El hijo de Mister Playa è un libro imperdibile per gli appassionati di Roberto Bolaño: oltre a riempire i vuoti della biografia dell’autore cileno, infatti, funziona come negativo de I detective selvaggi, dando voce alla persone reali che hanno ispirato i personaggi del romanzo.
La storia di questo libro inizia con León Bolaño, il padre di Roberto, e finisce con Carmen Pérez de Vega, la donna legata sentimentalmente a Bolaño nei suoi ultimi anni di vita. La storia di questo libro inizia con un bambino e suo padre, in un camion guasto, nel bel mezzo del deserto, e finisce con quello stesso bambino in un auto, quarant’anni più tardi, al fianco di una donna, che spinge sull’acceleratore per raggiungere l’ospedale prima che sia troppo tardi.
Se l’eccezionalità de I detective selvaggi era quella di riuscire ad annullare il confine tra biografia e invenzione narrativa, trasformando così il lettore in un detective che si smarriva sulle tracce dei protagonisti, il grande pregio del libro di Mónica Maristain è quello di iniziare a stabilire i confini tra realtà e mito.
C’è un racconto di Roberto Bolaño, Ultimi crepuscoli sulla terra, che, nella vasta struttura di vasi comunicanti costituita dalla sua opera, rappresenta al tempo stesso un inizio e un punto di non ritorno: inizio perché è la storia in cui B, l’alter ego dello scrittore, è più giovane e punto di non ritorno perché nella conclusione di questo racconto il mondo di B viene contaminato dal male.
Ultimi crepuscoli sulla terra trae spunto da un viaggio ad Acapulco che Bolaño e suo padre fecero negli anni ’70.
«È andata esattamente così, come racconta Roberto nel libro» confessa León alla Maristain e mentre ricorda la prima volta che ha letto quella storia una lacrima solca il suo viso.
Alla fine di Ultimi crepuscoli sulla terra, la fine di una notte in cui il mondo sembra sul punto di deflagrare, padre e figlio sono fianco a fianco, con i pugni stretti, pronti ad affrontare insieme qualsiasi cosa:
«Lo sconosciuto ricomincia a insultare il padre di B. Insiste perché torni al tavolo, perché torni a giocare. Il gioco è finito, dice il padre di B. Per un attimo, mentre contempla la donna vestita di bianco (che gli sembra, per la prima volta, molto bella) B pensa a Gui Rosey, che scompare dal pianeta senza lasciare traccia, docile come un agnellino mentre gli inni nazisti si innalzano al cielo color rosso sangue, e vede se stesso come Gui Rosey, un Gui Rosey sotterrato in qualche terreno incolto di Acapulco, sparito per sempre. Ma a quel punto sente suo padre, che sta rinfacciando qualcosa all’ex tuffatore, e si rende conto che, al contrario di Gui Rosey, lui non è solo.
Poi suo padre cammina un po’ curvo verso l’uscita e B gli concede lo spazio necessario affinché possa muoversi liberamente. Domani ce ne andremo, domani torneremo a Città del Messico, pensa B con allegria. Comincia la rissa.»
Quella dei Bolaño era una famiglia complicata e ne El hijo de Mister Playa si mostra come abbia giocato un ruolo fondamentale nella carriera letteraria di Roberto.
Bisogna innanzitutto chiarire che i Bolaño non erano poveri, erano proletari, e in America Latina c’era una grossa differenza tra le due classi sociali: si trasferirono dal Cile in Messico non alla ricerca di fortuna, ma perché Victoria Ávalos, la madre del scrittore, soffriva di bronchite cronica e, secondo il suo medico, il clima di Città del Messico l’avrebbe curata.
Tra gli infrarealisti, Bolaño era l’unico a indossare vestiti stirati, ricorda la scrittrice Carmen Boullosa, mentre gli altri poeti del gruppo erano sporchi e malandati, una specie di nuovi hippie che andavano in giro con sandali di plastica: i vestiti stirati di Bolaño erano un segno di distinzione delle famiglie proletarie e rappresentavano la voglia di arrivare, di migliorare la propria condizione sociale. Un’altra caratteristica della working class latinoamericana dell’epoca, che in questo assomigliava più all’aristocrazia che non alla classe media, era quella di fornire un ambiente liberale ai figli e assecondare le loro passioni fin dalla più tenera età. Fu il caso dell’autore di 2666, che trascorse i suoi primi anni in Messico chiuso in casa, a scrivere e leggere classici, e quelli successivi diviso tra la scrittura e la frequentazione degli infrarealisti.
