L’universo invisibile di Steven Soderbergh
In questi giorni, sugli schermi italiani, la campionessa mondiale di arti marziali miste Gina Carano sta mettendo Knockout un’intera generazione di star hollywoodiane (compreso il lanciatissimo Michael Fassbender) nel film più action mai girato da Steven Soderbergh. Prolifico autore di scuola Sundance, arrivato al suo ventiquattresimo film, che fa di una esibita invisibilità registica il suo più importante marchio autoriale. Nella sua filmografia troviamo un esordio da Palma d’Oro (Sesso, bugie e videotape), grandi blockbuster, remake di classici, film indie a basso budget, sperimentazioni di docufiction (The Girlfriend Experience con Sasha Grey) Soderbergh è come quei vecchi artigiani tuttofare nella cui bottega trovi di tutto, ti aggiustano tutto, ne “sanno” un po’ di tutto e forse scontentano fatalmente tutti.
Odiato da alcuni per la sua fredda impersonalità, difeso da altri per il suo innegabile talento nella messa in scena, il laboratorio-Soderbergh è comunque e sempre a pieno regime: regista, sceneggiatore, produttore, direttore della fotografia, montatore, esercente, promotore di nuove piattaforme mediali.
Ma ora facciamo il nostro consueto passo indietro: se film come Knockout e Che rappresentano perfettamente le sue due polarità (il mercato da un lato e il tentativo autoriale dall’altro), Bubble del 2005 appare oggi più che mai la matrice più nascosta del suo cinema. La fabbrica di bambole che fa da sfondo alle minimali (quasi carveriane) azioni dei protagonisti, confinata in uno spazio inquietante e amorfo, sembra veramente il luogo dove ogni suo copione viene ideato e plasmato.
Tra sperimentazioni fotografiche, uso pionieristico del digitale, personaggi marionette che appaiono automi e una regia sempre un passo indietro rispetto agli accadimenti (con nettissima predilezione per i campi medi e lunghi a discapito dei primi piani) il film è l’apoteosi del metodo Soderbergh. Ossia controllo totale sulle sceneggiature e sui movimenti di macchina, teoremi forti da dimostrare e lo spazio del film asservito preventivamente al loro sviluppo. Metodo che francamente ci ha consegnato buoni risultati in alcuni casi (Che su tutti) e meno buoni in altri (Full Frontal, a tratti insostenibile).
Ma l’universo di plastica che Soderbergh inquadra con una perizia quasi warholiana in Bubble ha un ché di arcaico: si rimane fastidiosamente (per)turbati da una elementarità che ci (ri)guarda. L’America dello scintillio hollywoodiano dei vari Ocean’s e di Clooney si riflette come in uno specchio deformato in quest’America di provincia e di attori non professionisti. Un’America che riesce a vivere o ad uccidere senza neanche accorgersene. Steven Soderbergh, da questo punto di vista, è un autore consapevolmente e sottilmente “politico”: il cuore freddo del sogno americano post-ideologia. E allora – comunque la si pensi sui suoi film – ragionare e indagare quest’universo visibile creato in quasi 25 anni di altalenante carriera diventa indispensabile per comprendere al meglio il cinema hollywoodiano odierno.


