08/10/11
Da: beatrice@*****.it
Oggetto: Intervista
A: sapey@*****.it
Salve Teresa,
[…] ho deciso alla fine di inviarle le domande via email, seppur la voglia di poter fare una chiacchierata a voce con lei, anche breve, non le nego che è tanta. La sua Architettura, ai primi approfondimenti, era quanto di più distante dal mio gusto estetico, nonostante ciò, in breve tempo è riuscita a sedurmi. […]
Quest’intervista dev’essere un racconto, dev’essere un secchio che scende nel pozzo, viene caricato d’acqua, e dà da bere agli assetati. Attraverso le email non verrà a crearsi un dibattito articolato e “areato” come avverrebbe di persona, non ci sarà un rincorrersi di domande e risposte di stimolo l’una a l’altra, non si potrà divagare con gli argomenti istantaneamente, e per non rendere l’intervista “statica” dovremo (dovrò) metterle a disposizione domande con delle indicazioni precise, dei “recinti” non chiusi entro cui far muovere le sue risposte, non per circoscriverle, ma per riuscire ad ottenere un risultato simile a quello che si potrebbe raggiungere di persona, farle già capire cosa vogliamo tirarne fuori. Le domande non saranno quindi tutte (o quasi) riguardanti questo o quel progetto in particolare, ma saranno trasversali alla sua idea di Architettura. Vogliamo capire come si arriva a fare Architettura, inteso come crescita personale e come percorso professionale, ma anche come procedimento creativo, come si pensa l’Architettura, come la si realizza, come la si ama e come la si offre al prossimo, dove il prossimo è la committenza, il critico o lo studente di Architettura, la società, il singolo cittadino che la vede, la vive tutti i giorni: inconsciamente è lui stesso a darle vita rendendola quella che è. Prima che risponda alle nostre domande spero in una sua breve introduzione all’intervista, diciamo una risposta a questo breve preludio volendo considerare anch’esso una (poco concisa) domanda a risposta aperta: una introduzione libera che tramite le sue parole (e per questa volta non i suoi disegni e progetti) possa comunicarci tutto ciò che lei ritenga più opportuno ci serva di sapere per conoscere le due protagoniste dell’articolo: Lei e la sua Architettura.?
18/10/2011
Da: sapey@*****.it
Oggetto: Intervista
A: beatrice@*****.it
Beatrice,
grazie per le sue parole viscerali perché schiette. Perché sono agli antipodi del suo ideale estetico? Che male mi hanno fatto le sue parole, scritte sullo schermo sono come uno schiaffo violento mentre dette sarebbero passate inosservate come nel vento, vede la differenza…
È una questione di peso, come sempre nella vita…
Mi ritrovo a Londra. Non fa freddo. Il tempo, l’aria e la brezza creano un clima mite e piacevole: inaspettato, visto che mi trovo nella cosiddetta città della pioggia. Un clima che smussa gli angoli di una società così tagliente.
Mi trovo in questa capitale cosmopolita per l’annuale inaugurazione di Frieze Art Fair.
Ci troviamo tutti isolati dal mondo. È un isolamento iper-tecnologico e moderno, quasi un lutto voluto visto che è trascorsa soltanto una settimana dalla scomparsa di Steve Jobs. Ci ritroviamo tutti sconnessi: gli invisibili cavi della Blackberry son stati improvvisamente tagliati e quindi ci ritroviamo in crisi, capaci di essere raggiungibili soltanto via telefono o sms.
Un dolce piacere percorre il mio corpo e si impadronisce delle mie membra: mi sento galleggiare leggera, liberata da pesi mentali, fisici o cerebrali. Non mi sentivo così da tanto tempo. Guardo e ho tempo di guardare; parlo e non ho fretta di smettere; osservo attentamene i colori autunnali che caratterizzano l’Inghilterra: si imprimono nei miei pensieri idratando la mia creatività. Che piacevole sentimento di ebrezza e di immensità… mi sento libera.
