«Se le canzoni si indossano e gli abiti si interpretano la nostra casa si attraversa».
In occasione di Artefiera 2015 anche DUDE MAG ha attraversato Maison Ventidue, uno spazio domestico in pieno centro a Bologna, dedicato a residenze creative, esposizioni ed eventi artistici. Un bellissimo appartamento, abitato a tutti gli effetti, che accoglie indistintamente artisti, spettatori e critici come fossero inquilini. Le curatrici Mariarosa Lamanna e Serena Facioni ci hanno ospitato nella loro luminosa cucina per fare due chiacchiere.

Maison Ventidue ha da poco inaugurato il ciclo di residenze artistiche del 2015, presentando il libro fotografico Homemade1 a Bologna. In questi giorni di febbrile fermento artistico in città, ospita il secondo movimento di CIVILE, progetto performativo della giovane artista Yesenia Trobbiani, che si concluderà con una performance aperta al pubblico sabato 24 dalle ore 21 e con l’installazione Tracce di CIVILE dal 25 al 31 Gennaio.
Ci raccontate la storia di Maison Ventidue? Quando e come nasce?
M: Ufficialmente nasce come forma associativa pochi mesi fa, di fatto però ha una storia di almeno due anni e mezzo. Come ogni cosa, prima si inizia a fare e poi si formalizza. Siamo arrivate in questa casa circa tre anni fa; insieme ad altre ragazze cercavamo semplicemente uno spazio in cui abitare e tutto è partito organizzando degli home secret tra amici, dei piccoli concerti casalinghi con musicisti di passaggio a Bologna. Da lì abbiamo pensato di tentare la stessa cosa ma con progetti più performativi, ricercando tra le compagnie che conoscevamo personalmente e, successivamente, selezionando cose interessanti viste tra i vari festival di teatro contemporaneo. Questo è il nostro terzo anno, molte cose stanno cambiando: è una situazione in divenire così come il gruppo che in questi anni ha lavorato al progetto.

Foto di Futura Tittaferrante.
Ci sembra un percorso abbastanza naturale. Che peso ha avuto la vostra formazione nel dar vita ad una realtà come la Maison?
S: Abbiamo entrambe una formazione artistica e umanistica, nonostante tutti abbiano fatto master in comunicazione e organizzazione culturale. Credo che sia utile, per chi lavora in quest’ambito, avere un background simile, così da equilibrare competenze di gestione e di contenuto.
Giusto. Così in effetti diventa tutto molto organico. Avete una visione ampia e quindi un buon controllo delle scelte che fate.
M: Assolutamente, come controllo sì, anche se poi magari non è mai abbastanza. Il margine di errore, il rischio di una scelta piuttosto che un’altra è sempre dietro l’angolo e il fatto di incontrarne rappresenta per noi uno stimolo.
S: Spesso magari si rischia di concentrarsi più sul “contenitore” organizzativo di un evento, mentre non bisogna dimenticare di rimanere sensibili al “contenuto”.
M: In questo senso, l’esperienza sul campo, come ad esempio gli stage per i grossi festival, è molto utile, perché ti dà la possibilità di tenere insieme il momento curatoriale e quello organizzativo.
S: Poi qui a Bologna c’è la possibilità di vedere moltissime cose di teatro di ricerca. Probabilmente una regione come l’Emilia Romagna è un caso più unico che raro in Italia: non a caso è stata una delle prime a dotarsi di un ente teatrale regionale. Bologna ha un substrato culturale molto forte e una lunga tradizione della cultura dal basso, del partecipare, dell’orizzontalità, specie rispetto ad altre città più grandi, in cui i circuiti sono più istituzionalizzati.
M: E ultimamente sembra che gli operatori abbiano finalmente capito l’importanza del fare rete e che ci sia una rinnovata voglia di fare le cose insieme.
Uno dei tratti che caratterizza Maison Ventidue è la forma della residenza. Qual è il valore aggiunto di un progetto artistico nato in questo modo?
M: La necessità di ospitare delle residenze nasce da alcune riflessioni. La prima è legata alle esigenze degli artisti, come quella di avere un luogo in cui poter lavorare o approfondire i propri progetti creativi. Ottenere degli spazi deputati come teatri, musei, ecc. oggi è qualcosa di estremamente difficile. Quindi noi, rivolgendoci a un segmento che non è necessariamente quello dei grossi circuiti, ci rendevamo conto che alcuni dei progetti che incontravamo ci chiedevano qualcosa in più. Inoltre, a noi non interessa essere dei “contenitori”, ma avere a che fare con progetti in cui lo spazio non è indifferente, che lavorino su e con questo specifico spazio. Homemade è sì fatto in casa, ma è anche cucito addosso ai singoli progetti.
