Da Roma al Polo Sud – il diario di Kusch
Sul finire dei suoi primi dieci anni, qui compiamo una piccola rivoluzione, abbandonando il nostro formato classico – quello del magazine culturale a cadenza vagamente quotidiana – per presentare ogni mese un solo saggio e un solo racconto. Da queste pagine 24 autori ogni anno proporranno il loro filtro sul reale, manipolando inevitabilmente la personalità di Dude mag: ed è una cosa che ci rende enormemente curiosi.
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Da Roma al Polo Sud – il diario di Kusch

Testo tratto dal diario personale di Erich B. Kusch, scritto durante il viaggio verso il Polo Sud che il giornalista intraprese nel 1961 a seguito dell’operazione Deep Freeze nell’ambito del Programma Antartico degli Stati Uniti gestito dalla marina militare a cavallo tra gli anni Cinquanta e Sessanta. 30 ottobre, lunedì. Lasciamo gli Stati Uniti alle 10.00, […]

Testo tratto dal diario personale di Erich B. Kusch, scritto durante il viaggio verso il Polo Sud che il giornalista intraprese nel 1961 a seguito dell’operazione Deep Freeze nell’ambito del Programma Antartico degli Stati Uniti gestito dalla marina militare a cavallo tra gli anni Cinquanta e Sessanta.
30 ottobre, lunedì.
Lasciamo gli Stati Uniti alle 10.00, sotto di noi Honolulu.
Nel porto è attraccata la Canberra, un’elegantissima nave australiana. Hawaii in generale e le montagne in particolare sono sempre immerse nelle nuvole e anche adesso le cime delle montagne che sorvoliamo spuntano da un letto di nuvole.
Da diverse ore ormai sorvoliamo l’Atlantico; il mare e il cielo all’orizzonte sono diventati tutt’uno, tutto è coperto da migliaia di piccole nuvole come batuffoli.
Accanto a me uno studente americano di ventritré anni che passerà quindici mesi alla Byrd Station in Antartide per studiare le onde di bassa frequenza; con grande entusiasmo mi racconta dei suoi studi, che rappresentano un campo in gran parte inesplorato. È sorprendente quanto la sua università e lo Stato lo sostengano, ha con sé del materiale del valore di circa diecimila dollari che è stato messo a sua disposizione. Credo che il suo entusiasmo gli sarà indispensabile per superare il lungo inverno antartico.
Quest’inverno gli americani manderanno quasi centosessanta scienziati in Antartide che si distribuiranno in circa diciotto stazioni, un progetto enorme.
Sto pensando se veramente sarò il primo tedesco a mettere piede al Polo Sud e se andrà tutto bene, Steinitz l’ha sorvolato e per il resto non si è a conoscenza di nessun altro che sia stato in Antartide ultimamente.
Alle 16.36, poco prima dell’atterraggio sull’isola di Kanton, sorvolo per la prima volta l’Equatore, il battesimo si svolge normalmente.
Dopo un infinito volare sopra il Pacifico, appare improvvisamente l’isola di Kanton, un atollo gestito “a quattro mani” da inglesi e americani. Atterriamo su una striscia di terra tra il mare e la terraferma, a sua volta contornata da acqua. Kanton è sperduta nel mezzo dell’Oceano Pacifico, oltre a un paio di bungalow, l’aeroporto con un ufficio postale inglese e uno americano, non c’è molto sull’isola; appena sceso dall’aereo vengo sopraffatto da un’ineguagliabile calma e rilassatezza. Un indigeno che porta la scala all’aereo ha l’aria di non essere molto impressionato dal nostro arrivo.
Mi sono rilassato fin troppo e mi viene messa fretta; voglio comprare dei francobolli per spedire una lettera a von Thadden, arrivo correndo all’aereo, poco prima che si chiuda la porta. Durante il viaggio superiamo la linea del cambio data.
Alle 23.00 (ora di Hawaii) atterriamo a Nadi, isole Fiji, purtroppo non vediamo niente oltre l’aeroporto e delle belle fotografie esposte nella hall.
