Alzare gli occhi dal fumetto — Intervista a Paco Roca
Sul finire dei suoi primi dieci anni, qui compiamo una piccola rivoluzione, abbandonando il nostro formato classico – quello del magazine culturale a cadenza vagamente quotidiana – per presentare ogni mese un solo saggio e un solo racconto. Da queste pagine 24 autori ogni anno proporranno il loro filtro sul reale, manipolando inevitabilmente la personalità di Dude mag: ed è una cosa che ci rende enormemente curiosi.
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Alzare gli occhi dal fumetto — Intervista a Paco Roca

Francisco Josè Martinez Roca è un po’ il Will Eisner spagnolo dei giorni nostri: autore versatile di livello internazionale, ha iniziato a lavorare nella pubblicità e ha uno studio nella sua città natale, Valencia. La sua graphic novel di maggior successo, Rughe, sul tema della vecchiaia e del morbo di Alzheimer, ha vinto il premio […]

Francisco Josè Martinez Roca è un po’ il Will Eisner spagnolo dei giorni nostri: autore versatile di livello internazionale, ha iniziato a lavorare nella pubblicità e ha uno studio nella sua città natale, Valencia. La sua graphic novel di maggior successo, Rughe, sul tema della vecchiaia e del morbo di Alzheimer, ha vinto il premio nazionale di Spagna al Miglior Fumetto nel 2008 e un Premio Goya nella sua trasposizione cinematografica, nel 2012. Pubblica regolarmente per la rivista La Cupula e su El Pais. In Italia le sue opere sono pubblicate da Alessandro Editore e Tunuè.

Lo abbiamo incontrato al Palazzo dei Congressi dell’EUR durante la fiera di PiùLibriPiùLiberi per una breve chiacchierata.

 

Ciao Paco, come va?

Molto bene, son felice e contento di essere qua a Roma e in questa Fiera che aiuta le piccole e medie realtà dell’editoria indipendente.

Allora cos’è il fumetto per te?

Be’ come lettore ritengo sia uno dei media più innovativi al momento, perché con il suo linguaggio ha rivoluzionato un modo di raccontare, nonostante sia nato prima della televisione o Internet; come autore credo sia uno strumento fondamentale per raccontare qualunque tipo di storia e a differenza del cinema, per esempio, non ha costi proibitivi.

Parliamo un po’ della tua formazione. È vero che se non avessi fatto il fumettista saresti andato a fare l’elettricista?

Sì, è vero [ride]. Ho sempre avuto però una passione per il disegno e il fumetto, sin da bambino. Poi ho iniziato a disegnare nella pubblicità e da lì sono passato a Kiss Comix.

Che era una rivista a sfondo erotico. Come hanno preso a casa la tua decisione di diventare un autore di comics?

All’inizio i miei genitori non erano d’accordo con la mia decisione di intraprendere un lavoro di natura artistica, ma poi si sono resi conto che fare il fumettista mi poteva garantire una vita come qualunque altro mestiere.

 

 

Dopodiché sei entrato a far parte della rivista underground El Vibora ed hai iniziato la tua collaborazione con Juan Miguel Aguilera (scrittore di science-fiction).

Mi è stato di grande aiuto collaborare con lui, mi ha insegnato come costruire una storia e come farla diventare verosimile. Da lì ho capito che non volevo solo disegnare delle tavole ma scrivere storie e sentirle mie.

Vieni da una grande tradizione del fumetto, la scena valenciana. Quali sono le differenze che hai incontrato tra il mercato spagnolo e quello francese o italiano?

Prima in Spagna avevamo un mercato molto florido, attivo sin dagli anni Cinquanta. Adesso abbiamo sicuramente meno lettori rispetto all’ Italia e alla Francia e non abbiamo un’industria sviluppata come quella francese [Paco Roca ha pubblicato le sue opere per le case editrici francesi SAF e Delcourt ndr]. Però credo questo sia anche un elemento positivo poiché gli italiani e gli spagnoli, non avendo un industria cosi forte, sono più aperti verso il mercato estero e quindi più inclini alla contaminazione di generi diversi.

 

 

Un contesto che hai descritto molto bene in World Emotional Tour. Ricordo quando raccontavi che c’erano code lunghissime per gli autori americani di supereroi e i pochi fan che venivano verso di te ti obbligavano a disegnare Batman piuttosto che Emilio (il protagonista di Rughe).