S: La permanenza in uno spazio ti dà la possibilità di essere più dialogico con questo, con te stesso, con chi ti sta davanti che non è necessariamente un pubblico. E se fai un lavoro sul limite, sull’abitare, la casa ti dà un senso ulteriore. In qualche modo ti obblighiamo a porti in relazione con lo spazio.
Quindi è un incontro tra le esigenze dell’artista e il vostro interesse a riflettere sulla spazialità, in particolare quella della casa che dà un valore aggiunto.
M: Sì. Ad esempio, il progetto di Yesenia Trobbiani, Homemade2, nasce proprio così. Il secondo movimento di CIVILE, che ospitiamo in questi giorni, è una mappatura di quattro spazi di un ambiente domestico, tra cui lei ha scelto cucina, bagno, camera da letto e salotto. In uno dei primissimi scambi di mail l’esigenza che lei ci aveva manifestato era quella di dover vedere il suo lavoro da fuori. Io e Serena abbiamo valutato questa esigenza artistica e abbiamo pensato di costruire per Yesenia degli incontri pomeridiani con alcuni curatori e critici, con i quali lei potesse avere uno scambio quotidiano all’interno dello spazio. Abbiamo contattato alcuni operatori del settore – come Silvia Petronici, curatrice di Sense of Cummunity, Serena Terranova di AltreVelocità e il critico Massimo Marino – che ci hanno dato la loro disponibilità a seguire il progetto. Abbiamo chiesto un dialogo con Yesenia e la possibilità di scrivere una pagina che andrà a far parte del quaderno Homemade2. Credo che la cosa interessante, tanto per il critico quanto per l’artista, sia partecipare a una creazione, a un momento che solitamente l’artista tiene per sé.

Foto di Futura Tittaferrante.
In effetti, Maison Ventidue offre una variante al concetto di site specific, una delle forme più diffuse al momento nell’arte, cioè la pratica di risemantizzare spazi pubblici e non deputati all’esposizione artistica, indagando proprio la dimensione del pubblico. Qui invece si ribalta la situazione: quello che si risemantizza è uno spazio privato, intimo, attraverso una residenza che si fa convivenza.
M: Sì, qui si sposta l’asticella un po’ più in là, nel senso che quello che viene messo in gioco è il privato ed è vero che la residenza diventa una convivenza a tutti gli effetti, con tutte le specificità del caso. Una situazione come questa nasce anche da un’apertura che è, soprattutto, prima personale e poi professionale. Credo che l’esigenza del “nido” sia quasi fisiologia a un certo punto, ma al momento il piacere supera il disagio. Ad esempio, per Equilibri, l’installazione di Giorgia Valmorri comprendeva l’intera casa; i visitatori che arrivavano avevano una vera e propria cartina, con tanto di legenda, e giravano in casa in completa autonomia, comprese tutte le camere da letto, i bagni e gli altri piccoli spazi della casa. Per l’inaugurazione, l’allestimento era in un certo senso “vergine”; partendo da quel punto zero, il nostro vivere ha poi modificato le opere, così come la nostra quotidianità si è arricchita di elementi anche materiali (odori, oggetti, colori, ecc.). Questo forse lo spettatore non lo percepisce visitando occasionalmente la casa, ma fa tutto parte dell’interesse di un progetto simile.
Infatti. Lo spettatore come vive una situazione espositiva così particolare? Esistono, secondo voi, tipologie di pubblico con una diversa sensibilità nel recepire un tale contesto? Non c’è il rischio che chi viene appositamente per assistere a una performance viva la casa come “spazio deputato”, al pari di una galleria?
M: Quello dipende anche un po’ dal progetto. Di solito, c’è sempre una parte interattiva. Ad esempio, per Giorgia Valmorri l’opera partecipata era la stanza di Eloise, una ragazza francese che in quel periodo era con noi. Qui il pubblico aveva la possibilità di tagliare una mattonella d’argilla e lasciare una propria traccia su queste, che abbiamo esposto ad Adiacenze in occasione dell’inaugurazione di Homemade1.
S: Devo dire che, anche se ancora non è mai capitata un’opera in cui il pubblico non fosse chiamato ad interagire, credo sia molto difficile vivere questo ambiente come una galleria. Perché tu che abiti in una casa, la riconosci. Quest’ambiente in una qualche maniera ti appartiene già. Anche quando il pubblico viene per un singolo evento, un concerto o una performance e non una residenza più diluita nel tempo, è quasi impossibile sentirsi in un teatro. Anche il semplice fatto di dover suonare un campanello per entrare, attiva un frame, una cornice interpretativa diversa che ti suggerisce un altro modo di vedere; nonostante tu stia andando ad assistere a qualcosa e non a prendere un tè, ti poni già in un’altra maniera. Il come lo fai già implica una visione differente.
