Arte: Artcock, intervista
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Artcock, intervista

Arte, che parolone. Visto che mi irrito quando la sento e visto che di questi tempi è anche ingiustificatamente inflazionata, d’ora in poi, nel corso di quest’intervista…

31 Gen
2012

Arte, che parolone. Visto che mi irrito quando la sento e visto che di questi tempi è anche ingiustificatamente inflazionata, d’ora in poi, nel corso di quest’intervista, sarà sostituita con il nome proprio Pina, in onore di Fantozzi. Fanno bene loro, gli ArtCock (PinaCock sarebbe stato davvero brutto), ad appiccicarla ad una parola così semanticamente distante.
Per cui questa non è un’intervista che parla di
Pina. Che poi io di Pina ci non capisco proprio un cazzo. E di questo ne vado anche un po’ orgoglioso. Che non è tanto per Pina in sé, quanto per le dinamiche che sottendono ad essa, le quali lentamente hanno atrofizzato in me qualunque desiderio di interessarmi all’argomento.
Ma suvvia, come si fa a resistere dall’intervistare un collettivo di
Pina che per inaugurare il loro studio ha organizzato un incontro clandestino di boxe in cui proprio loro, spogliandosi da ogni stereotipo radicalscicchistico, hanno infilato guantoni e dentiere, regalando all’intero pubblico, la più ancestrale delle performance.
Questo studio non vibra di pretenziosi onanismi intellettuali, ma di sola (e tanta) voglia di sbattersi per il puro gusto
de fà. Non è volontà, ma necessità. Senza troppi manierismi, senza troppe domande, e senza troppe chiacchiere.
Un approccio genuino, costruttivamente arrogante (a mio avviso tipicamente romano), nel relazionarsi con quelle sterili e sconfortanti dinamiche che giorno dopo giorno stanno rendendo la vita impossibile anche a chi ha giurato che «da questa città non me vado manco per il cazzo».

