Di come e perché Raymond Carver è il vero superpotere di Birdman
Sul finire dei suoi primi dieci anni, qui compiamo una piccola rivoluzione, abbandonando il nostro formato classico – quello del magazine culturale a cadenza vagamente quotidiana – per presentare ogni mese un solo saggio e un solo racconto. Da queste pagine 24 autori ogni anno proporranno il loro filtro sul reale, manipolando inevitabilmente la personalità di Dude mag: ed è una cosa che ci rende enormemente curiosi.
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Di come e perché Raymond Carver è il vero superpotere di Birdman

in pochissimi hanno colto quella che è la via di lettura privilegiata del film, ovvero il basare la sua esistenza sul bellissimo racconto “What We Talk When We Talk About Love” di Raymond Carver.

Gli Oscar di Carver

Birdman ha vinto quasi tutto durante la notte degli Oscar; l’Academy ha consegnato al film di Alejandro Iñarritu premi importanti quali miglior film, miglior regia, miglior fotografia e miglior sceneggiatura originale. Normale dunque che il film in questione abbia subito un’attenzione più che particolare da parte della stampa occidentale, non è altrettanto normale però che in pochissimi abbiano colto quella che è la via di lettura privilegiata del film, ovvero il basare la sua esistenza sul bellissimo racconto What We Talk When We Talk About Love di Raymond Carver.

Sì, perché, oltre alla trama del film, i frutti della lettura del racconto di Carver (ma anche di una sua produzione più ampia non citata) si colgono in molteplici aspetti riguardanti la tecnica filmica, le psicologie dei personaggi e i sensi ultimi di molti dialoghi. Per una comprensione totale del film, questo dato non può essere lasciato in secondo piano.


Il plot

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Il film narra la storia di Riggan Thomson (Michael Keaton), attore che ha raggiunto l’apice della sua carriera interpretando negli anni ’90 il supereroe Birdman e che adesso vuole riscattare personalmente questo fatuo e “pornografico” successo dirigendo ed interpretando a Broadway una pièce dedicata ai racconti di Carver e, in particolare, a Di cosa parliamo quando parliamo di amore. La messa in scena non sarà semplice anzi, dovrà scontrarsi con mille difficoltà sia teatrali sia personali: l’altro attore Mike Shiner (Edward Norton) che vuole prendersi tutte le luci del palcoscenico pur nascondendo un animo complesso e irto di problematiche, la figlia Sam (Emma Stone) appena uscita dalla riabilitazione dopo la tossicodipendenza che il padre ha preso con sé per cercare di recuperare il compito che non ha mai svolto e tutte le altre preoccupazioni artistiche e monetarie della realizzazione di uno spettacolo teatrale.

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Dopo la proiezione al festival di Venezia si sottolineò come il regista messicano avesse portato sullo schermo il grande bagaglio della cultura americana, da Hollywood a Broadway, da Raymond Carver alla città di New York, dai supereroi a Twitter, fino ad arrivare alla disintossicazione, la seconda possibilità e via dicendo.

Carver si diceva, ma è lecito inserirlo in questo bagaglio culturale? Il maestro della narrativa breve americana ha raccontato nelle sue sempre memorabili pagine personaggi umili e quasi sempre disperati che si barcamenano tra le difficoltà della vita quotidiana nell’America di provincia. A questo realismo minimalista però Carver aggiungeva sempre, quando meno uno se lo aspetta, un tocco di poesia, quella poesia che resiste nelle vite provinciali e che, solo per un secondo, dirada la nebbia quotidiana. Carver ha presentato nelle sue opere i “nuovi poveri”, gli alter-ego della stagione dei miti e del benessere, i figli di un’altra America che sempre si è tentato di marginalizzare. Qui sta la capitale importanza di Carver ed è per questo che sì, lo possiamo inserire, al pari di Hollywood e Broadway (e forse proprio come contraltare), nel grande bagaglio della cultura americana.

E se Birdman ha vinto tanti Oscar vuol dire che sarà anch’esso parte della cultura americana così come Carver; ecco perché è tanto importante andare a scoprire quanto Carver ci sia dietro quelle statuette.


«To call myself beloved»

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Carver morì il 2 agosto del 1988 a causa della sua dipendenza dall’alcol di un tumore al fegato. Sulla sua tomba, che si trova al cimitero di Port Angeles, sono inscritti alcuni versi facenti parte della poesia A New Path To The Waterfall. Questi pochi versi sono gli stessi che Iñarritu ha scelto per aprire il suo film:

«And did you get what
you wanted from this life, even so?
I did.
And what did you want?
To call myself beloved, to feel myself
beloved on the earth.»

«E hai ottenuto quello che
volevi da questa vita, nonostante tutto?
Sì.
E cos’è che volevi?
Sentirmi chiamare amato, sentirmi
amato sulla terra.»