M: E questo è interessante anche per gli artisti, che hanno la possibilità di avere uno scambio immediato con il pubblico. C’è anche lo spettatore che viene, vede e va via, ma sono pochi. Chi sceglie di fare un’esperienza del genere la vuole vivere in maniera completa, anche se tutto avviene in modo assolutamente informale.
S: In fondo sei in una casa, nessuno ti dice cosa devi fare e come fruire di quello che viene presentato qui, ma di fatto lo vivi automaticamente in un modo differente, anche senza tutte le parole che ci stiamo mettendo noi ora.
Questo discorso è, in effetti, molto consonante con il lavoro di Yesenia Trobbiani, anche con il primo movimento di CIVILE, presentato lo scorso ottobre all’interno di Youbiquity Festival di Macerata. Una ricerca di sé e del proprio limite, tra privato e pubblico.
M: Sì, CIVILE è una ricerca sulla propria identità, è proprio Yesenia che indaga su di sé attraverso delle azioni performative. L’elemento della casa diventa centrale nella sua ricerca: questa sua particolarità di non avere esigenza di un rifugio fisso, di girare molto e di appoggiarsi come ospite dove può entra nella sua riflessione proprio attraverso la creazione artistica. Per esempio, nella sua abitudine di fotografare con una macchina usa e getta tutte la camere in cui dorme. Per questo le ho detto che in questa settimana, se lei avesse avuto piacere, avrebbe potuto veramente dormire in qualsiasi posto: questa casa la può attraversare con un margine di lavoro e di azione totale.
Come riuscite a sostenere economicamente il progetto?
M: Per ora il progetto è assolutamente autosostenuto. Le spese di sostentamento dello spazio sono quelle di un affitto, cioè le copriamo come dei classici coinquilini. Di solito chiediamo un ingresso minimo alle mostre, però quello che mettiamo in atto è tutto lavoro gratuito. Al momento, ognuno di noi svolge degli extra fuori dalla Maison, anche se la consideriamo un lavoro a tutti gli effetti.
S: Tutto sommato il budget di cui avremmo bisogno è davvero irrisorio se si pensa alla cultura (festival, stagioni ecc) delle organizzazioni finanziate dalle istituzioni.
Quindi avete provato a trovare dei finanziamenti? A chi pensate di potervi rivolgere?
M: Stiamo pensando di bypassare il gap tra pubblico e istituzioni, provando ad utilizzare il foundraising, così da arrivare direttamente ai privati. Per quanto riguarda i bandi, è difficile trovarne uno che faccia al caso nostro e inserirsi dentro quei meccanismi di partecipazione. Soprattutto se, come noi, non produci materialmente degli oggetti da vendere e quindi non sei un’impresa.
S: In assoluto, per le realtà al di fuori dal modello imprenditoriale è sempre difficile trovare un interlocutore istituzionale chiaro e accessibile, oltre che adeguato. Facciamo fatica a trovare risposta a domande tipo «Cosa bisogna fare? Da dove si parte? Qual è il primo passo?»
M: Ora come ora stiamo riuscendo a creare un humus intorno a Maison, quello che ancora manca è intessere relazioni istituzionali e capire quale può essere il nostro interlocutore. Il fatto di produrre dei cartacei o comunque delle tracce di quello che facciamo va, appunto, in questa direzione: è più un’esigenza che viene dall’esterno, per dare una testimonianza di quello che stiamo facendo.
S: Il problema poi è anche un altro. Nel senso che quando inizi ad avere dei riconoscimenti è perché la qualità è alta: il livello sale, i tuoi interlocutori cambiano e tu continui ad essere obbligato alla gratuità. Tu e tutti quelli che collaborano con te. Arriverà quindi il momento – che per noi è già arrivato – in cui chi lavora con noi, ovviamente e giustamente ha diritto ad una remunerazione adeguata al lavoro che svolge.
Che poi questa mancanza di risorse per realtà di questo tipo è strutturale e trasversale in tutti i settori artistico-culturali, nell’arte così come nell’editoria, ecc. In questo modo rischiano di risentirne progetti interessanti come il vostro. Nonostante queste condizioni un po’ scoraggianti, la Maison riesce a produrre degli eventi anche fuori dalle mura di via Indipendenza, giusto?
M: Sì, assolutamente. Credo che il prossimo di questa stagione sarà quello di Matteo Lanfranchi, a maggio. In passato, abbiamo presentato lo studio coreografico Abstract View di Manfredi Perego a Villa Celimontana a Roma, in collaborazione con la Società Geografica Italiana. O anche, #Divertissement_Morire è un dato di fatto, all’interno degli spazi della Rocca di Montefiore Conca (RN), mentre la scorsa settimana abbiamo presentato Homemade1 presso la galleria bolognese Adiacenze. Nel momento in cui lo spazio o il progetto lo richiedono è stimolante anche uscire fuori dalla Maison.

I curatori Mariarosa Lamanna, Serena Facioni e Marco Mastroianni