Raccontare la scienza (e la guerra)
Sul finire dei suoi primi dieci anni, qui compiamo una piccola rivoluzione, abbandonando il nostro formato classico – quello del magazine culturale a cadenza vagamente quotidiana – per presentare ogni mese un solo saggio e un solo racconto. Da queste pagine 24 autori ogni anno proporranno il loro filtro sul reale, manipolando inevitabilmente la personalità di Dude mag: ed è una cosa che ci rende enormemente curiosi.
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Raccontare la scienza (e la guerra)

La scienza ha capito che deve imparare a raccontarsi in modo fico.

Odio le materie scientifiche da quando il maestro di matematica, in seconda elementare, si mostrò scettico nei miei confronti perché avevo fatto la primina.

Se mi avessero spiegato che ci sarebbe stata la minima possibilità di creare, con la scienza, qualcosa che aiutasse a vincere una guerra e che poi avrebbero fatto un film su di me, magari avrei studiato un po’ di più matematica e fisica e mi sarei impegnato di più alle selezioni per le olimpiadi di chimica. E invece no, perché quindici anni fa la scienza non aveva ancora capito che doveva imparare a raccontarsi in modo fico. Oppure, più semplicemente, a raccontare storie.

Uno dei migliori libri del 2014 è un testo di non-fiction che parla di zoonosi, ovvero quelle malattie (spesso letali) che passano dagli animali all’uomo. Detta così, la “trama” sembra la meno incoraggiante del mondo, ma Spillover è avvincente come un thriller e ha una qualità letteraria altissima. E parla di scienza, ma per farlo si serve di storie e utilizza tecniche narrative. L’autore, David Quammen, ha detto, in occasione del discorso per la vittoria dello Stephen Jay Gould Prize (assegnato dalla Society for the Study of the Evolution), «people like to read about people». L’ha ripetuto come un mantra. Alle persone piace leggere di altre persone, anche se l’argomento è la scienza. Se cambiamo il verbo “leggere” con “guardare”, la frase di Quammen mantiene la sua potenza. E arriviamo al punto: l’esigenza di raccontare la scienza ha incontrato una necessità del cinema (e delle serie tv). Mi spiego meglio. La Seconda Guerra Mondiale è già stata narrata in tutti i modi possibili: sbarchi, azioni eroiche, battaglie cruciali, sofferenze semitiche, eroi che salvano ebrei, fino all’estremo delle riletture e dei “what if?” (come Inglorious Bastards di Tarantino). Come si può ancora raccontare la guerra? Facile, narrando le storie di quelle persone che non andavano sui campi di battaglia con un fucile in mano e non pilotavano aerei carichi di bombe e non prendevano decisioni strategiche fondamentali, ma che facevano in modo che quel fucile non si inceppasse, che quella bomba fosse quanto più efficace possibile, che quelle astuzie strategiche cogliessero di sorpresa i nemici. E cosa ha permesso tutte queste cose? Ovvio, la scienza.

L’anno della scintilla è il 2014.

 

The Imitation game e i limiti del biopic

The Imitation Game è il fiore all’occhiello del cinema britannico: otto nomination agli Oscar (miglior film, miglior regista, miglior attore protagonista, miglior attrice non protagonista, miglior sceneggiatura non originale, migliore colonna sonora, migliore scenografia, miglior montaggio), cinque nomination ai Golden Globe (quasi nelle stesse categorie degli Oscar), miglior film al Toronto International Film Festival, e una caterva di altri premi e altre nomination.

Il protagonista di The Imitation Game è Alan Turing, interpretato da Benedict Cumberbatch, ovvero quello che è ritenuto il nuovo Ryan Gosling, o il nuovo Michael Fassbender. Turing è famoso tra i profani per aver inventato la macchina da cui sono poi nati i moderni computer: la macchina di Turing. Ma il film racconta solo una porzione della sua vita, ovvero quella durante la Seconda Guerra Mondiale, quando il matematico lavorò a Bletchley Park, il principale centro di crittoanalisi del Regno Unito. Ok, in realtà ci sono puntatine nella giovinezza di Turing (l’innamoramento per Christopher, il compagno di studi che lo inizia alla crittografia) e negli ultimi anni della sua vita (quando viene condannato per omosessualità). La guerra c’è nei filmati di repertorio e nei rifugi antiaerei nelle metropolitane, ma scompare quando Turing arriva a Bletchley Park: lì ci sono solo militari che non capiscono bene cosa stiano facendo dei geni della matematica, della logica, della crittografia, degli scacchi.

