Fumare fa male e il ministro della salute Beatrice Lorenzin ha intenzione di vietare le sigarette, non solo nei luoghi fisici come le spiagge e i parchi, ma anche in quelli dell’immaginazione, cioè nei film e nelle serie tv. Non si è fatto attendere un appello firmato da vari registi e sceneggiatori, tra i quali Sorrentino, Virzì e Ammaniti, per citarne alcuni, che sostengono: «Ma che senso ha limitare le azioni di un personaggio immaginario? L’espressione artistica non ha la missione di educare».
Più problematica la posizione dell’Anica, l’associazione nazionale delle industrie cinematografiche, la quale si dice convinta che: «Non può esserci un nesso tra il comportamento delle persone e il racconto». E per problematica intendo dire che è una cazzata.
Ad esempio Mad Men senza sigarette sarebbe così.
Intorno agli effetti che la rappresentazione artistica ha sul pubblico si discute da qualche millennio. Le due tesi principali si fanno risalire alle opinioni di Aristotele e Platone sulla tragedia greca. Schematizzando molto, il primo sosteneva che assistere alla messa in scena di un racconto violento e poco edificante portava alla catarsi, cioè alla purificazione dalle passioni cattive che si sfogavano al momento della fruizione, in una proiezione empatica diremmo oggi, lasciando il soggetto addirittura più pacifico di prima. Platone era invece convinto che l’arte avesse il potere di spingere all’emulazione, diventando quindi un problema sociale nel caso in cui le azioni rappresentate fossero immorali. Non so se Aristotele aveva torto, ma Platone aveva sicuramente ragione. Infatti è impossibile verificare le ricadute di una catarsi che dà luogo solo a non-azioni, mentre è possibile misurare gli effetti dell’emulazione.
Il più famoso di questi si chiama “effetto Werther” e si riferisce all’impennata di suicidi che ha seguito ogni pubblicazione del capolavoro di Goethe.
Da lettore di vecchia data di Dylan Dog ricordo una polemica ricorrente che accompagnava il fumetto, soprattutto nei suoi primi anni di vita. Capitava che un’adolescente commettesse un crimine violento e la stampa calcava la mano sul fatto che leggesse Dylan Dog e ascoltasse metal. In risposta, gli editoriali Bonelli si difendevano sulla stessa linea dell’Anica: «questo è solo un fumetto! Il ragazzo aveva sicuramente problemi psicologici pregressi, dovuti alla famiglia e alla scuola!». In realtà anche io credo che Dylan Dog c’entrasse poco con quei fatti, ma solo perché è il fumetto più pedantemente moralista mai stampato in Italia. Il protagonista non beve, non fuma, non mangia carne, non usa il cellulare, è anarchico ma amico delle guardie e prima di sparare a qualcuno deve configurarsi una situazione di legittima difesa da manuale. Il focus è sempre su di lui e l’identificazione con un personaggio del genere ti può spingere al limite a entrare in seminario.
Il punto è l’argomentazione: «è solo un fumetto!» dicevano alla Bonelli, «è solo un film!» dicono oggi.
Nel film Gomorra si vedono due giovanissimi camorristi che imitano la scena finale di Scarface. Roberto Saviano tiene da sempre una posizione ambigua sulla questione, ma ha il merito di tirarla fuori spesso, come in questo articolo del 2011 nel quale, dopo aver riportato l’enorme influenza che i criminali della finzione hanno sui criminali della realtà, se la cava così: «Se in una società malata Tony Montana può diventare un mito, o peggio, un esempio da seguire per qualche giovane, il crudo racconto della violenza e la qualità di quel racconto sono l’elemento fondamentale, imprescindibile, per poter fermare un passo simile. Capire è un modo per non subire.»
Capire è un modo per non subire, ma io non ho capito bene: Scarface è il racconto crudo che scoraggia i giovani dal diventare criminali o il mito che li seduce? Scarface sì o Scarface no?
Si dirà: Tony Montana alla fine muore, solo, drogato e abbandonato da tutti. Ma questa è solo metà della realtà: Tony Montana muore da strafico, sparando titanicamente contro nemici soverchianti e crolla in un lago di sangue colpito alle spalle, con la scritta The world is yours che corona amaramente la sua vita straordinaria. Chi, dal caldo del suo divano, non vorrebbe andarsene così, piuttosto che spegnersi lentamente nel letto di un ospedale?