Alle 3.00 ora di Hawaii, (le 12.00 ora locale) decolliamo, rotta Nuova Zelanda.
1 novembre, mercoledì.
Un’intera giornata è sparita nel nulla.
Il Fiji Times sostiene di essere il primo giornale del mondo.
Dopo una notte più o meno insonne, all’alba compare la Nuova Zelanda, dall’alto è un paese verde, ordinato e bello, c’è anche un’alta montagna ricoperta di neve immacolata.
Alle 8.00, ora neozelandese, arriviamo a Christchurch; già all’aeroporto ci si sente trasportati in Inghilterra; il doganiere è gentile e molto preciso.
Con la guida a sinistra ci dirigiamo verso il centro, il nostro hotel United Service è vicino alla piazza della Cattedrale nel centro della città, è molto old fashioned. Il personale del dining room, al quale si può accedere solo con giacca e cravatta, porta grembiuli bianchi e cuffiette, mi sembra di stare in un sanatorio; le posate, di argento pesante, sono talmente tante che non si sa neanche cosa farci.
All’alba appare una figura servile nella mia stanza e mi chiede se voglio una tazza di tè, ancora addormentato dico di no. Il giornale viene portato due volte al giorno, è parte del servizio.
Dopo pranzo faccio un giro della città con due colleghi: ci sono dei parchi bellissimi, qualche monumento, il fiume Avon e nei sobborghi molte belle case. Poi ci avviciniamo al Pacifico, attraversando colline piene di ginestre arriviamo al porto Lyttelton che da sopra sembra un porto giocattolo: è troppo pulito per essere un porto! Facciamo il giro dei fiordi e del porto, scopriamo che il marchese Luckner è stato prigioniero qui durante la Prima Guerra Mondiale ed è anche riuscito a fuggire. Vediamo le navi rompighiaccio e le navi mercantili destinate alla missione Deep Freeze.
Al ritorno passiamo per le bellissime colline che separano il porto dalla cittadina, la vista è stupenda; tornando ci fermiamo a prendere il tè in una casa che ha oltre cinquant’anni, per loro è tantissimo!
Più tardi siamo invitati a un cocktail, dove tutto è molto americano: appena entriamo ci vengono attaccati dei cartellini con il nostro nome, anche la padrona di casa e le sue figlie ne hanno uno; si beve tanto Martini e tutti si chiamano per nome. Io sono molto stanco, così ce ne torniamo in albergo presto e crolliamo.
2 novembre, giovedì.
La mattina presto torniamo all’aeroporto e ci viene consegnata la nostra divisa polare: sembriamo astronauti.
Vediamo un bellissimo film sull’Antartide, e dopo facciamo un briefing infinito; devo dire che le capacità organizzative degli americani sono ammirevoli.
Nel pomeriggio faccio una passeggiata nel bellissimo giardino botanico dai colori primaverili che mi mette di un umore euforico: ho sempre amato i parchi così belli, soprattutto quelli inglesi. Ah, se ci fosse Christel adesso con me!
Lungo il fiumiciattolo, innumerevoli fiori dai colori inimmaginabili, gli alberi sembrano un “duomo” colorato in tutti i toni del verde e del blu; le piante di sambuco profumano e le rose stanno sbocciando.
La sera Cdr. Konrad e io andiamo al cinema a vedere The World Of Suzy Wong, un film americano, surreale e sentimentale; molto bello. Prima del film sullo schermo compaiono la bandiera neozelandese con lo stemma e la regina Elisabetta, poi l’inno inglese e tutti si alzano in piedi; per noi è stranissimo. Quando usciamo dal cinema il nostro albergo è preso d’assalto da centinaia di adolescenti che aspettano il loro idolo: Cliff Richards, un giovanissimo cantante pop.
Le ragazze e le donne di Christchurch sono molto carine, di una bellezza discreta e molto inglese.
3 novembre, venerdì.