Legenda:
F: Federico Tribbioli
N: Niccolò Berretta
M: Maurizio Montesi
S: Filippo Silli, che però non parla mai.
L: incursioni di Filippo Loy.
DUDE: Quando e come nasce il progetto Artcock?
F: (Dopo qualche tentennamento) Ogni volta cambiamo la data d’inizio. Potrebbe essere il 2006, come il 2004.
N: Io mi ricordo estate ’93.
F: 2007.
N: È nato un po’ così. Abbiamo iniziato con dei video, Corto ketchup e Demenza hardcore. Poi con degli esperimenti fotografici che abbiamo iniziato ad attaccare per strada.
F: Poi con dei poster, addirittura delle fotocopie, attaccavo foto di mani, le mani dei miei amici.
N: E da lì abbiamo pensato di dare vita ad un vero e proprio progetto, realizzando assieme degli scatti fotografici, sotto il nome Artcock. Un po’ scherzosamente.
M: Il nome è stato dato a piazza Istria, ancora me lo ricordo era prima di andare ad Anzio a pescare.
N: Maurizio sta facendo del revisionismo storico.
F: Le prime volte che inserimmo il nome era tutto molto street, il logo era praticamente una Tag. Invece il primo poster che attaccammo era la faccia sua enorme (indica Nicola) a Prati Fiscali.
N: È stato divertenti. Per attaccarlo contro questa parete enorme eravamo due da sotto, due da sopra, ci abbiamo messo tipo 10 ore.
D: C’è, anche latente, un manifesto Artcock? Un file rouge, un leitmotiv, chiamatelo come ve pare.
N: Prima della mostra di Fontana di Trevi scrivemmo qualcosa.
F: Sì, mettemmo per la prima volta nero su bianco quello che era, ed è, il nostro approccio. Spiegando la natura delle nostre produzioni, specialmente le rivisitazioni fotografiche dei dipinti classici. Ci siamo dovuti confrontare per la prima volta con una figura semi-istituzionale, la curatrice di quella mostra; che nonostante ci avesse dato carta bianca, ed enorme fiducia, ha iniziato a riempirci di domande suscitando in noi ogni sorta di dubbio, e gettandoci un po’ nel panico. In particolare voleva sapere perché alcune riproduzioni fossero differenti in alcuni dettagli, se c’era un motivo preciso per cui quella cosa era più grande, o quell’altra cosa era stata ignorata. E noi abbiamo preso coscienza del fatto che in realtà non avevamo il minimo interessa ad effettuare delle “riproduzioni”, quanto, piuttosto, delle “reinterpretazioni”.
D: Vabbé ma per il pubblico da casa, potete spiegare, in pratica, voi che fate?
N: Beh io direi in 3 o 5 parole…
F e M ridono.
F: Loro mi prendono per il culo perché dicono che il sogno della mia vita è definire Artcock in queste tre parole: violenza, azione, colore.
M: Ahahah, e variarle ogni tanto con altre tipo: intensità, aggressività, voja de fà.
F: La situazione che ci ha fatto capire quello che avremmo voluto essere e quello che non saremmo voluti essere, s’è creata quando abbiamo scattato La Vocazione. Eravamo lì a preparare il set e, nonostante per alcuni dettagli, tipo la finestra, ne avevamo utilizzata una di cartone, alla fine erano passate due ore, e noi non avevamo ancora scattato. A un certo punto se semo detti «oh ma che cazzo famo? Non è così che vogliamo fa’ le cose». L’idea di stare lì per ore, rifletterci, stare attenti ad ogni singolo dettaglio, non è quello lo spirito che dovrebbe animare il nostro progetto. È facile chiudersi sui particolari e scadere nella mera riproduzione e quindi ci siamo subito redenti. Siamo andati a Capalbio a casa sua (indica Nic), abbiamo scattato, io ho lavorato la foto fino alle 5, il giorno dopo ce ne siamo andati e la foto era finita e pronta per essere stampata.
D: Cotto e magnato?
F: Cotto e magnato.
D: Ma in pratica ArtCock che cos’è?
M: Artcock è un approccio.
F: È un modo istintuale di produrre. Non ci piace programmare. Tra l’idea e la sua realizzazione cerchiamo di interporre meno stadi possibili. L’ idea è uno stimolo e la risposta deve essere più immediata possibile. È questa la nostra missione, di prendere tutto il più spontaneamente possibile, anche se con il tempo, la cosa diventa sempre più difficile.
D: La vostra intenzione è quella di mantenere vivo questo modo di produrre?
F: Sì. Vogliamo utilizzare lo stesso approccio muovendoci su idee differenti. A fine mese avremo una mostra a Londra, e con quella mostra chiuderemo il capitolo delle re-interpretazioni dei quadri classici. Il nostro filo conduttore sarà sempre quello di non fermarsi mai, di produrre a oltranza, non importa come e dove.
M: Dopotutto è così che è nato tutto.
F: Fin da quando abbiamo finito il liceo, non avevamo bene le idee chiare su cosa voler fare nella vita, ad eccezione del fatto che sapevamo che avremmo voluto fare delle cose assieme. Chiaramente non è stato mai nulla di cosciente.
M: Ci rifletti con il senno di poi.
F: All’inizio ci divertivamo a produrre e ad attaccare in giro e volevamo solo farci notare.


D: La cosa bella del progetto Artcock è che si mantiene sapientemente in equilibrio tra una realtà underground, e una realtà più accademico-istituzionale.
F: Per noi la strada e i muri sono una vetrina che ti prendi e nessuno potrà mai toglierti, e quindi fondamentale. Da quello abbiamo cercato di portare il nostro lavoro più in là, senza troppi piani, ma soprattutto senza l’idea di precluderci un’altra realtà, anche distante dalla nostra.
D: Questo spiega anche la vostra collaborazione con Achille Bonito Oliva?
F: Ah questo te ‘nteressa eh? Ahah
D: Come è nata la cosa, come vi siete conosciuti?
F: Eh, quella è una storia divertente. Siamo andati alla solita festa romana in casa di gente mai vista prima, come al solito il delirio, e dopo poco stavamo tutti rovinati. Siamo scesi e io me ne sono andato…
L: C’eravamo io, Matteo Keffer e Margherita buttati per terra in mezzo alla strada a bere un vino rosso che ci eravamo inculati sopra. Arriva un vecchio signore che non riusciamo a scorgere bene perché in controluce, ci chiede «7 X 8?». Noi «56», e lui «ahah, bravi, io sono Achille Bonito Oliva». Sembra assurdo, ma è così. Insomma varie follie finché Umberto Scrocca ha detto «tutti a casa di Achille». E siamo andati a casa di Achille. Lì praticamente la festa è continuata, abbiamo iniziato a bere amari, liquori, Montalcino da duecento euro l’uno come se fosse tavernello. Poi il Keffer se n’è uscito «Achille famo na pasta?», e Achille «sì!!!». E ci siamo fatti ‘sta gricia. Abbiamo fatto chiamare Nic da Achille e poi il Keffer si è messo a pisciare dal terrazzo su Via Giulia, e io l’ho chiuso fuori. Poi non mi ricordo più nulla.
D: E il rapporto professionale com’è nato?
L: È nato che lui (Achille) mi diceva «passate giovedì prossimo al Camponeschi» (un bar in piazza Farnese) insomma ci aveva preso in simpatia, dopo poco ci ha detto che noi non avremmo dovuto mai pagare da bere in quel posto.
F: Di base è un rapporto alcolico.
L: Pian piano ci ha presentato tutti i loro pinaisti: Cucchi, Baldo Diodato… Poi mi ha proposto di organizzare un aperitivo/vernissage lì al Camponeschi e io ho subito pensato a Flavio Solo e ad Artcock. La serata è stata un successone, una cifra di gente, anche se era tutto un po’ accroccato dentro ‘sto winebar.
F: La cosa più fica del Camponeschi è che fanno un Vodka Sour della madonna. Cioè Franchino, il barista, fa un Vodka Sour della madonna.
M: Mito Franchino
F: Un genio.
L: Pensa che con il Keffer eravamo tanto così da organizzare Artcock Vs. Camponeschi a calcetto, con tutti i camerieri e con Umberto Scrocca.
N: Comunque la sera che abbiamo conosciuto Achille è nata una grande riflessione. Noi eravamo tutti ubriachi a livelli vergognosi, la mattina dopo non ci ricordavamo quasi nulla, io ho fatto perfino un incidente. Quello che ci siamo domandati nei giorni a seguire è stato: ma come stava Achille quando s’è svegliato? C’ha 72 anni quello, e beve come un ventenne.