Ho ritrovato il tempo, il mio tempo.
Odio il fatto di dover comunicare, invece di voler comunicare.
Mi sento di nuovo padrona di me stessa, e non schiava di un cellulare.
Evviva l’hacker che ci ha costretti ad aprire gli occhi ed ha creato un problema così grave da farci capire che ci ritroviamo in un mondo vorace.
«Teresa, ti riconosci?»
«Ciao cara, sei invecchiata ma forse recuperabile…»
***
DUDE: La prima domanda è molto schietta: come sei finita a Madrid? Mettiamo caso: sono uno studente d’architettura, è mercoledì pomeriggio e vado dal giornalaio, compro una rivista X e resto in ammirazione di un progetto, viviseziono l’articolo in ogni sua parte e scopro che l’architetto è italiano… mi inorgoglisco… leggo che l’architetto in questione non vive né lavora in Italia. Perché? Come si arriva a questo?
Teresa Sapey: Sono atterrata a Madrid come si atterra sempre in una scenografia incognita: per amore o per amare. Storia banale ma vera, con un inizio ed una fine.
Alla fine decisi di rimanere qui, dove avevo già iniziato a scavare e dove ho scavato la mia tana. Architetto italiano all’estero non mi definirei. Piuttosto donna lottatrice, nomade e surviver sì, con il viso mediterraneo e scavato dalla vita: che piacere.
Cercando “Teresa Sapey” su internet escono interviste, articoli e recensioni che associano il tuo nome ai parcheggi da te progettati. Oggi non vorrei chiederti di questi progetti in sé quanto del loro potenziale: ideare parcheggi di design può essere letto come il tentativo di educare esteticamente il cittadino, educarlo alla bellezza e alla cura dello spazio pubblico civilizzando più di quanto non lo siano ora angoli della città nascosti e/o trascurati trasformandoli in un continuum urbano con l’esterno?
Sono stata la prima Architetto a pensare che anche i parcheggi hanno diritto ad avere una dignità tanto quanto ce l’hanno le toelette e le stalle, mi capisci?
Ma noi esseri umani siamo sempre stati così: prima ci dedichiamo a costruire spazi indegni per risolvere i nostri problemi vitali (penso ad esempio agli anticoncezionali), e dopodiché ci rendiamo conto che questi parti non voluti o figli non riconosciuti del nostro vivere contemporaneo sono nostri molto di più di quello che vorremmo e così, di conseguenza, da figli illegittimi si trasformano in enfant gate della quotidianità. È successo con le stazioni, con le fabbriche, con i magazzini e così continueranno con i parcheggi, con gli ospedali e poi… vedremo !
Io non devo e non voglio educare nessuno, perché… anzi io devo essere ancora educata… eh, eh, eh! Mi hanno soprannominata Madame Parking perché mi sono interessata a quella architettura che non interessava a nessuno. Quegli stessi spazi che però appartengono alla società contemporanea e in cui, senza quasi rendersene conto, l’uomo contemporaneo trascorre gran parte del suo tempo: tunnel, sotto passaggi, parcheggi e così via.
Che libertà c’è altrove per cambiare e abbellire l’aspetto urbanisto? Quanta fatica si fa in Italia, sempre che si faccia? Ci son miti da sfatare a riguardo o dobbiamo aspettarci quel che ci aspettiamo?
Abbiamo creato una generazione di ignoranti, che costruiscono con le parole al posto dei mattoni.
Perché non bisogna aspettarsi l’impossibile dai nostri politici. Ad ogni modo sono dell’idea che non bisogna dare o lasciare nessuna libertà in campo urbanistico se vogliamo ancora salvare qualche cosa. Tutti gli scempi che hanno tatuato in modo indelebile il nostro territorio sono legati all’aver concesso troppa libertà di pensiero ai nostri architetti che poverini, non sanno di essere nient’altro che tecnici al servizio della società. I cantieri li hanno visti solo in fotografia, convinti di essere Michelangelo o Palladio. Mi fanno pena. Sono scarafaggi da schiacciare. Infatti, non solo infestano la società, ma infettano il paesaggio quotidiano. Perché non analizzare l’utile , il funzionale e sociale invece di voler essere creativo a tutti i costi?! Mi capisce? Si credono tutti dei geni, lo sapeva? E invece l’architetto non è altro che un tecnico al servizio della società, non un artista . Le sue opere devono essere funzionali e corrette, ed infine rispettose. Solo ai geni lasciamo essere anche creativi!
