La stireria di Sharjah
Sul finire dei suoi primi dieci anni, qui compiamo una piccola rivoluzione, abbandonando il nostro formato classico – quello del magazine culturale a cadenza vagamente quotidiana – per presentare ogni mese un solo saggio e un solo racconto. Da queste pagine 24 autori ogni anno proporranno il loro filtro sul reale, manipolando inevitabilmente la personalità di Dude mag: ed è una cosa che ci rende enormemente curiosi.
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La stireria di Sharjah

Quando vivevo a Sharjah avevo tutto ciò che serve ad un italiano per sopravvivere all’estero: taxi in abbondanza ed una stireria nello stesso building in cui abitavo. Quattro ragazzi del subcontinente indiano. Instancabili, stacanovisti. Per quattro dirham prendevano la mia camicia, la lavavano, la stiravano e me la riportavano. Sharjah è un Emirato, proprio come […]

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Quando vivevo a Sharjah avevo tutto ciò che serve ad un italiano per sopravvivere all’estero: taxi in abbondanza ed una stireria nello stesso building in cui abitavo. Quattro ragazzi del subcontinente indiano. Instancabili, stacanovisti. Per quattro dirham prendevano la mia camicia, la lavavano, la stiravano e me la riportavano.

Sharjah è un Emirato, proprio come Dubai, ed è accanto a Dubai che sorge. Fu il primo dei futuri Emirati Arabi a dotarsi di un mini aeroporto per fare da rotta commerciale tra gli inglesi e le Indie. Oggi è molto conservatore in quanto ad usi e costumi, ha una bella corniche e dei musei di arte contemporanea.

La prima volta è indimenticabile. Approdato negli Emirates da pochi giorni, avevo già una ventina di camicie da lavare, alcune appositamente portate dall’Italia. L’uomo miliardi di anni fa era nomade e anche noi lo siamo: viaggiamo con la roba, la stipiamo in borse e preghiamo gli dei che da Fiumicino arrivi qualcosa del nostro retaggio a destinazione. Nulla è cambiato. Il mio coinquilino chiama la stireria e prontamente arriva un ragazzo scalzo, con lo zuccotto, pronto a caricarsi i nostri sacchi. La burocrazia di una piccola stireria a conduzione familiare nel cuore del Medio Oriente può risultare alquanto complessa: ogni sacco deve corrispondere al legittimo proprietario. Ogni italiano infatti è diverso e particolare, e mai mi sognerei di indossare camicie rosa, con un polsino di venti centimetri, l’interno del colletto con il check o le iniziali. Mai le iniziali. Presto fatto, lo smilzo carpisce al volo il nome del mio coinquilino, appone una “S” sul sacco per indicare “same building”, poi il numero del flat ed infine il nome. Halas!

Tento di uniformarmi al procedimento di cui sopra: inizio col dire il mio nome. La macchina perfetta si blocca, qualcosa la ostruisce. Il ragazzo della stireria non capisce il mio nome. Non riesce a scriverlo. Interviene prepotente il coinquilino, già navigato da qualche mese di esperienza, dicendogli di scrivere un nome arabo, sull’onda dell’emotività cita anche due esempi. Il pio ragazzo con zuccotto si fa pallido al solo udire nomi di profeti tanto importanti da apporre su volgari sacchi di biancheria per due occidentali. Dicendo che non si può fare, mi rassicura di aver capito. Sacchi in spalla ed è già verso l’ascensore. Scalzo e con lo zuccotto.

Negli Emirati, tutto è delivery. Tutto è a pronta consegna. Trattandosi di un Paese dove d’estate con quarantacinque gradi la televisione non viene stipata di servizi allerta meteo che consigliano agli anziani di idratarsi, astenersi dall’uscire nelle ore più calde e bagnarsi i polsi, la questione del delivery ha un suo senso.

Non devo fare altro che vivere le mie giornate. Meravigliarmi del connubio tra Islam e modernità, stupirmi dell’economicità dei taxi, scambiare giochi di sguardi con bellissimi 16:9 di volti coperti inaccessibili, e lavorare, lavorare, lavorare. Gli Emirati sono veloci quanto New York, puoi mettere in piedi un business in poche ore, ma la competizione è febbrile: il tempo di dilungarti su qualche pensiero, sulla bellezza della luna crescente così simile a quella sulle cupole delle moschee, sul fatto che i miei bisnonni a cavallo tra l’Ottocento ed il Novecento da Firenze andarono proprio a New York ad aprire un branch office del loro negozio di antiquariato, che poi uno fu trovato morto ammazzato e l’altro mise gli annunci sul giornale della liquidazione e che forse io stia vivendo tutto questo come a volerli emulare, solo che al posto di New York ci sono gli Emirati e al posto del cavallo un dromedario, ecco, il tempo di elucubrazioni del genere e sei volgarmente tagliato fuori. Quindi non devo fare altro che lavorare ed aspettare le mie camicie.