Beh nel mio caso sicuramente adesso è cambiato tutto. Non dico di avere ancora tanti fan come Frank Miller ma sempre di più un’ampia fetta di pubblico si sta avvicinando alle mie opere e questo mi rende felice e orgoglioso. Il tipo di pubblico soprattutto è cambiato: adesso durante le sessioni di dediche ricevo un pubblico molto diverso, sia maschile che femminile. Credo sia stata dunque una piccola rivoluzione.

Merito soprattutto di Rughe, immagino.

Sì, certo è stata una sorpresa in positivo. Il peggio che può accadere ad un autore è che dopo aver lavorato per mesi su un progetto, il suo lavoro passi inosservato. Se guardiamo dove ci troviamo adesso, ci sono milioni di libri e autori tra un salone e l’altro, ed è molto difficile far sì che il tuo lavoro emerga sugli altri. Rughe ha fatto sì che diverse persone estranee fino ad allora al fumetto si avvicinassero al mio lavoro e adesso trovo sia fantastico che ogni volta che esce un mio lavoro riescano a riservarmi uno spazio e a farmi domande.

 

 

La vita promozionale è un altro tema che ritroviamo in World Emotional Tour.

Innanzitutto World Emotional Tour mi ha permesso di raccontare il viaggio in qualsiasi sfaccettatura e sono felice di riuscire ancora a divertirmi per il lavoro che svolgo. L’errore da non commettere è quello di abusare del viaggio, ovvero girando così spesso per vari eventi c’è il rischio di disegnare sempre meno e sarebbe come morire di successo.

Nei tuoi lavori alterni sempre vari generi: da quelli più personali e intimistici (come Rughe e La Casa) a quelli più documentali (I Solchi del Destino) fino ad arrivare al genere surrealista-horror (Il Gioco Lugubre).

È vero, di solito mi piace cambiare genere: per esempio ne La Casa ho scelto di usare un ritmo più lento, mentre per gli altri posso usarne uno più incalzante e frenetico, d’avventura. Cambiando il modo di approcciarmi ad una storia riesco a essere più innovativo e al tempo stesso permette di non annoiarmi. Oltre che per esigenze lavorative, ogni nuovo progetto implica per me nuovi confini da esplorare altrimenti rimarrei senza un briciolo di creatività.

Ci sono molti rimandi letterali e di cultura pop nelle tue opere. In Memorie di un uomo in Pigiama dicevi di esserti ispirato a Seinfeld per esempio.

Io credo che sia interessante tutto ciò che ti influenza e quello che hai intorno. Uno dei problemi più grandi del comics, così come di qualsiasi altro media, è guardare solamente ad altri autori di fumetti e copiare esclusivamente da loro. Trovo invece interessante alzare la testa dal foglio da disegno e guardare ad altri media e a come raccontano una storia.

Dacci qualche riferimento allora!

Dentro il fumetto amo molto il lavoro di Gipi per esempio, Zerocalcare, Jiro Taniguchi e Osamu Tezuka. Per quanto riguarda il cinema mi vengono in mente Hayao Miyazaki e Isao Takahata. Nella letteratura apprezzo invece Philip Roth, scrittori del New Journalism come Tom Wolfe. Insomma un po’ di tutto: più ampli lo sguardo nei vari campi artistici, maggiori sono gli elementi che hai a disposizione.

In questa edizione di Più Libri più Liberi sei stato insieme a ZeroCalcare. Cosa ne pensi del graphic journalism?

Mi sembra sia uno dei nuovi generi del comics più interessanti da esplorare in questo momento. Il fumetto da più di dieci anni a questa parte permette di esplorare diversi temi sia di carattere giornalistico che di altro genere.

Ricordo anche un bellissimo graphic novel di qualche anno fa sulla crisi economica pubblicato su Internazionale. Come vedi l’attuale situazione in Europa?

È abbastanza strano vedere come sta cambiando l’Europa e il mondo con politici e fanatici di estrema destra che stanno prendendo sempre più piede ma anche se dovessimo fare due passi avanti ed uno indietro rimango comunque ottimista rispetto al futuro e spero le cose possano tornare al verso giusto.

 

Testi: Marco De Laurentis
Montaggio video: Giuseppe Putignano
Photo credits: Chiara Pasqualini
Traduzione: Simone Tribuzio

Marco De Laurentis
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