro ego, alle nostre conoscenze e anche alla nostra stupidità.
Ma recensire, portare a galla un argomento, va oltre il mettere un pollice in su o uno in giù, insultare o prendere le parti di un autore senza motivo, anche se molti sembrano non farci caso.
Quando riceviamo la richiesta di dire la nostra su un’opera la maggior parte delle volte ci sentiamo inadeguati, ed effettivamente un po’ lo siamo.
D’altronde che competenze abbiamo per criticare I Versetti Satanici di Rushdie quando il massimo che abbiamo elaborato è stata la lista degli alcolici per capodanno?
Certo non siamo grandi esperti sull’argomento, sicuramente il nostro livello intellettuale è inferiore a quello dello scrittore indiano, ma una lettura attenta può fare in modo che anche le nostre osservazioni possano essere utili a chi si avvicina all’opera.
La cosa che molti sbagliano è argomentare astrattamente, senza basarsi su fatti concreti e senza prendere una posizione, o addirittura fondere la propria voce con quella dell’autore facendo in modo che non si capisca più chi sta parlando, come d’altronde sbaglia chi parafrasa troppo e mette in bocca allo scrittore parole che non sono le sue.
Consideriamo questi estratti da due recensioni scritte per un corso di storia medievale.
Judith Bennett’s Ale, Beer, and Brewsters in England: Women’s Work in a Changing World, 1300-1600, il libro analizza il coinvolgimento delle donne nella produzione e nella vendita di birra in Inghilterra, perché come sappiamo la bevanda è storicamente un elemento importante nella dieta anglosassone. Fabbricare birra non richiedeva grandi abilità e per le donne era un’attività complementare alle faccende domestiche.
Ma nei primi anni del quindicesimo secolo, quando nel processo venne introdotto il luppolo, le cose cambiarono.
Questa nuova tecnica permetteva ai commercianti di fare la bevanda ad un minor prezzo e venderla più facilmente e quando il business divenne profittevole le donne vennero estromesse.
Qui lo studente descrive il soggetto del libro e ne fa un accurato sommario, ma il lettore non apprende dal testo l’argomento principale e non è nemmeno evidenziata una chiave di lettura.
Essendo una critica, una recensione dovrebbe focalizzarsi sulle opinioni, non su fatti e dettagli, che dovrebbero servire solo per argomentare un punto di vista, che qui non c’è.
Leggiamo questa seconda recensione:
Women’s Work in a Changing World, 1300-1600 descrive il ruolo delle donne nella lavorazione della birra, ma ne mostra anche i cambiamenti in relazione all’evolversi della lavorazione.
Pensavo che queste trasformazioni fossero dovute a motivi religiosi e politici, ma Bennet illustra come invece fu la società patriarcale ad influire sulla vita economica delle donne.
Infatti la sua analisi sui salari in relazione allo sviluppo della produzione dimostra che il cambiamento del ruolo della donna non fu dovuto a un mutamento generico del mondo del lavoro, ma ad un consolidarsi del potere dell’uomo.
Le femministe e gli storici dovrebbero leggere il libro di Bennet, e pensarci due volte prima di aprire la prossima bottiglia.
Questo studente combina opinioni bilanciate ed esempi concreti, fa una valutazione critica basata su una logica ragionata ed una raccomandazione ad un pubblico potenziale.
Il lettore capisce a cosa l’autore vuole puntare, la recensione offre dei criteri e degli spunti di riflessione su cui alla fine potrà dissentire o meno.
Certo non esiste un metodo universalmente efficace per stilare la recensione di un libro, di un articolo o di un film, ma generalmente il processo richiede due step: presentare un argomento di discussione ed esporre la propria tesi.
Ovviamente il tutto deve essere pertinente a quello che l’autore racconta: è inutile controbattere sull’umorismo di Cheever e non ha nemmeno senso decontestualizzare uno scrittore, il momento storico e quello della sua carriera.
- Secondo gli studi bisognerebbe dividere la recensione in tre parti.
un’introduzione dove si crea un quadro generale sull’autore, sul libro, sulla tesi che viene esposta e la nostra; - un sommario degli argomenti redatto a seconda del pubblico per cui si prepara la revisione (ad esempio se chi leggerà conosce il libro o meno, o se parliamo ad un pubblico di laureati a Yale o a dei ragazzi di terza media);
- un’analisi con la quale si sostiene la propria tesi criticando il testo, magari comparandolo con un altro ed argomentando con nozioni riconducibili ed identificabili tra le righe.
Fondamentalmente infatti una recensione dovrebbe aiutarci a scoprire se un argomento è stato trattato o meno in maniera esaustiva, evitando o portandoci ad affrontare il testo, e anche per cose più frivole come nel mio caso, ovvero se regalare un testo per Natale. Mi sono sentito in dovere di affrontare il problema dopo aver dato retta a questo utente di Amazon, che consigliava fortemente il libro in questione a persone che cercavano una svolta nella vita come il mio amico Martino.
Purtroppo alla vista del titolo ha storto il naso, e alla mia spiegazione: «Ma guarda che su internet tira un sacco» ha pensato bene di buttarlo nel camino.