D: In linea con l’attitudine Artcock, avete inaugurato il vostro studio organizzando un incontro clandestino di boxe tra voi e Mastequoia, ovvero l’altro collettivo con cui dividete lo spazio. Com’è stata l’esperienza di prendervi a botte?
F: L’idea è partita da mio fratello. Avevamo preso lo studio insieme e volevamo creare un evento che non fosse caratterizzante di uno dei due collettivi, ma che esprimesse l’approccio alla Pina che ci accomuna. Non volevamo fare il solito vernissagetto del cazzo con le operette e il prosecco, ma fare qualcosa che fosse un’esperienza per tutti, sia per chi fosse venuto, che poteva scommettere, sia per noi che combattevamo. La cosa bella era chiaramente il fatto che fossimo tutti delle seghe. E in quell’atmosfera, con la gente che grida con le scommesse in mano, che ti spinge, il sudore, e tu che senza motivo devi prendere a pugni una persona che conosci da una vita, a livello personale è stata un esperienza forte e unica. Cioè, al primo incontro quello (indica uno dei Mastequoia) s’è sbragato er naso. Io ero nell’incontro successivo e mi è salita un’ansia e una tensione indescrivibile. Dopotutto chiunque faccia della Pina in qualche modo si mette alla prova e si compromette. Non è pugilato, ma è semplicemente qualcuno che è lì a confrontarsi con un’altra persona e soprattutto con se stesso.
D: Chi ha vinto?
N: Ha vinto Artcock!