La mattina torniamo al porto di Lyttelton per vedere le due navi rompighiaccio che la prossima settimana salperanno per l’Antartide. Sulla porta del capitano della Eastwind c’è scritto «Lasciate ogni speranza voi che entrate (in italiano, n.d.t.) – knock when enter»; il capitano però ha l’aria meno pericolosa di quanto temessi. Parcheggiati sulle navi rompighiaccio, ci sono due elicotteri arancioni che dovranno indicare la strada durante il viaggio. La missione della Eastwind è di costruire una stazione meteorologica, sull’Isola Scott, un minuscolo scoglio tra McMurdo e la Nuova Zelanda, sembra un miracolo riuscire solo a trovarla!
Alle 2.00 torniamo all’aeroporto per pesare i nostri bagagli e noi stessi per il volo per l’Antartide. Al ritorno vediamo un film di Walt Disney: The Seven Cities Of Antarctica, molto ben fatto; certo non sottolinea gli aspetti pericolosi e le vite sacrificate da questo continente, ma le riprese dei pinguini sono bellissime. Devo vedere di farmi dare il film che abbiamo visto ieri, per la televisione o per qualche conferenza.
Alle 19.30 ci incontriamo di nuovo tutti all’aeroporto dopo esserci cambiati: ora siamo un gruppo verde oliva dall’apparenza piuttosto militaresca; doppia biancheria di lana, camicia di lana e pantaloni di lana più scarpe termiche di plastica dovrebbero proteggerci dal freddo. Nell’aereo la temperatura verrà adattata gradualmente a quella esterna e noi man mano ci metteremo gli altri strati dell’abbigliamento “artico”, così ci abitueremo alle condizioni.
Finalmente alle 08.45 saliamo sul Globemaster e l’aereo si avvia per la pista di decollo, sembra che ci siamo, ma dopo mezz’ora torniamo indietro per un guasto al motore; non è che sia proprio rassicurante, considerando che questo aereo ci deve portare in Antartide!
Dopo un’ora il danno è stato riparato e alle 10.30 l’aereo finalmente si leva in volo. Non stiamo molto comodi, ci sono delle panche ai due lati del velivolo, dove stiamo seduti tutti indistintamente: c’è il Ministro neozelandese dell’Istruzione, alcuni parlamentari, un paio di pezzi grossi da Washington, ufficiali, scienziati che passeranno tutto l’inverno in Antartide e infine noi giornalisti. Dopo non molto, la maggior parte di noi si sdraia nel corridoio, sembra essere la posizione più comoda; come la balena Jonas, il Globemaster ci ha inghiottiti nella sua pancia.
4 novembre, sabato.
Quando la mattina ci svegliamo da uno scomodo dormiveglia, sotto di noi vediamo il ghiaccio bianco e azzurro dell’Antartide.
Per ora sorvoliamo il deserto bianco, ma ecco all’orizzonte compaiono le montagne ghiacciate di Viktorialand. La terra che ci compare davanti è di una bellezza maestosa, inavvicinabile e inviolata, non c’è nessuna immagine al mondo alla quale si possa paragonare, è davvero un nuovo continente, che però non è molto ben disposto verso l’essere umano: solo con grandi sacrifici e difficoltà l’uomo si può insediare qui.
Alle 10.00 atterriamo a McMurdo Sound, nel mare di Ross. Il ghiaccio ci accoglie morbido e ammortizza qualsiasi sobbalzo; quando la “balena” apre la sua pancia e noi ci affacciamo fuori, il freddo è meno tagliente di quanto immaginassi. Davanti a noi si erge Mount Erebus: l’unico vulcano attivo dell’Antartide.
Ancora prima di poterci guardare intorno, ci ritroviamo seduti in una specie di slitta a motore che ci porta alla Base, distante due miglia, ai margini di una montagna; ci portano subito ai nostri rifugi che sono delle capanne con un tetto a mezzaluna che arriva fino per terra. All’interno due file di letti a castello sono l’unico arredamento, c’è anche una stufa a olio che riscalda l’ambiente.