I soldati si incazzano con i suddetti geni che non li aiutano a decrittare le comunicazione dei nazisti, che grazie a Enigma (una macchina cifrante a rotori inventata nel 1918 da Arthur Scherbius, che si era ispirato al disco cifrario di Leon Battista Alberti) riescono a essere indecifrabili e letali. Il nemico, quindi, non è un fiero rappresentante della razza ariana con la mascella squadrata, lo sguardo di ghiaccio e le mostrine delle SS, bensì un aggeggio grande quanto una macchina da scrivere: è lei che fa letteralmente sbarellare Turing&Co (tra cui una Keira Knightley che in certi momenti ricorda Corinna Negri de Gli Occhi del Cuore), fino a quando il vecchio Alan non mette a punto una macchina pazzesca in grado di fregare Enigma e i Nazi.

La guerra, pur essendo lontana da Bletchley Park, arriva con i suoi numeri di morte e distruzione e preme sulle menti geniali che cercano di fottere Enigma, creando un certo clima di tensione.

 

Manhattan: la scienza parla dell’uomo

La tensione viene elevata a potenza nell’altra narrazione della scienza applicata alla guerra o della guerra vista con gli occhi(ali) della scienza: Manhattan, serie tv prodotta da WGN (bisognerebbe spendere qualche riga sul fatto che se l’avesse prodotta HBO staremmo tutti qui a parlarne, ma non è il momento). Siamo a Los Alamos, in mezzo al deserto del New Mexico, una cittadina brulicante di militari e, soprattutto, scienziati che lavorano a un progetto che cambierà le sorti non solo della Seconda Guerra Mondiale, ma della Storia intera. Anche qui, la scienza deve risolvere la guerra; anche qui, la guerra è lontana, arrivano solo cifre e notizie; anche qui, la pressione sugli scienziati è altissima, perché rappresentano l’ultima speranza capace di porre fine al conflitto e perché sono sempre sospettati di far uscire da Los Alamos informazioni importantissime (è già vivo quel sentimento che diventerà centrale negli anni della Guerra Fredda: il sospetto di essere una spia, un traditore). Però, rispetto a The Imitation Game, lo scarto è notevole. Mentre il film su Turing è un biopic puro e semplice (con tutti i limiti del genere: aura di santificazione del personaggio; ritratto che mette in evidenza gli aspetti problematici della grande personalità di turno, in modo tale da confermare il binomio genio&sregolatezza; riflettori puntati sul protagonista e personaggi secondari solamente abbozzati, ridotti a figurine che non hanno spessore e che orbitano attorno al genio, con il solo scopo di fare risaltare quanto è bravo/intelligente), Manhattan è qualcosa di più e di meglio. Essendo una serie, può: approfondire ogni personaggio, anche quelli che sembrerebbero marginali; dedicarsi a sottotrame in cui riecheggia con potenza il tema centrale; creare un mondo in cui, da spettatore, è bello tornare (il deserto, l’isolamento, gli anni ‘40).

Il punto di forza è però il tema: la corsa alla costruzione della bomba più potente mai esistita prima. Ma ce n’è un altro, evidente già dal sottotitolo Nuclear. Family: il mito della famiglia (americana e, allargando lo sguardo, occidentale). Il nucleo di quel mito (raccontato e fatto a pezzi da Richard Yates, John Cheever, Richard Ford, Raymond Carver) è custodito negli anni della Seconda Guerra Mondiale. Gli scienziati di Manhattan combattono una triplice guerra: quella contro il tempo, perché anche i Nazisti stanno conducendo ricerche sull’atomica; quella fra loro, visto che ci sono due fazioni che portano avanti due progetti diversi (per cui si contendono l’imprimatur di sua maestà dell’atomo Robert Oppenheimer e, soprattutto, finanziamenti e plutonio); quella dentro di loro, visto che non possono parlare di ciò su cui stanno lavorando nemmeno alle rispettive mogli (e amanti) e visto che alcuni di loro sono coscienti del peso di quello che stanno facendo, un peso che va al di là della guerra. Il racconto della scienza, il nuclear, si arricchisce qui dell’aspetto privato, la family. Come elettroni di un atomo, quello che va sotto il microscopio sono le persone e le relazioni tra loro: si attraggono, si respingono, si scontrano, generando ondate di energia. Il rischio genio&sregolatezza del biopic The Imitation Game viene, per fortuna, evitato: Frank Winter, capo del progetto che studia l’implosione, è un’anima tormentata (dai fantaasmi della guerra che ha combattuto davvero, la Prima), ma questo non è funzionale al suo lavoro di scienziato, non è la causa delle scoperte, non è la scintilla che fa scattare l’eureka. Frank Winter è un uomo testardo traumatizzato dalla guerra di trincea, non un sociopatico/autistico, è determinato e disposto anche a giocare sporco pur di sostenere la sua idea e raggiungere l’obiettivo. Charlie Isaacs, genietto appena arrivato a Los Alamos, non è un enfant prodige né un marito perfetto: è un uomo di scienza con dilemmi morali legati alla sua storia personale e alla relazione con la moglie, ma non solo: è uno dei pochi che ha paura delle conseguenze del nucleare. I personaggi non agiscono alla luce delle loro bizzarrie e stranezze, le scoperte scientifiche non scattano solo grazie a strambi tratti della personalità. Questo è già un passo avanti rispetto alla narrazione tradizionale del genio tormentato (da A Beautiful Mind a The Imitation Game e The Theory of Everything).

