Ettore Majorana fu uno di quei promettenti fisici facenti capo ad Enrico Fermi e al gruppo di via Panisperna e fu anche protagonista di un mistero mai svelato, quello della sua scomparsa avvenuta nel 1938. Un caso che si è protratto con il passare degli anni, arriso da alterne fortune e da improvvisi colpi di scena. L’ultimo proprio qualche giorno fa: grazie ad una foto e alla testimonianza di un emigrato italiano, Francesco Fasani, sembra che nel 1955 Ettore Majorana fosse ancora vivo e che si trovasse a Valencia, in Venezuela.
Su questo mistero si è pronunciato anche Leonardo Sciascia, con un piccolo libro che lui stesso definì quello che più gli piaceva tra i moltissimi che aveva scritto. A cosa si deve questo interesse per un giallo di alto livello culturale che coinvolgeva i fisici e accademici più brillanti del tempo? Lo comunicò lo stesso scrittore in un’intervista al quotidiano La Stampa nel 1975: «“Vivere contro un muro, è vita da cani. Ebbene, gli uomini della mia generazione e di quella che entra oggi nelle fabbriche e nelle facoltà, ha vissuto e vivono sempre più come cani”. Grazie anche alla scienza, grazie soprattutto alla scienza». Il muro, il simbolo di una limitazione alla libertà, è la metafora di un topos nella letteratura dello scrittore racamultese, quel rapporto tra gli occulti meccanismi del potere e la coscienza del singolo, fra la responsabilità personale e lo scorrere della storia.
La scomparsa di Majorana è un racconto che prende vita dagli atti burocratici della faccenda, dalle carte della polizia fascista, per costruire un’ipotesi di sviluppo, illuminare quel buco nero in cui era precipitata la vita/morte del fisico dall’aspetto saraceno. Majorana scomparve dopo un viaggio a Palermo (la Sicilia di Sciascia con i suoi misteri insondabili) e come sempre capita le più varie ipotesi fioccarono. Tutta questa molteplicità poteva essere però scissa in due gruppi: Majorana si era suicidato (ipotesi che prendeva vita dalla personalità del giovane fisico) o era, volontariamente o meno, sparito (il peso di un lavoro, quello da professore universitario, che non amava particolarmente, preferendo ad esso la ricerca continua e ossessiva). Probabilmente nessuno saprà mai quale strada prese da Palermo la vita di Ettore Majorana.
Quello che però sappiamo (e, si badi bene, è una conoscenza basata su ipotesi) è che Sciascia aveva avuto ragione a non credere nel suicidio a favore di un allontanamento volontario. Che poi fosse diretto in un convento per espiare le sue colpe (le sue ricerche si indirizzavano verso la costruzione della bomba atomica) o verso una meta lontana, novello Mattia Pascal, non importa, quello che sembra averlo guidato è il pensiero del personaggio pirandelliano: «Io volevo essere solo in un modo affatto insolito, nuovo. Tutt’al contrario di quel che pensate voi: cioè senza me e appunto con un estraneo intorno».