McMurdo è un insieme di capanne come questa e di un altro tipo in mezzo alla neve e al ghiaccio; il tutto dà un’impressione di disordine, ma credere di creare qui qualcosa che assomigli alla nostra idea di ordine è impossibile.
In giro ci sono latte vuote, strani strumenti abbandonati e altri oggetti per me non riconoscibili.
Quando arriviamo alla mensa ci aspettano tre ordinatissime file che si muovono lentamente, a quanto pare la mensa non è attrezzata per il continuo aumento di popolazione della Base, tuttavia il pranzo è ricco e vario e ognuno può prendere quanto vuole di quello che vuole; solo la sala è divisa in una parte per gli ufficiali e una per i soldati e gli operai.
Dopo pranzo assistiamo a un lungo discorso dell’ammiraglio Tyree e dei suoi ufficiali che ci dànno un quadro della costruzione della base, del suo funzionamento e dei suoi problemi; dopo un giro per la Base è già ora di cena.
Il tempo è ancora magnifico, il sole splende giorno e notte; abbiamo anche una sala stampa dove possiamo lavorare. La sera nel wardroom viene proiettato Gunfight At The O.K. Corral.
Poi, finalmente, ci lasciano andare a dormire.
5 novembre, domenica
Quando ci svegliamo la mattina, il sole è ancora (o già) alto.
Gli americani adorano i loro briefing, e quindi pure stamattina ne abbiamo uno sulla centrale atomica che stanno costruendo sulla collina sopra McMurdo, poi ci arrampichiamo sulla collina e visitiamo il cantiere; non dimenticherò mai la vista sulla pianura di ghiaccio e le montagne all’orizzonte: enorme e deserta, perfino la pista di atterraggio e l’aereo sembrano minuscoli.
Dopo pranzo un altro briefing, questa volta sulla misurazione cartografica della catena montuosa che va verso il Polo e sul volo che ci porterà a Mirnyj, la stazione russa dell’Antartide.
Poi una passeggiata attraverso il vento gelido e tagliente fino a Hut Point con la capanna di Scott, che è mezza sommersa dalla neve, davanti alla capanna ci sono ancora dei resti di biscotti e pezzi di montone di sessanta anni fa; da Hut Point la vista è sul mare di Ross completamente ghiacciato.
Nel laboratorio biologico incontro un professore austriaco di Innsbruck che si tratterrà fino a febbraio per studiare le forme di vita esistenti in Antartide.
La sera ci fanno vedere un film piuttosto stupido, Spanish Affair, io e un collega abbiamo intenzione di unirci a un volo che va alla stazione New Byrd per paracadutare del materiale, ma alla fine il volo viene disdetto per motivi meteorologici.
Il cielo adesso è coperto e la temperatura si è abbassata, il sole è nascosto dietro le nuvole ma illumina le montagne di fronte e il ghiaccio con una luce rossa, quasi arancione.
6 novembre, lunedì.
L’ora di colazione a McMurdo va solo dalle 5.30 alle 7.15, quindi nessuno di noi fa mai colazione.
La mattina il prete anglicano ci fa fare un giro per McMurdo, è un sunny boy che parla sempre come se stesse predicando, ci mostra il laboratorio fotografico che è molto ben attrezzato e dove vengono sviluppate anche le immagini che servono per le misurazioni cartografiche.
Le docce e la lavanderia hanno un aspetto piuttosto normale, la differenza è che l’acqua viene recuperata dalla macchina sciogli-neve; la carenza d’acqua è il più grande problema qui in Antartide: ogni litro viene faticosamente recuperato dalla tripla o quadrupla quantità di neve.
Negli hangar meccanici vediamo gli enormi bulldozer che rimuovono la neve, i trattori e altre macchine di tutti i tipi che sembrano dei dinosauri; tenere in vita tutte queste macchine richiede un enorme sforzo di materiali, soldi e lavoro: tutto, fino all’ultimo chiodo, viene da almeno diecimila chilometri di distanza.