Far fare la parte del perdente a un bad guy che ti ha affascinato per centoventi minuti di film è molto difficile.
Scrive bene Alessandro Gori nella lucidissima stroncatura di un altro gangster movie, che rimane uno dei miei film preferiti: «È da notare come la cinepresa resti poi attaccata a Noodles, che scende dalla macchina, se la prende con calma, s’accende una sigaretta e volge malinconico lo sguardo all’infinito, come Ryu alla fine di Street Fighter II. Noodles è un perdente, certo, dirà in automatico la Difesa. Ma è esattamente il perdente che Sergio Leone e i suoi leonini darebbero via i polmoni della madre per poter essere, quelli che possono inculare senza sputo le donne dei tizi senza cappotto né sigaretta all’infinito.»
Tornando alle sigarette, in America hanno prodotto questa assurda campagna contro il fumo che TvTropes commenta giustamente: «guarda un po’ che SFIGATI»
Nell’immagine vediamo una serie di foto artistiche che celebrano il rapporto tra sigarette e divi di ogni genere: si va dagli scrittori come Camus, alle rockstar come Bowie e Cobain, passando per attori icona come De Niro e Monroe, senza lasciarci scappare Che Guevara. Quitnow.org è convinta che scrivergli in faccia «FUMARE NON È FICO» possa disattivare il messaggio opposto trasmesso dai loro sguardi magnetici.
È un po’ colpa di tutti loro se tante persone fumano? Ma ovviamente sì.
Jep Gambardella, decadente da Oscar, è anche uno spot per il fumo, in quanto il fumo è elemento caratterizzante del suo decadentismo. Siamo pronti a giurare che le opere d’arte hanno il potere di cambiare il mondo quando si tratta di fare film contro la guerra¹, ma ci ritraiamo scandalizzati quando qualcuno suggerisce che le stesse opere possano diventare un modello negativo.
Il motivo è presto detto: l’ombra della censura.
Ma allora l’unico modo sincero per difendere l’arte è ammettere che non ce ne frega un cazzo del sociale, come traspare dall’appello dei registi e viene invece ipocritamente negato da tante voci, compresa quella dell’Anica.
I registi si richiamano al dibattito sulla libertà d’espressione scaturito dalla vicenda di Charlie Hebdo. Sono casi molto distanti perché lì si tratta di non offendere nessuno, qui di non influenzarlo; ma entrambi pongono il problema delle conseguenze dell’arte.
Queste conseguenze non si possono negare, possiamo solo dichiararci indifferenti.
Si può solo dire che in nome di Goethe, di Brian de Palma e di Sorrentino, accettiamo i suicidi, i camorristi e il cancro ai polmoni. È sconsiderato? È edonista? È immorale? È il prezzo che paghiamo per avere opere tanto affascinanti da colpire profondamente gli esseri umani. Quello che abbiamo sempre chiesto all’arte.
¹ Ma anche qui bisogna stare attenti. Praticamente tutti i film sulla guerra dagli anni sessanta in poi sono anche film contro la guerra, che ne mostrano gli orrori proponendo un messaggio antimilitarista. Ma basta farsi un giro sulle pagine facebook dell’esercito italiano (o parlare con qualche soldato) per rendersi conto che i militari AMANO quei film. Full Metal Jacket è un oggetto di culto, Joker è «il più matto» nel duplice senso che accoglie anche l’accezione romana dell’espressione che nel più matto vede uno che devi rispettare, che non si fa mettere i piedi in testa perché ti può ammazzare da un momento all’altro. Anche qui, come nella pubblicità sul fumo, la potenza cruda dell’immagine sorpassa ogni intenzione racchiusa nella narrazione. Saranno pure diventati scemi in Vietnam, ma la fotografia di Kubrick li ha resi comunque degli eroi. O antieroi, che è la stessa cosa. Questa era anche l’opinione di Truffaut che credeva impossibile fare un film contro la guerra per i motivi appena esposti.
