Le persone, da sempre, usano droga. Per curarsi, per fare festa, per evadere in felicità artificiali in momenti storici in cui non era possibile alcuna felicità reale, per comunicare con le divinità, per mandare a buon fine prestazioni sessuali, per non sentire fame. Per lavorare: costruire piramidi e templi, scrivere Dogville. Perché non si sapeva affatto che fosse droga.
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Partendo dal presupposto che il termine “droga” non significa nulla, che non esiste alcuna informazione scientifica in grado di distinguere nettamente le piante o le formule chimiche che definiamo droghe da quelle che non definiamo tali. Nessun criterio oggettivo per dire che quello che ingeriamo senza sentirci trasgressori – che siano farmaci, bevande, integratori – sia scientificamente diverso da quello che ingeriamo sentendoci trasgressori.
In una concezione moderna del mondo, dove è legittimo esprimere giudizi definitivi solo su ciò che può essere sperimentalmente conosciuto ed oggettivamente definito, “la droga” non esiste.
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Le droghe sono difficili da definire, non enunerabili, e quindi impossibili da eliminare. Per questo è difficile accettare che si sia costituita un’opinione politica ufficiale e più o meno univoca su questo tema. Un’opinione che infatti esiste solo da poco più di cent’anni, prima che venisse formulata l’idea di proibizionismo, le droghe non erano un tema, e forse non dovrebbero esserlo.
Se è interessante ed assurdo che sia nata un’opinione istituzionale su un tema così inafferrabile e poco oggettivo, non è affatto assurdo che esista, oggi, un’opinione politica univoca sulle conseguenze della droga. Intese come microcriminalità dei tossicodipendenti, soldi per la criminalità organizzata, problemi di sicurezza nelle periferie che ospitano centri di spaccio, guerre tra cartelli, scalpi umani per le strade sterrate del Messico e costi sanitari del recupero dei tossici.
Queste sono effettivamente tutte questioni di cui deve occuparsi la politica, e sono tutte questioni nate quando la politica ha cominciato a occuparsi di droga.
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In un futuro vicino saranno vietati gli psicofarmaci infantili che oggi, negli Stati Uniti, sono distribuiti senza ricetta, per aiutare genitori con vite frenetiche a crescere bambini iperattivi. In un passato non troppo lontano lo zucchero era considerato un eccitante psicoattivo misterioso e potenzialmente allucinogeno.
Molte sostanze che una volta erano droghe oggi sono semplici farmaci. Molti di quelli che una volta erano considerati semplici farmaci oggi sono “droga”, e probabilmente se cento anni fa un mangia patate anziano e sovrappeso non avesse bastato la sua campagna elettorale sul fatto che gli schiavi negri sniffati stupravano le donne bianche del Mississippi, la cocaina sarebbe ancora un ingrediente di molti prodotti che troviamo in farmacia.
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Qualche mese fa si è riunita la Global Commissione on Drugs Policy, tra i membri non ci sono Hippie benestanti o personaggi minori di partiti minori di sinistre minoritarie, ma:
Kofi Annan, ex Segretario Generale delle Nazioni Unite
Mario Vargas Llosa, Premio Nobel
John Whitehead, co-Presidente di Goldman Sachs
Ernesto Zedillo, ex Presidente del Messico
Paul Volcker, ex presidente della Federal Reserve degli Stati Uniti
Cesar Gaviria, ex Presidente della Colombia
George Papandreou, ex Primo Ministro della Grecia
George Shultz, ex Segretario di Stato degli Stati Uniti
Nella relazione conclusiva redatta dalla Commissione hanno scritto: «Porre fine alla criminalizzazione per il solo uso e possesso di droghe, smettere di imporre percorsi di disintossicazione obbligatoria a persone il cui unico reato è l’uso o il possesso di droga.»
«Incoraggiare esperimenti di superamento del proibizionismo su droghe attualmente illegali, cominciando dalla cannabis, dalla foglia di coca e da alcune nuove sostanze psicotrope, ma senza limitarsi ad esse.»
Il luogo istituzionale più adeguato a dettare le linee delle politiche sulla droga per il futuro ha concluso che l’assunzione di droga è un comportamento umano millenario; che la droga non la conosciamo abbastanza bene per vietarla, e dunque che non è possibile considerarla nell’ottica di oggi, cioè solo come trasgressione o costo sociale.
Il punto politico dunque non è più quello di prendere atto dell’esistenza della doga come devianza, e decidere quanto essere o non essere proibizionisti nel gestire questa devianza. Il punto è solo la ricerca di un equilibrio tra libertà individuale e ordine sociale.
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Principi attivi psicotropi sono contenuti in quasi tutto ciò che esiste in natura (tra le piante scoperte e classificate fino ad oggi 3.000 sono commestibili e 5.000 sono psicotrope), e nuove molecole sintetiche che li imitano vengono scoperte e commercializzate ogni giorno, il dato pratico di cui prende atto la Global Commissione on Drugs Policy è questo: la droga è troppa, varia, e facilmente reperibile in natura per chi ha un po’ di competenza, da rendere l’obiettivo politico di eliminarla dal mondo buffo e folle.