D: Il vostro studio è praticamente di fronte a Regina Coeli. Com’è l’esperienza quotidiana del lavorare davanti ad un carcere?
M: Si respira una bella arietta…
N: Beh è sicuramente un contesto curioso. Ogni giorno vedi gente che entra, e gente che esce. Le loro reazioni, le proteste…
M: …i cori che fanno a quelli che «se la cantano».
F: Ti tiene anche informato sull’attualità.
M: Per esempio quando hanno portato qui tutti gli Indignados della protesta di ottobre, c’erano tutti quelli sopra (al Gianicolo n.d.a.) che con i carretti mettevano la musica e strillavano «vi sosteniamo!».
F: Sì comunque il rapporto con il carcere è sicuramente particolare. Noi a volte siamo qui a fa ‘ste cose e ogni tanto quelli che escono qui di fronte con il sacco vengono in studio ti chiedono due spicci, e la cosa ti mette un attimo… o per esempio quando viene in studio una ragazza, senti tutti che strillano «Quanto sei bella, nun vedo ‘na donna da du’ annii!!!»
N: A volte quando escono ci sono tutte le famiglie, co’ i ragazzini piccoli, ma la maggior parte delle volte non c’è mai nessuno. In ogni caso tutti escono da qui, anche se la scorsa settimana un paio so usciti da un’altra parte…
D: Sono evasi?
N: So’ usciti da una finestra. Almeno da quanto ho sentito, due hanno segato le sbarre e si sono calati con delle lenzuola bagnate. C’era anche un terzo, ma non ce l’ha fatta a passare, perché era troppo grasso.
F: Sono particolari anche altre dinamiche attorno al carcere. Come per esempio il macellaio e l’alimentari che ha le buste apposta per portare la roba ai carcerati. Sono delle buste di cartone, tipo quelle che usano in America, puoi utilizzare solo quelle, perché non hanno maniglie. Le vendono a 2 euro, ‘sti ladri.
D: Per un artista che fa della street art il rapporto con la propria città è qualcosa di morboso e imprescindibile. Qual è il vostro legame con Roma e con la romanità?
F: È combattuto, chiaramente. Io amo la mia città, mi piace da morire, ma è sempre un po’ ambiguo il rapporto. Ti fa incazzare molto spesso.
M: È una città abbastanza chiusa. Quando noi abbiamo iniziato producevamo con grande foga perché vedevamo attorno a noi un grande vuoto.
F: E a distanza di tempo continua sempre ad essere un sacco difficile perché ci si confronta con il niente. A Milano per esempio ci sono un sacco di posti che sponsorizzano le cose, le seguono bene, professionalmente. A Roma sebbene ci siano un sacco di artisti, non ci sono strutture, e chi organizza le cose non è molto in palla.
D: È più difficile emergere?
F: È più difficile da un lato e più facile da un altro. Visto che c’è poco, se stai in fissa con quello che fai, e sei costante, prima o poi vieni notato, però allo stesso tempo la città è come se non accettasse un evoluzione, e quindi questo con il tempo ti castra.
D: Avete pensato ad una possibilità di espatriare?
F: È il primo momento in assoluto in cui ne stiamo parlando in maniera concreta.
N: O almeno cercare di utilizzare appoggi e voli low cost per andare ad attaccare poster in giro per l’europa, cercando di raccogliere più materiale possibile, e ricevere un riscontro anche in altri paesi e città.
F: Sì perché poi la cosa che ti fa più rosicare è che se poi ti affermi all’estero, qui torni e puoi fare come cazzo ti pare. Questa concezione idiota che in Italia per essere preso in considerazione devi prima affermarti fuori… l’incapacità di riuscire a riconoscere il potenziale di un artista è scoraggiante.
D: Raccontatemi una di quelle vostre storie spassose e divertenti, su su.
N: No io ormai me so ripulito. Sono uscito un po’ da queste dinamiche perché erano stati raggiunti livelli grotteschi.
Ho questa giacca cammello che si narra abbia dei poteri particolari, a chi la indossa conferisce un’aurea di follia, è come se ti dominasse. Forse è lo spirito maiale di mio nonno. Insomma se la indossi e bevi si crea un mix letale.
F: Digli quella del Tevere…
N: ‘stressate eravamo in riva al Tevere, davanti alla Maison (locale estivo di pelati in camicia bianca n.d.a. ), avevamo bevuto come al solito un po’ troppo, faceva un caldo della madonna e io me so’ fatto il bagno nudo lì davanti. Poi mi sono rivestito, abbiamo fatto tirata fino alle 7, e sono andato dritto a prendere mio nonno per portarlo all’otorino. Puzzavo un pochetto.
F: Eau de Teveré.
N: Grande nonnetto.
F: Che t’ha detto quella cosa geniale, per concludere questa simpatica serata..
N: Prima che si chiudesse l’ascensore, gli ho chiesto cosa facesse rima co legna, lui m’ha risposto “’a fregna!!”
L’intervista si conclude con io e Maurizio che ci confrontiamo brevemente sugli effetti psicofisici che la canna d’erba ci ha arrecato. Constatiamo, in effetti, di aver perso momentaneamente alcune capacità motorie e mentali, per non parlare di un attanagliante secchezza delle fauci che non ci permette più di parlare.
I primi di febbraio gli ArtCock faranno una mostra a Londra organizzata da Charlie Allen all’Alecano gallery nell’east London. Si prospetta una festa ininterrotta per 3 giorni, a cui il sottoscritto era stato goliardicamente invitato a partecipare. Invito che è stato mestamente costretto a declinare per questioni riguardanti delicati equilibri burocratici con la consorte.

V: Vieni con me a Londra?
L: Non ho soldi.

L: Vado a Londra con gli ArtCock!
V: Ma avevi detto di non avere i soldi!
L: Ah, …già.
In bocca al lupo, ArtCock.

Luigi Di Capua
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