«Victoria (Ávalos) aveva una mente molto aperta e appoggiava suo figlio in quasi tutto», racconta Victoria Soto, un’amica di famiglia, «Era un’intellettuale, era impegnata in politica, aveva moltissimi interessi». Leon Bolaño, invece, era un uomo d’azione: era stato per due anni nella Marina cilena, ma stufo di seguire gli ordini aveva mandato tutti al diavolo e si era dato al pugilato. Con una serie di incontri, vinti tutti per ko al primo round, si era meritato il soprannome di “Pugni d’oro” e poi aveva lavorato come camionista: grazie al suo fisico aveva vinto diverse competizioni basate sulla forza fisica che si svolgevano sulle spiagge cilene, da qui l’altro nomignolo, “Mister Playa”, che dà il titolo al libro. Sempre secondo il resoconto della Soto, Leon non era entusiasta della passione del figlio per la scrittura: voleva che Roberto si trovasse un vero lavoro e per questo litigava con la moglie. Scopriamo nel libro della Maristain che al centro della lite che portò alla separazione definitiva dei coniugi Bolaño ci fu un’amica uruguayana di Victoria Ávalos, Alcira Soust Scaffo, che è la fonte di ispirazione di Auxilio Lacoture, protagonista e narratrice di Amuleto.
Quando la madre andò in Spagna, Bolaño rimase a vivere con il padre nel DF. Nonostante lo scrittore riuscisse a vendere alcuni racconti alle riviste e svolgesse lavoretti saltuari, era il padre a mantenerlo. Più tardi, quando ormai viveva già in Europa, Roberto contattò il padre in Messico e gli chiese «un po’ di soldi, un anticipo sull’eredità». Questa richiesta fece imbestialire León e creò una profonda frattura tra i due; si rividero dopo quasi due decenni e, secondo lo scrittore Juan Villoro, il giorno successivo Bolaño prese da parte suo figlio Lautaro e gli disse: «Se da vecchio sarò così, hai il permesso di spararmi».
«Gli faceva piacere parlare con ogni tipo di persone, a patto che non dovesse fare concessioni. Bolaño non faceva concessioni. Questo gli creò tanti nemici, nemici che erano il risultato della sua franchezza, del modo in cui diceva le cose che nessuno voleva sentire. Gli scrittori non sono mai preparati alle critiche. Si aspettano sempre complimenti, ma Bolaño non era il tipo da andarsene in giro a dispensare complimenti», dice Rodrigo Quijada, un poeta cileno, nel capitolo del libro dedicato agli infrarealisti.
E nemmeno i suoi compagni di un tempo risparmiano le critiche nei confronti di Bolaño. José Ramón Méndez Estrada, che ne I detective selvaggi è Pancho Rodríguez, amante di Angelica Font e uno dei primi poeti che Arturo Belano espelle dal Realvisceralismo, giudica I detective un romanzo «divertente nonostante le sue debolezze tecniche e strutturali». José Vincente Anaya, l’autore di uno dei tre manifesti dell’Infrarealismo, spiega che parte del successo di Bolaño è dovuto alla fortunata decisione di emigrare in Spagna al momento giusto e critica il suo atteggiamento autoritario nei confronti degli altri membri dell’Infrarealismo.
Nel capitolo ci sono numerosi aneddoti che non sfigurerebbero ne I detective selvaggi, raccontati, tra gli altri, da Juan Pascoe, il primo editore di Bolaño, Rúben Medina, il Rafael Barrios de I detective, e la scrittrice Carmen Boullosa, che a quel tempo faceva parte di un altro gruppo di giovani poeti, sostenitori di Octavio Paz.
C’è una testimonianza del poeta Francisco Segovia, al tempo un Pazista come Carmen Boullosa, che dà un’idea del temperamento del Roberto Bolaño degli anni ’70: «Ero seduto per conto mio al Café La Habana e lui stava tenendo banco a un altro tavolo, circondato da un gruppo di coetanei. Citò dei versi, ma non riusciva a ricordare il nome dell’autore. “Ungaretti” gli suggerii io e mi fece segno di avvicinarmi. Non so bene cosa successe, ma Bolaño finì con l’invitarmi a sentirlo parlare. L’evento si teneva in una casa nel quartiere Roma, credo che fosse la casa di Vera e Mara Larrosa (Angelica e María Font, ne I detective). Era una specie di corte di Bolaño. Fui accolto dai cortigiani che mi portarono nel patio. Poi si ritirarono e fui lasciato da solo con lui. Avemmo una breve conversazione nella quale mi disse che avrei dovuto unirmi al suo movimento. Era come unirsi a un partito politico guidato dal Papa. Dissi di no. Mi rispose con una frase, l’ultima che mi rivolse, perché non ebbi più occasione di parlargli: “Se non sei con me, sei contro di me”».
Uno dei ricordi più sentiti de El Hijo de Mister Playa è quello della pittrice americana Carla Rippey, Catalina O’Hara ne I detective selvaggi. Fu lei ad accompagnare Bolaño all’aeroporto per prendere il volo che l’avrebbe portato in Spagna. In seguito mantennero una fitta corrispondenza. Carla racconta che poco prima di morire Bolaño cercò di contattare Lisa Johnson, la sua ragazza dei tempi di Città del Messico, che ne I detective selvaggi prende il nome di Laura Jáuregui. Voleva riconciliarsi con lei dato che l’aveva trattata molto male. Carla chiamò Lisa, ma quest’ultima rispose che non voleva avere nulla a che fare con Bolaño e che la loro relazione apparteneva al passato
Molti degli intervistati parlano di Lisa Johnson. Ai tempi di Città del Messico lei e Bolaño erano inseparabili e per un periodo avevano convissuto. «Si amavano, ma la madre di lei li divise. “Che cosa ti aspetti da uno scrittore spiantato?” disse a Lisa. Mio figlio reagì male. Non riusciva a dormire e pensò di suicidarsi. Io lo convinsi che uccidersi per una donna era stupido» racconta Leon Bolaño.