Lo studio medico è perfettamente arredato e attrezzato, le malattie principali sono l’influenza e l’oftalmia (cecità) da neve. Tutte le altre più comuni malattie non sembrano manifestarsi.
La stazione radio viene usata oltre che per gli SOS, per permettere alla gente di McMurdo di parlare ogni tanto con le famiglie.
Visitiamo anche le cucine, dove giornalmente vengono preparate enormi quantità di cibo, e la base meteorologica dove ogni giorno vengono pianificati tutti i voli, è fondamentale in Antartide, ma il suo lavoro è basato sulle pochissime stazioni presenti sull’enorme territorio.
In questo senso la collaborazione con i russi sembra funzionare molto bene: giornalmente trasmettono bollettini meteo agli americani da Mirnyj, Vostock e dalle loro altre stazioni.
Alle 14.00 ci avviamo verso il McMurdo Sound per prendere il volo per la New Byrd Station, dove stanno costruendo una stazione completamente nuova perché quella vecchia è sprofondata nel ghiaccio e nella neve. Al Williams Field ci fermiamo a mangiare in una confortevolissima mensa.
Alle 18.00 decolliamo con un C?130 quattro motori verso New Byrd; a bordo dell’aereo c’è un’enorme cisterna e grandi quantità di legna, più di quanto entrerebbe nel vagone di un treno.
Williams Field, come aeroporto, è sicuramente unico al mondo: costruito al cento per cento sul ghiaccio, deve essere ricostruito annualmente; la pista è incastrata in mezzo ad altissimi muri di neve e ghiaccio, quando gli aerei atterrano, spariscono nascosti.
Mentre ci avviciniamo all’aereo che stanno preparando, poggiato su un enorme “canotto”, in lontananza da dietro le nuvole, appare di nuovo il maestoso monte Erebus. Il C-130, che al posto delle ruote ha dei grandi sci, si leva dolcemente in aria e sorvola il ghiaccio infinito per tre ore e mezza.
Quando arriviamo a New Byrd l’aereo rimane con i motori accesi mentre scendiamo, dopo lo scarico e il rifornimento ripartirà immediatamente. Quando usciamo all’aperto, davanti a noi vediamo un’immensa distesa di ghiaccio da cui spuntano alcuni camini, delle bandiere e una costruzione di legno bassa e quadrata. L’ingegnere, che con la sua squadra di cento (operai n.d.r.) sta costruendo la nuova stazione, ci accoglie e ci dà un breve resoconto dello stato dei lavori.
Ci incamminiamo sull’altopiano frustato dal vento verso le bandiere, improvvisamente davanti a noi si apre un tunnel coperto da una tettoia, entriamo. Da dentro partono altri tunnel laterali, scavati dalle frese da ghiaccio svizzere. Se si pensa alle condizioni nelle quali si lavora qui è veramente un miracolo quello che stanno facendo, dato che tutto, ogni minima cosa, deve essere trasportata per migliaia di chilometri in condizioni meteorologiche impossibili prima di arrivare.
I tunnel sono pronti per ospitare le casette, le baracche e varie postazioni della nuova Byrd Station.
Si prevede che l’energia in un futuro prossimo verrà fornita da una centrale atomica.
L’ingegnere David de Vieg è un tipo duro, convinto in maniera quasi fanatica dell’importanza del suo lavoro.
Il vento picchia forte sull’infinito altopiano ed è come avere mille aghi infilati nel viso; alle 01.00 di notte il sole è ancora alto in cielo. Con una motoslitta ci dirigiamo verso la vecchia Byrd Station, la visita mi ha molto impressionato. Dalla superficie si vede solo la torre radar, l’ingresso consiste in un buco, anche piuttosto stretto, nella neve; all’interno ci si rende conto ancora una volta dell’incredibile forza della natura: la forte pressione del ghiaccio e della neve ha spinto i muri verso l’interno, sfondando parti del tetto e gonfiando i pavimenti. Solo grazie a dei pesi di ferro e cavalletti di legno il tutto si tiene ancora in piedi; assomiglia a un surreale labirinto in decadenza. Gli abitanti di questo strano mondo non sembrano particolarmente affetti dalla loro condizione, continuano le loro ricerche scientifiche e pacatamente osservano il procedere della natura, resistono e rallentano come possono, e confidano nel completamento della nuova stazione.
