La scorsa domenica il MoMA PS1 di New York ha ospitato un set di 90 minuti di Panda Bear, al secolo Noah Lennox, musicista sperimentale e fondatore degli Animal Collective, con proiezioni a cura dell’artista visivo Danny Perez.
Il concerto si inserisce in una serie di iniziative (tra cui lanciare una campagna radio e un folle e bellissimo sito interattivo) volte a promuovere l’uscita del suo nuovo album, Panda Bear Meets the Grim Reaper; ma, soprattutto, si inserisce nella lunghissima serie di live firmati Boiler Room.
Questo nome, che più o meno ad ogni navigatore del web interessato alla musica sarà capitato di leggere, è quello di un format ideato nell’ormai lontano 2010 da Blaise Bellville: editor della rivista indipendente Platform e ideatore del format “All ages concerts”. Un progetto che nasce quindi dall’amore per la musica elettronica e per la scena artistica indipendente, con una buona intuizione sulle possibilità della rete e con la missione di offrire agli amanti di questo genere la possibilità di esperire i live dei migliori producer e dj in circolazione direttamente dal divano di casa.
Qualcuno potrebbe obiettare che il live streaming era cosa ben nota anche prima del 2010, ma la particolarità di Boiler Room è data dalla specificità dei live concepiti ad hoc; in posti appositamente selezionati e di piccole dimensioni, abbastanza sconosciuti da conferire a queste serate esclusività e un certo carattere mitico.
Tutti buoni ingredienti per creare quell’agognato e leggendario concetto contemporaneo ai più noto come hype.
In Boiler Room, infatti, anche le inquadrature dell’esibizione sono un marchio di fabbrica, con l’artista che dà le spalle al pubblico effettivamente presente in sala – a sua volta impegnato in movimenti impercettibili per evitare che un ballo scatenato rovini le pose e la piega della maglia di Urban Outfitters -, così da poter essere ripreso frontalmente senza persone di mezzo. Questo permette un maggiore coinvolgimento di chi segue da casa e un’atmosfera da «sono Apparat e smanetto con i tastini in cameretta». Non importa, poi, se la cameretta in questione si trova a San Francisco ed è terribilmente di tendenza, tanto da generare tumblr-meme con le mosse più bizzarre del pubblico danzante; le liste di epic fail, quelle con le migliori esibizioni e così via all’infinito.
Agli eventi incontrerete persone con quelle camicie che ballano in quel modo.
Gli elementi caratteristici che fanno di Boiler Room una delle più riuscite interpretazioni della posizione delle sottoculture nella rete l’hanno resa non solo un ottimo modo per seguire il musicista berlinese preferito dalla propria cameretta di Ladispoli, ma anche un canale utile per farsi un’idea sull’artista in questione. Un amico mi parla di questo strano personaggio che si fa chiamare come una scimmia? Bene, su Youtube ci sono ben 50 minuti di live set che mi possono aiutare a capire che roba fa Bonobo quando si trova davanti ad un pubblico.
Il punto è proprio questo: Boiler Room si inserisce molto bene nei continui cambiamenti di modalità di fruizione musicale. Rassegnati, ahimè, al fatto che il supporto-disco è stato superato e che ancora non si è trovato un buon modo per non far fallire completamente l’intera industria musicale che tanto amiamo; un format del genere offre una buona alternativa ai servizi di streaming come Spotify, ma anche all’ascolto compulsivo di un singolo dopo l’altro su Youtube.
Boiler Room permette di vedere e ascoltare un aspetto fondamentale del lavoro di un musicista: il live.
Live che, però, diventa particolare ed esclusivo e che quindi non va a sottrarre pubblico pagante ad una delle poche e superstiti forme dirette di sostentamento che i musicisti hanno.
Insomma, la mossa vincente di Belville e Drakeford è stata quella di creare un formato altro, non assimilabile né all’ascolto in streaming né alla vera e propria dimensione del live partecipato.
Vista poi l’ampia possibilità di fare tendenza di un progetto che ha saputo interpretare così bene la rete come Boiler Room, è stato quasi consequenziale che ultimamente il format sia diventato una sorta di indicatore di avanguardia: se prima, infatti, live del genere erano quasi esclusivamente appannaggio di musicisti e produttori di musica elettronica e da ballo, adesso è un’allettante vetrina per musicisti sperimentali impossibili da rinchiudere in uno o due generi, proprio come Panda Bear.
Discorso, questo, che viene confermato ulteriormente dalla location scelta per la sua esibizione: non un piccolo e fumoso club di Shoreditch, ma uno dei musei di arte contemporanea più importanti al mondo.
Flessibile e liquido così come il supporto che lo ospita, il format Boiler Room si dimostra capace di accontentare un gigantesco spicchio di pubblico: da chi vuole scatenarsi in casa con la techno di Carl Cox a chi, amante delle atmostere arty, vuole avere un’anteprima dell’ultimo lavoro di Mister Animal Collective.