Riunione di sabato pomeriggio. Un supplizio, determinato solo dalla gravità di alcuni fatti. Mi sveglio con calma, pane tostato con marmellate Made in Italy sgraffignate ad una fiera di settore, caffè alla meno peggio e sigaretta. Faccio la doccia. Non esistendo tende per la doccia, passo il mocio. Ed ecco un vero inconveniente: non ho più camicie. Un incubo. Finalmente un po’ di lucidità e realizzo che tutti i miei beni mondani di cotone si trovano nel mio stesso building, ne sono ancora il proprietario ma non sono in mio possesso in quel momento: sono in stireria. T-shirt, pantaloncini e havaianas, prendo l’ascensore per nove piani, esco in strada, cammino per meno di due metri ed eccoci. Un luogo felliniano, un non-luogo per rendere grazia a tanti antropologi francesi che hanno dedicato fiumi di parole incomprensibili a tale stupefacente concetto. La stireria si sviluppa verticalmente su una superfice di due metri per due, transitano da lì cenci indiani, pepli, kandoora e, naturalmente, le mie camicie: lavare i panni per lavare le coscienze e altre metafore simili non reggono. Si lavano indumenti di ogni genere, a secco, con tanto vapore ed esalazioni. Punto. È una fornace. Un curvo signore presumibilmente nato tra l’India ed il Pakistan stira senza sosta, e mi vede. Non parla nessuna lingua a me nota, mi fissa. È sdentato. Ma che dio lo benedica, conosce i numeri in inglese, la codicistica applicata all’assegnazione delle camicie al giusto proprietario e, come avrò modo di vedere di lì a poco, stira come un artista. Il ferro è il suo mezzo, la tela è la camicia: è il Bonalumi delle camicie, imprime una propria dimensione al cotone, creando una manica piuttosto che affinando un perfetto button-down. Gli indico la mia roba, lo pago e gli do una mancia generosa. Sono già a casa che mi vesto.

Prendo un taxi. Negli Emirati solo le vie più importanti hanno un nome. Fermo restando che non esistono i numeri civici: si ragiona per landmark. Dico al tassista di portarmi sulla corniche, come riferimento gli do una moschea.

In ufficio l’aria è grave, prendo posto al tavolo ed ascolto a testa bassa. Non essendo direttamente coinvolto, posso trarre il meglio dalla situazione: imparare da quella riunione, cogliere i trucchi del mestiere ed apprendere la diplomazia. Le mie buone intenzioni erano il parquet dell’inferno, l’arredamento minimal dei gironi più temuti: avverto un prurito, sul costato. È una distrazione gestibile, proseguo.

No, non proseguo più. O meglio, da fuori imperturbabile, dentro divampa un fuoco di curiosità e fastidio per questo prurito. Tasto. Sento qualcosa. È il nemico numero uno dell’infanzia che torna alla carica da un continente di distanza: è una targhetta. Sono scaltro e sono in un deserto: sono una volpe del deserto. Abilmente e con perizia chirurgica stacco la striscia di plastica più irritante del creato dissimulando ogni tipo di sforzo, come quando apriamo i barattoli in presenza di qualsiasi altro essere vivente. Verifica numero uno: la camicia è ancora intatta. Bene. Verifica numero due: cosa c’è scritto su quell’etichetta di cui non ricordavo neppure l’esistenza?

Pensate al vostro nome, storpiatelo, stropicciatelo, alteratelo ed arabizzatelo: questo il contenuto della targhetta. S 709 PLUBIO AL KHALIF. Plubio. In una riunione dall’atmosfera contrita, la mia testa era un tempio. Echeggiava un suono atavico, infantile: Plubio. In un momento tanto solenne, per me il mondo era mutato, un universo ancestrale popolato da uomini dalla fronte prognata che esclamano: Plubio. Il suono delle parole scorre nel sangue degli uomini, vivo. Sinestesia pura. Per poco non esplodo, sento la risata sopraggiungere. Plubio, Plubio, Plubio. Sto male. Devo sfogarmi, devo ma non posso. Il mio nome è stato interpretato ed è mutato. Voglio dare tutte le mance del mondo al ragazzo della stireria. Scalzo e con lo zuccotto.

Scoprirò solo in seguito che ogni mia camicia, ogni mio paio di boxer, ogni t-shirt, ogni pochette e qualsiasi altro indumento di mia appartenenza sarà stato brandizzato da qui a secoli a venire: S 709 PLUBIO AL KHALIF.

Fulvio Caléf
Fulvio Caléf è nato a Roma. Se l'unica vera misura del successo sta nella realizzazione dei propri sogni di fine infanzia (e nella possibilità di fare pisolini pomeridiani senza chiedere il permesso) si può dire che non ne abbia affatto. Vorrebbe scrivere, occuparsi d'arte e di oggetti rari. Vive in un posto strano: Dubai. Ed è in questa città che insegue i suoi desideri, i taxi, e se stesso.
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