La scienza, nel caso di Manhattan, serve non solo a illuminare un lato in ombra della guerra (ché sono tutti bravi a pilotare Enola Gay e a sganciare la bomba su Hiroshima, ma chi ci pensa a quelle menti brillanti che si sono smazzate anni di studi, di isolamento, di esposizione a radiazioni per progettare LA bomba?), ma serve anche per parlare di quello di cui tutti vogliamo parlare: relazioni tra esseri umani. A proposito di scienza, la sigla di Manhattan (degna di Saul Bass per le grafiche, con una colonna sonora composta da Jónsi e Alex dei Sigur Ros) riassume alla perfezione l’intreccio tra scienza e vita (familiare, soprattutto).

Il confine tra i due campi è così labile che gli esseri umani si trasformano in elettroni che si aggregano attorno a un nucleo: da progetti di simpatiche ville familiari (quelle tipiche della suburbia americana) si passa alla sezione di una bomba, dalle istruzioni su come disporre piatti e posate in tavola si passa a quelle su come indossare una maschera antigas, e via così, in una sovrapposizione continua dei due piani.

Nel caso di Manhattan, la scienza diventa un bisturi che incide il tessuto del racconto e divarica i lembi, portandoci più in profondità di dove ci porterebbe uno speciale di Discovery Channel o una puntata del caro vecchio Super Quark. L’accuratezza scientifica e storica di un documentario sono a un livello impensabile per un prodotto di finzione come una serie tv o un film: questi ultimi devono puntare sulle storie e sull’engagement generato da esse (cosa che, a essere sinceri, fanno anche i doc ma in misura minore, o almeno non come strumento principale), ovvero quella particolare alchimia che spinge me, fruitore di storie, ad affezionarmi a Frank Winter e ad Alan Turing. Alla fine non saprò esattamente cosa succede durante la fissione nucleare, non saprò descrivere alla perfezione il funzionamento di Christopher, la macchina messa a punto da Turing per decrittare Enigma, ma saprò qualcosa in più sulle storie attorno a quelle scoperte (cosa fondamentale nel caso di Turing, visto che è stato tutto top secret fino a qualche anno fa, così top secret che Jane Smith, un’insegnante inglese di cinquantaquattro anni, solo dopo aver visto The Imitation Game ha capito perché il padre, John Harrison, fosse sempre così elusivo nel raccontare cosa fecesse durante la guerra: lavorava a Bletchley Park con Turing).

In fondo, bastava raccontare una storia. È questo che vogliamo, fin da quando vivevamo nelle caverne e ci vestivamo con le pellicce degli animali a cui davamo la caccia.

Sebastiano Iannizzotto
Nato nel 1989 a Catania, dopo un’adolescenza mediocre e del tutto priva di interesse sceglie un po’ a caso di dedicarsi agli studi umanistici. Abbandona il borgo natìo per emigrare in terra andalusa. Dopo un'estate da mozzo su una nave cargo battente bandiera portoghese, si trasferisce nella ridente Torino. Devoto alla chiesa del Chino Recoba e malato di Roberto Bolaño e di Julio Cortázar, usa la letteratura latinamericana per scopi poco edificanti ed è campione rionale di tiro al piattello. Scrive su Crampi Sportivi e IndieForBunnies.
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