I film di Iñarritu hanno sempre avuto una struttura non lineare, molto spesso essa si dava con lo scorrere del film cosicché potevano passare anche parecchi minuti prima che lo spettatore riuscisse ad individuare un nesso dal quale partire per ricostruire la storia (un esempio su tutti Babel, storia che si sviluppa con luoghi e persone che non hanno nulla da spartirsi e a cui solo più tardi sarà possibile dare un senso). Eppure il gioco valeva sempre la candela, perché Iñarritu è un regista molto intelligente, abilissimo nel lavorare con le storie alla base dei suoi film. Con Birdman ci troviamo davanti ad una costruzione differente che, linearmente, segue la storia dell’insoddisfatto attore Riggan Thomson e della sua messa in scena di uno spettacolo teatrale. Ma il regista messicano fa ancora di più perché, consegnandoci il testo della poesia prima ancora che il film cominci, ci regala già il senso delle due ore successive. In realtà basta soltanto uno dei versi citati in apertura, quello che recita: «To call myself beloved». Il film corre tutto su questo sentimento, sempre presente nei racconti di Carver e che era pure specchio autobiografico della sua vita non facile. Il desiderio di essere amato come riconoscimento per essere felici. E il fatto di averlo scritto sulla proprio tomba non sembra proprio segno di successo ma segno di una difficoltà insormontabile. Il protagonista interpretato da Michael Keaton va proprio in cerca di questo, di questo sentimento di amore molteplice e sfuggente che non è mai riuscito a trattenere, distratto dai suoi assegni a molteplici zeri e dal suo costume da uccello. Si tratta di un amore spesso trasfigurato in ricerca impossibile di un amore dell’altro, sia esso la stampa culturale, la moglie o la figlia, verso di lui che, pian piano e mai prima di questo momento, sta imparando a darlo agli altri dimenticando l’altro se stesso con il costume.


Le virtù della coppia

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I racconti di Carver disegnano un ambiente sempre ben riconoscibile che si porta con sé una lunga serie di fenomeni collaterali derivanti dalla sua natura (e quindi tutto ciò che si può associare ad una storia raccontata in una casa di campagna dell’Oregon). Una volta riconosciuti i luoghi ricorrenti, si individuano all’interno della sua opera i protagonisti, anch’essi, seppur spesso differenti, accomunati da una ciclicità ripetitiva ed esauriente. Il tema composto da ambientazione e personaggi che si riscontra nella narrazione di Carver è spesso così costituito: una coppia che si muove in uno spazio domestico. Nulla di più e niente di meno, essenziale nella sua struttura eppure ricco di innumerevoli sfumature che, in un ipotetico mosaico, vanno a costruire un disegno completo di un’intera classe di cittadini americani. Anche lo stesso racconto che fa da sfondo al film ruota intorno a due coppie che si interrogano sull’essenza di questo sentimento, esponendo le sue varianti, dalle più mistiche a quelle più violente. E tutti questi tipi di amore si riscontrano in quella che è la storia del film fuori dal palco del teatro. Ogni personaggio ha il suo partner, costruendo un film di coppie. Ed ognuna di queste coppie è portatrice di una delle diverse sfumature che caratterizzano l’amore, da quella più dolce a quella più violenta. Solo il protagonista è coinvolto in almeno tre diversi rapporti: quello con la figlia Sam dove cerca di recuperare la sua fiducia e il suo amore, quello con la moglie, un rapporto che si è concluso con una violenza (il goffo tentativo di omicidio, la violenza al suo apice, come nella scena conclusiva della pièce su Carver) e che alla luce della recente crescita personale cerca di recuperare la sua originarietà e il rapporto con l’altro attore Mike Shiner, colui con il quale deve dividere il palcoscenico tra tante difficoltà di metodo e di comprensione.


La carrellata (digitale) unica

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Si parlava, all’inizio di questo pezzo, di come anche la struttura stessa del film sia riconoscente verso l’opera del maestro americano. Come può una tecnica trarre ispirazione da un’opera scritta?

La cosa che a chiunque salterà agli occhi durante la visione del film è che tutta la narrazione cinematografica si dispiega di fronte allo spettatore secondo la forma di un unico piano-sequenza (digitale ovviamente). Questa scelta tecnica è, ad un’indagine approfondita, legata alla narrazione di Carver e anche al senso ultimo che lui ha depositato nei suoi scritti.

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Per quanto riguarda il film tutto quello che scorre davanti ai nostri occhi è attaccato, gli sbalzi temporali sono sfumati al massimo per dare un senso di continuità, la vita dei protagonisti viene indagata fin nel suo intimo, nella prova dei costumi, nel riposino prima delle interviste e nelle prove per lo spettacolo. Attraverso questo meccanismo Birdman ci consegna uno degli interrogativi più importanti del nostro tempo: il fatto che tutto può essere visto, tutta la realtà è davanti ai nostri occhi. Per questo non ci sono confini tra le vite private e quelle di scena (Thomson sembra essere l’ultimo baluardo della vecchia divisione, con il suo ostinato rifiuto all’apertura di profili sui social network. Ma anche questo ultimo esile muro cadrà). È la stessa intimità che scandagliano i racconti di Carver: le vite private, le conversazioni personali e le camere da letto sono i luoghi privilegiati per l’indagine dell’individuo, anche in quelle pagine tutto si trova in un unico grigio piano sequenza.

Iñarritu, neanche a dirlo, per la costruzione di questo meraviglioso dipinto, non può che attingere a chi, veramente, viveva (e capiva) i suoi personaggi.

Matteo Moca
Nato nel 1990, vive a Pistoia e studia a Bologna. Studioso di Letterature comparate, fondatore di una rivista cartacea mensile di musica, cinema e letteratura dal nome Feedback Magazine, morta postuma 2013. Collabora a diverse redazioni online (tra cui 404filenotfound, Sonofmarketing, Tellusfolio). Lacanian and Proust addicted.
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