Oltre al dato pratico, la Commissione pone una questione di legittimità. Le istituzioni non sono in grado di dire esattamente cosa è droga, né di dimostrare che la droga fa male di per sé. Nessun proibizionista è mai riuscito a spiegare perché lo Xanax e l’alcol sì, la marijuana e l’MD no. Nessuno è in grado di smentire che prima degli anni ’10 le overdose erano una rarità, non perché l’oppio, la cocaina e la morfina non fossero molto diffuse, perché non erano tagliate male. Inoltre, nessuno ha dimostrato che i farmaci utilizzati oggi nelle terapie psichiatriche siano meno logoranti delle droghe psichedeliche che generazioni di psichiatri americani hanno tentato di introdurre per il minore impatto anestetizzante, e perché più brevi ed efficaci.
Chi si occupa di droghe come tema sociale, i membri della commissione e gli esperti di cui si sono avvalsi, sanno che chi ha accesso alle fonti pure o semi pure di sostanze stupefacenti, chi non deve passare attraverso organi interni di disoccupati messicani e mani di chimici assunti dai narcos per reperirle, non muore di droga.

Oggi, chi utilizza cocaina quasi quotidianamente, soprattutto per lavorare – trader online, stagisti di banche d’affari o di grandi studi legali – lo fa perché può permettersi elevati standard qualitativi. A Wall Street c’è stata una sola overdose negli ultimi cinque anni, e probabilmente voluta.
Chi si occupa di droga sa che un consumatore che può permettersi la qualità è meno in pericolo, per questo ci si chiede se l’alta pericolosità delle sostanze stupefacenti riguardi il modo in cui queste vengono tagliate, prima di quello che sono di per sé.
Se la cocaina non fosse un prodotto vietato non esisterebbero i due mercati oggi nettamente distinti in America. Chi fa uso di sostanze per vivere, lavorare o ispirarsi, broker e registi, sa dove reperire quello che gli serve, avendo delle garanzie e pagandole. Il resto del mercato è per i ragazzini, le discoteche, i rave, ed è solo qui che un sacco di gente si fa male.
Non viene mai messo in discussione che le sostanze stupefacenti siano pericolose anche quando sono legali. La loro assunzione implica un costo in termini di rischi, come gareggiare in Moto Gp o fare sesso non protetto, costi a cui per alcuni corrisponde un beneficio. Sta al singolo valutare se è il beneficio a superare il costo o viceversa.
Sembra che la politica (a livelli internazionali) si stia il più silenziosamente possibile ritirando dal tema, senza giudicare il passato, senza esprimere condanne, capendo però che si tratta di una battaglia illegittima e destinata ad essere persa.
L’anno scorso ho incontrato il Ministro della salute in una trasmissione televisiva su La7, mentre mangiavamo da un buffet freddo nei camerini. Abbiamo chiacchierato e mi sono fatta lasciare i suoi contatti.
L’ho rincorsa per un po’, poi sono finalmente riuscita a incontrarla.
L’ho intervistata, ed è andata malissimo.

Dato che è un Ministro, ha un ruolo esecutivo e non politico-legislativo, non sono stata ad annoiarla con “principi”, ma le ho sottoposto alcune questioni pratiche. In particolare, questioni mediche.
Lei è stata il primo Ministro ad assumersi la responsabilità di dire che è giusto e conveniente che sia lo Stato a produrre la cannabis da utilizzare per scopi terapeutici.
Le ho chiesto se è vero che la pianta sarà coltivata all’interno dello stabilimento chimico militare di Firenze e che le medicine entreranno in commercio già nel 2015; quali saranno i benefici per lo Stato e quali per i malati.
Mi ha risposto che non è intelligente né per lo Stato né per i pazienti che la cannabis utilizzata come farmaco venga prodotta oltre confine. Perché questo implica costi di produzione maggiori, più intermediazioni, più burocrazia, e meno controllo delle procedure di produzione. Mi ha assicurato che le medicine costeranno all’incirca il 30% in meno, che la produzione di queste invece di essere un costo per lo Stato diventerà un piccolo guadagno, e che saranno più facili da reperire, ma solo su prescrizione medica.
Mi è sembrata una piccola buona notizia.
Poi le ho chiesto quale commissione o team ministeriale si stia occupando di interpretare la relazione conclusiva della Global Commission, di cui negli Stati Uniti e in alcuni stati europei si è parlato molto. Mi è sembrato che non ne sapesse quasi nulla, e comunque che non volesse parlarne in prima persona.
Mi ha presentato la signora Corinne, dicendomi che è lei che si occupa di queste cose, mi ha lasciato la sua mail, a cui ho mandato stralci della relazione chiedendole un suo pensiero. Non mi ha mai risposto.
Infine le ho raccontato la storia dei due soldati americani tornati dalle guerre in Iraq ed Afghanistan, che come il 20% dei soldati americani tornati da Iraq ed Afghanistan ha contratto la PTSD (disturbo post traumatico da stress, una malattia a tutti gli effetti). Il problema delle terapie oggi diffuse per la cura della PTSD è che i farmaci previsti in psichiatria hanno lo scopo di anestetizzare il paziente nei momenti in cui si manifestano i sintomi, non quello di curare le cause della malattia. Non quello di guarire il paziente, dunque.
I primi due casi di guarigione si sono verificati nel 2014, e riguardano i due pazienti sottoposti ad una nuova terapia basata sulla somministrazione di MDMA, in sostituzione dei farmaci tradizionali.
La PTSD non riguarda solo i veterani, può riguardare le vittime di calamità naturali, di stupro, di incidenti stradali, di eventi traumatici in genere.
Di queste cose si occuperà Corinne, ho pensato, ed effettivamente era così. Corinne, però, non risponde. Adesso sono alla ricerca di qualcuno di altrettanto potente ma meglio informato con cui parlare.
Foto di Ilaria Cecilia.