Spesso non ci si rende conto di quanto le illuminazioni urbane possano cambiare il volto della città e rendere i suoi scorci vissuti abitudinariamente dagli occhi dei passanti in luoghi che riempiono la vista. Nel 2008 e nel 2010 Lei ha curato le illuminazioni pubbliche natalizie di Madrid, l’ha addobbata a festa come si farebbe col proprio albero di natale dando calore alla casa nelle festività. Quest’estate ho girato dei paesini della Basilicata e della Puglia durante le loro feste patronali: luminarie come se piovesse. In un paese come l’Italia, con radicate tradizioni locali e affetto per le stesse, perché non viene in mente a nessuno di affidare l’arredo temporaneo e le illuminazioni per lo meno nelle grandi città a giovani (o non giovani) architetti e designer?
Non son d’accordo. L’idea dell’illuminazione urbanistica a livello artistico è nata proprio in Italia, a Torino con Luci d’Artisti. Una meravigliosa idea copiata ovunque.
Io, poi, ho avuto l’incredibile possibilità di firmare con la luce e scarabocchiare i cieli madrileni lasciando la mia impronta nella prestigiosa Calle Serrano. Con grande sorpresa le mie luci hanno fatto il giro del mondo, ma soprattutto hanno incollato un sorriso sui volti dei passanti… ma bisogna far attenzione con la luce: troppa ti dà una scarica elettrica.
Quanto senti l’ormai collaudato sposalizio tra Architettura e Moda? Ci sono architetti che curano le scenografie delle sfilate, ci son stilisti che modellano scultoreamente i propri abiti, basti pensare a Victor & Rolf, e poi ci sono addirittura architetti che diventano stilisti: Gianfranco Ferrè. L’Architettura è (anche) manifestazione di un gusto estetico quanto lo scegliere gli abiti per la giornata nell’armadio ed abbinarli con i giusti tessuti, i giusti colori, la giusta pettinatura, il giusto trucco, no? (Teresa ha affezionati clienti nel mondo della moda: Custo Barcelona e in passato anche Aspesi. Per questi confezionatori d’abiti sartoriali lei ha cucito su misura le loro boutique di Madrid n.d.r.).
L’Architettura crea progetti da vivere e percorrere, mentre la moda crea progetti per il corpo, però entrambe devono creare, ovviamente su scala diversa, ma in sostanza la differenza è minima.
Un buon architetto deve saper cambiare scala senza intoppi, per questo si dice che bisogna sapere progettare dalla città al cucchiaio, mentre uno stilista deve correggere i difetti di una natura non sempre perfetta, coprendoli con un abito. Anche se, come sosteneva il grande maestro Yves Saint Laurent, non esiste corpo meglio vestito che da un abbraccio di un altro corpo, pelle sopra pelle. Infondo creiamo vestiti soltanto per non patire il freddo… in poche parole: un bel vestito si può considerare il sotterfugio per chi è in realtà solo.
Adolf Loos sottolineava continuamente il suo essere dandy. Da bravo appassionato di sartoria, nei suoi scritti usa continuamente abiti e scarpe per metafore architettoniche, ma non solo: pan pepato, fagiani, aragoste… roast-beef. Te cosa ci dici delle “Sarde al verde”?
Ah, ah, ah! Loos, lui che sosteneva di odiare l’ornamento fine a se stesso era invece il più decorato dei decorati… buffo, no?
Dimenticavo, le sarde mi piacciono solo sott’olio.