«Era la ragazza che avrebbe dovuto sposare. Era affascinante, e una scrittrice di talento. Per me era come una seconda figlia. Ma solo loro sanno quello che successe e non ci si può mettere in mezzo in queste cose» confessò Victoria Ávalos al giornale cileno La Tercera nel 2006.
C’è una lettera che Roberto Bolaño scrisse al suo grande amico Mario Santiago, il poeta messicano a cui è ispirato l’Ulises Lima de I detective, in cui rivela: «In più di un’occasione sono stato sul punto di fare le valige e venire, ma alla fine il Messico senza Lisa non mi convince»
La figura di Carmen Pérez de Vega ha destato molte polemiche, anche se lei si è sempre tenuta lontano dai riflettori. Quella contenuta ne El Hijo de Mister Playa è una delle pochissime interviste che ha concesso. Alcuni degli amici più intimi di Roberto Bolaño la indicano come la sua ultima compagna, c’è invece chi tende a sminuire il suo ruolo o addirittura a negare l’esistenza della loro relazione. Di sicuro c’è che Bolaño pur non separandosi mai formalmente dalla moglie Carolina López, negli ultimi mesi della sua vita andò a vivere da solo, e dedicò a Carmen Pérez de Vega il racconto Il viaggio di Alvaro Rousselot, contenuto ne Il gaucho insostenibile.
Il magazine The Clinic online ha reso noto che Carolina López nel 2013 ha denunciato i giornali cileni El Mercurio e La Tercera per aver pubblicato articoli riguardanti suo marito in cui era stato riportato un intervento di Carmen Pérez de Vega. La stessa denuncia include delle notifiche alla giornalista María Cristina Jurado che intervistò Pérez de Vega per la rivista Ya e agli autori del documentario Estrella Distante.
Nel libro della Maristain, Carmen dà la sua versione del rapporto tra lei e Bolaño: racconta di come si conobbero in treno nel 1997, del loro primo appuntamento quindici giorni dopo e delle difficoltà degli ultimi anni di scrittura di Bolaño, dovute alle sue precarie condizioni di salute. L’intervista si conclude con un commovente e dettagliato resoconto delle ultime ore di vita dello scrittore.
Infine, merita una menzione l’intervista allo scrittore argentino Rodrigo Fresán: dalle sue parole emerge un Bolaño che sembra Woody Allen, solo più selvaggio e romantico, un uomo generoso ed estremo, che gli pagava i libri quando si incontravano nella libreria Central di Barcellona, convinto che Fresán fosse un giovane scrittore sudamericano sul lastrico – mentre era un corrispondente ben retribuito di un quotidiano argentino.
Bolaño lo svegliava spesso nel cuore della notte per interminabili conversazioni telefoniche e lo rendeva vittima di burle tanto ingegnose quanto crudeli.
«Quando lo conobbi fu in circostanze davvero bolañesche, il genere di cose che capitavano sempre con lui. Penso che sia parte dell’eredità dei grandi scrittori. Questo tipo di scrittori non creano solo un’opera importante, riescono anche cambiare un po’ il mondo che li circonda» dice Fresán.
Appena si conobbero a Barcellona fu invitato da Bolaño a raggiungerlo a Blanes il sabato successivo per provare la migliore paella che avesse mai mangiato. L’argentino, che era appena arrivato in Europa, e avrebbe voluto rimandare per sbrigare delle faccende burocratiche, fu praticamente costretto ad accettare l’invito. Quando gli spiegò come arrivare a Blanes, Bolaño gli diede delle indicazioni contraddittorie, il cui unico scopo era quello di farlo perdere. Arrivati a pomeriggio inoltrato, i coniugi Fresán provarono una delle paelle peggiori della loro vita, ma tra i due scrittori si instaurò un’amicizia profonda.
Quando gli viene chiesto della malattia di Bolaño, Fresán racconta: «Roberto adorava Philip K. Dick e aveva il sospetto profondamente philipdickiano che fosse morto per il suo primo attacco epatico e tutto quello che gli era successo nei successivi dieci anni fosse la vita a cui aspirava e che non era stato in grado di vivere nella realtà. Gli risposi che mi sembrava impietoso da parte sua affermare certe cose, perché avrebbe voluto dire che io ero solo un suo personaggio, che noi tutti eravamo solo sue fantasie. Mi rispose: “Rodrigo, è sempre meglio che essere uno dei personaggi di Isabelle Allende. Ci sono destini peggiori…”»
El Hijo de Mister Playa (Almadía, 2012) non è ancora stato tradotto in italiano. Ne è da poco stata pubblicata invece la traduzione inglese, con il titolo Bolaño. A Biography in Conversations (Melville House Publishing, 2014).