Il primo gruppo, che era partito un paio d’ore prima di noi, è stato esposto alle intemperie ed è rimasto fermo per un’ora, la motoslitta si è impantanata e sono dovuti andare a piedi sul ghiaccio per due miglia e mezzo.
Quando alle 05.00 torniamo alla pista, aspettiamo l’aereo che ci deve portare indietro. Siamo tutti stanchi morti anche perché abbiamo pranzato a mezzanotte; la mattina ci offrono la cena.
7 novembre, martedì
Alle 13.00 finalmente arriva l’aereo che tutti aspettiamo impazientemente, già da qualche minuto stiamo sulla pista e tutti i nostri sguardi sono rivolti al cielo; il sole è cerchiato da un arcobaleno rotondo, un’immagine stupenda. Siamo sollevati quando finalmente l’aereo atterra, ma senza spegnere i motori e noi, dopo un ultimo sguardo verso l’infinita pianura ghiacciata, veniamo ancora inghiottiti dalla sua pancia.
Tre ore più tardi arriviamo a McMurdo Sound. Siamo esausti, ma arricchiti da un’esperienza magnifica; davanti a noi ecco ancora il maestoso monte Erebus immobile e illuminato dalla luce tagliente del sole. Con la motoslitta arriviamo alla base e ci sentiamo come se arrivassimo a casa; anche per noi adesso non esistono più il giorno e la notte.
Alle 08.45, dopo aver mangiato, un elicottero ci porta a Kap Royds, ai piedi del’Erebus, dove ci aspettano migliaia di pinguini che sembrano quasi chiacchierare e litigare, oppure sono seduti immobili a covare le uova; se ci si avvicina, brontolano ma non scappano. Ne prendo uno in braccio, ma non sembra piacergli.
Che immagine stupenda: in lontananza si vede il mare aperto e sul bagnasciuga ci sono i leoni marini, andiamo a vederli da vicino, anche loro non sono affatto timidi e si lasciano toccare, ogni tanto spalancano la bocca con gli enormi baffi. Non appena faccio per avvicinarmi a un buco nel ghiaccio, ne schizza fuori uno, entrambi ci spaventiamo a morte!
La baracca di Shackleton, situata un po’ al di sopra della piazza dei pinguini, è rimasta perfettamente conservata com’era cinquant’anni fa, ancora ci sono delle provviste sparse in giro, che a quanto pare sarebbero ancora commestibili. È una strana sensazione entrarci: sembra essere stata lasciata poco fa, i suoi abitanti però, sono parte della storia da tempo ormai, anche se in una parte ora lavorano due scienziati neozelandesi che studiano gli animali. L’incredibile bellezza dell’Antartide continua ad affascinarmi e sorprendermi, è uno spettacolo naturale molto difficile da descrivere.
Al ritorno atterriamo a Cape Evans, dove c’è l’altra capanna di Scott, anche questa ha l’aria di essere stata appena lasciata; entrambe le capanne sono state dissotterrate dalla neve e ristrutturate l’anno scorso. Questa è molto spaziosa e arredata con tutto il necessario, c’è anche una camera oscura e sul tavolo ci sono ancora i giornali del 1910 e un libro, The Spies Of The Kaiser; anche se vuote, sui fornelli ci sono ancora le pentole.
Dall’elicottero vediamo una marea di leoni marini comodamente adagiati sul ghiaccio. Che pelle dura devono avere! Alle 11.00 finalmente arriviamo alla Base e alle 12.00 siamo a letto, che giornata bellissima, entusiasmante e faticosa!
8 novembre, mercoledì
Ci svegliano alle 6.00, è un grande giorno: oggi si va al Polo Sud!
Con la motoslitta arriviamo all’aeroporto e alle 09.00 il C-130 decolla, superiamo la banchina di Ross e poi saliamo verso l’incredibile ghiacciaio di Beardmore, il più grande del mondo, situato tra la Queen Maud e l’Alexandra Rouge, altre due enormi vette.
Dopo aver sorvolato la catena montuosa che divide il Ross dal Polo Sud, davanti a noi appare solo un’infinita distesa bianca. Alle 11.30 avvistiamo la stazione del Polo Sud sperduta in mezzo al ghiaccio, s’intravedono solo dei punti neri nel bianco. Poco prima delle 12.00 atterriamo al Polo Sud, ci sono ­?45 °C e ci accoglie un vento di vetro ghiacciato, l’aereo riparte subito, mentre noi attraverso un buco nel ghiaccio entriamo nella base. All’esterno si vede solo il radar e una casupola per il rilevamento meteorologico e poi tante antenne e naturalmente le motoslitte e i bulldozer rossi.
Facciamo un giro nella stazione che è piuttosto confortevole; ci mostrano le strumentazioni scientifiche nella stanza da cui vengono mandati in aria i palloni meteorologici. Incontro due americani di origini tedesche che hanno lasciato la Germania solo pochi anni fa e mi fa uno strano effetto parlare tedesco qui; uno dei due mi porta a fare un giro, è molto simpatico, fa il tecnico meteorologico. Alcuni dei miei compagni di viaggio sono offesi perché dicono che alcuni uomini della US Navy sono poco gentili.
Dopo il pranzo tutti chiudono e affrancano in fretta e furia le loro lettere, non ci sarà un’altra occasione di spedire una lettera da dove siamo. A questo punto, con tutti i vestiti che abbiamo, ci incamminiamo verso il Polo, mancano ottocento metri dal punto geografico che corrisponde al Polo Sud, gli occhiali da sole mi si incollano sul viso e il respiro si ghiaccia in bocca; il freddo è indescrivibile, ogni passo è una fatica immensa, anche perché il Polo Sud è a tremila metri di altezza e l’aria è molto leggera. Una volta arrivati con immensa fatica, si fanno le foto d’obbligo, ma la maggior parte delle macchine si ghiaccia; l’americano di origini tedesche ha portato una bandierina tedesca che devo tenere in mano: sono il primo tedesco al Polo Sud! Poi altri ottocento metri al ritorno.
Hans Elskin mi mostra la cupola radar e la casetta meteorologica. Poco dopo le 15.00 arriva un C?130 e mezz’ora più tardi, faticando a sollevarsi, decolla; ora il Polo Sud, il punto più a sud del globo, è dietro di noi.
Ancora un bellissimo volo su ghiacci e montagne e poco dopo le 18.30 arriviamo McMurdo, mangiamo alla mensa dell’aeroporto e torniamo alla base, siamo molto stanchi; nel wardroom vedo un pezzo del film The Man Who Has Never Been.
Durante tutta la notte bianca si lavora incessantemente e il rumore dei bulldozer penetra il sonno inquieto.
13 novembre, lunedì
La mattina cerco di chiamare Roma, ma si può solo in certi orari, allora per distrarmi faccio una bellissima passeggiata all’orto botanico pieno di fiori, alberi, sentieri misteriosi, laghetti e tante piccole serre. Le rose stanno fiorendo ed è veramente bello dopo dieci giorni di solo ghiaccio.
Il pomeriggio arriva il secondo gruppo, tra cui due colleghi: Wilke e Betzler, con la scusa di accompagnare Betzler faccio un’altra passeggiata al giardino botanico.
La sera riprovo a chiamare Roma senza successo, mi prenotano per domani sera alle 23.00.
Dopo cena faccio un giro per la città e mi sento molto solo; prima di andare a dormire, mi fermo a parlare con il portiere di notte, ha una collezione di libri sull’Antartide e me li vuole far vedere; domani me li porterà.

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